LA DECISIONE DEL RIESAME

Camorra: torna libero Giovanni Gambino fratello del boss Angelo Antonio

Dall'omicidio dell'innocente Rosario Coppola alle intercettazioni "de relato": come i legali  hanno convinto i giudici del Riesame evidenziando la totale assenza del nome dell'indagato dal capo d'imputazione e la mancanza di prove attuali.
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I giudici dell’Ottava Sezione del Tribunale del Riesame di Napoli, presieduta dal dottor Campoli, hanno disposto l’immediata scarcerazione di Giovanni Gambino, 35enne napoletano ritenuto dalla Direzione Distrettuale Antimafia un elemento di spicco del clan della “167 di Arzano” e fratello del presunto boss Angelo Antonio.

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Il provvedimento cancella la misura della custodia in carcere emessa lo scorso 13 maggio dal GIP Donatella Bove. Gambino era rimasto impigliato in una maxi-ordinanza di oltre 500 pagine che aveva decapitato la cosca arzanese – storicamente legata ai “Scissionisti” Amato-Pagano –, un’indagine imponente nata anche per fare luce sul tragico omicidio di Rosario Coppola, l’imbianchino innocente trucidato per un drammatico errore di persona dal killer Armando Lupoli, a sua volta eliminato poco tempo dopo in una faida interna.

Mentre per gli altri 15 destinatari del blitz le maglie del carcere restano serrate, per Giovanni Gambino il castello accusatorio si è sgretolato sotto i colpi di un ricorso difensivo che ha evidenziato clamorosi vizi di forma e lacune investigative.

Il “giallo” del nome fantasma nel capo d’imputazione

Il primo, clamoroso vulnus dell’ordinanza genetica, sollevato con forza dagli avvocati Massimo Autieri e Salvatore Pettirossi, riguarda la violazione dell’articolo 292 del codice di procedura penale. Nel contestare il reato di associazione mafiosa  la Procura ha elencato analiticamente ventuno indagati, descrivendo per ciascuno di essi ruoli, legami e archi temporali. Per ciascuno, ma non per Giovanni Gambino. Nel testo del “capo 1” – quello che delinea la struttura del clan – il nome di Giovanni Gambino non compare mai.

Non gli viene attribuita alcuna condotta materiale, nessun ruolo di partecipe o promotore, né viene specificato in quale arco temporale avrebbe agito. L’unica menzione del cognome “Gambino” è riferita al fratello Angelo Antonio.

Una “omissione radicale”, secondo la difesa, che ha privato l’indagato del diritto elementare di conoscere con precisione l’accusa per potersi difendere. Un vuoto tecnico che i giudici del Riesame hanno ritenuto insanabile, dichiarando la nullità del provvedimento.

Intercettazioni de relato e “aneddoti storici”

L’inchiesta giornalistica sulle carte del riesame svela un altro dato paradosso: la gravità indiziaria a carico del 35enne si fondava su appena quattro conversazioni intercettate. Dialoghi captati dai carabinieri che, a un’analisi approfondita, si sono rivelati privi di consistenza probatoria attuale. In una conversazione del settembre 2025, i camorristi Raffaele Silvestro e Salvatore Romano parlano di un incontro con un non meglio identificato “Giovanni”, esprimendo critiche sulla vecchia gestione del clan.

Per gli inquirenti era la prova della sua intraneità, ma la difesa ha dimostrato che in quel dialogo Romano si auto-proclamava “capo”, intimando a quel Giovanni di stare zitto, dimostrando l’esatto contrario di un ruolo di vertice. Ancora più fragili gli altri elementi. In un’intercettazione, il ras Antonio Caiazza racconta a un sodale che Giovanni Gambino, a bordo di un’Audi, avrebbe pestato un debitore per riscuotere un credito di droga.

Un episodio che la difesa ha ridimensionato a “aneddoto storico”: il fatto risalirebbe a un periodo compreso tra la fine del 2023 e la metà del 2024, ben prima dell’inizio ufficiale dell’inchiesta della DDA, focalizzata sul periodo tra luglio 2025 e aprile 2026.

Fantasmi nella faida di Arzano

Ciò che emerge con forza dall’inchiesta è l’assoluta invisibilità di Giovanni Gambino nelle dinamiche recenti della criminalità organizzata arzanese.

Nelle centinaia di pagine in cui la DDA ricostruisce la sanguinosa faida interna tra la fazione di Salvatore Romano e quella di Davide Pescatore, i summit criminali (le cosiddette “tavole”), la gestione della cassa comune e la contabilità delle “mesate” da distribuire alle famiglie dei detenuti, il nome di Giovanni Gambino è totalmente assente.

Nessun pentito – compreso il collaboratore di giustizia Gennaro Salvati, le cui dichiarazioni hanno squarciato il velo sugli assetti della 167 – lo ha mai indicato come un soggetto attivo. Nemmeno i servizi di appostamento, pedinamento o le videoriprese della Polizia Giudiziaria hanno mai catturato il 35enne in compagnia degli uomini del clan. Di lui restava solo la proprietà di quell’Audi usata nel 2024, un dato patrimoniale lecito ma insufficiente a farne un boss della camorra.

“Non fa niente più”: la microspia che scagiona i fratelli

La prova regina dell’estraneità dei fratelli Gambino dagli affari correnti della cosca è arrivata, ironicamente, da una cimice piazzata dagli stessi inquirenti. È il 25 agosto 2025: nell’abitazione di Salvatore Romano viene captato un colloquio ambientale cruciale. Romano sta relazionando via messaggi o intermediari il boss detenuto Giuseppe Monfregolo sulla gestione del territorio.

A un certo punto, Romano racconta di aver incontrato il figlio del boss detenuto Renato Napoleone, il quale era andato a battere cassa chiedendo un sostentamento economico per la madre, Di fronte al rifiuto di Romano – che intendeva mantenere solo il detenuto e non i parenti – il giovane Napoleone, per giustificare le difficoltà economiche della famiglia, si lascia sfuggire una frase emblematica: “Mio zio non fa niente più”.

Una voce “dal di dentro” del clan, registrata in diretta, che conferma come sia l’ex reggente Angelo Antonio, sia il fratello Giovanni, avessero ormai tagliato i ponti con la consorteria arzanese, non partecipando a nessuna dinamica operativa e non percependo alcun vantaggio economico.

Il crollo del teorema accusatorio

L’ordinanza del GIP ipotizzava che, dopo il trasferimento del fratello Angelo Antonio a Frosinone nel febbraio 2024 per espiare una misura di prevenzione, fosse stato proprio Giovanni a “mantenere le redini” del clan sotto la supervisione del fratello. Un teorema che i giudici del Riesame hanno ritenuto logicamente incompatibile con gli stessi atti d’indagine, i quali attribuiscono la reggenza di quel periodo a Salvatore Romano e le decisioni strategiche al detenuto Giuseppe Monfregolo dal carcere.

Accogliendo in toto i motivi di riesame, il Tribunale di Napoli ha così demolito la misura carceraria per carenza di gravi indizi di colpevolezza e per l’assoluta mancanza di attualità delle esigenze cautelari. Giovanni Gambino, difeso dagli avvocati Autieri e Pettirossi, torna in libertà da uomo libero, segnando il primo, clamoroso stop all’inchiesta della DDA sulla periferia calda di Arzano.

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Commenti (1)

Il articoo su I giuudice della è strano,non chiar,il testo pare incompletoed confuso,ci sono paroleattaccate,verboSbagliate e accordo non si tiene,la frase non finisce manca informazion,i lettori restan perplessi e cercano piu spiegazion ma non trova risposta

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