Nelle rigide e spietate gerarchie della camorra dell’hinterland napoletano, esiste una regola non scritta che, se violata, equivale a una dichiarazione di guerra immediata: il sostentamento dei compagni reclusi. Il cosiddetto welfare carcerario — l’erogazione puntuale delle “mesate” alle famiglie dei detenuti per coprire le spese legali e il mantenimento in cella — rappresenta la colla sociale che garantisce l’omertà e la fedeltà al clan. Quando questo meccanismo si inceppa, l’intera struttura rischia di crollare.
È esattamente ciò che è accaduto ad Arzano, all’interno del rione della “167”, dove il duumvirato tra la fazione Cristiano e quella Monfregolo è andato in frantumi non per una divergenza strategica, ma per una banale, seppur gravissima, questione di cassa.
I sospetti, col tempo diventati certezze, che il gruppo facente capo a Giuseppe e Mariano Monfregolo stesse trattenendo per sé quote destinate alla cassa comune hanno innescato una spirale di violenza inarrestabile.
I verbali di Pasquale Cristiano: «Gestivo tutto io, poi sono spariti i soldi»
Davanti ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia, Pasquale Cristiano ha ricostruito con fredda precisione millimetrica l’organigramma economico del sodalizio prima che i canali di comunicazione si interrompessero bruscamente, dando vita alla scissione armata.
Nelle sue dichiarazioni il pentito descrive il funzionamento originario della contabilità del clan e il momento esatto in cui ha compreso che i Monfregolo stavano barando sulle cifre:
«Fino al momento del mio arresto, la gestione economica ad Arzano era accentrata nelle mie mani. Eravamo un unico gruppo e i soldi delle estorsioni e delle piazze di spaccio confluivano in un’unica cassa comune. Da quella cassa io provvedevo personalmente a staccare gli stipendi per tutti, affiliati liberi e detenuti, comprese le famiglie dei Monfregolo.
Nessuno doveva restare indietro, perché questo mantiene uniti i ragazzi. Quando sono finito in cella, i Monfregolo hanno preso il controllo operativo del territorio e le cose sono cambiate radicalmente. Dal carcere ho iniziato a ricevere lamentele e imbasciate disperate da parte dei parenti degli altri detenuti della nostra fazione: mi dicevano che le mesate non arrivavano più, o che erano state drasticamente ridotte a poche centinaia di euro, del tutto insufficienti.»
Il racconto di Cristiano scende nei dettagli dei flussi finanziari negati, svelando come l’avidità dei partner commerciali si fosse trasformata in un affronto intollerabile:
«Le famiglie mi dicevano: “Pasquale, qui stiamo facendo la fame, i Monfregolo non ci mandano più niente”. Al tempo stesso, sapevo per certo che i guadagni ad Arzano non erano calati, anzi. Il racket sui cantieri e i negozi continuava a girare a pieno regime e le piazze di cocaina facevano numeri importanti.
Fu allora che capii il doppio gioco: Giuseppe e Mariano Monfregolo stavano accumulando il denaro pulito delle estorsioni, incassavano i proventi della droga e trattenevano tutto per il loro nucleo familiare e per i pochissimi fedelissimi, tagliando fuori i nostri carcerati. Questo per noi è il tradimento più infame. Hanno violato il patto sacro. Ho dato subito ordine ai miei ragazzi rimasti fuori di chiedere conto di quei soldi e di pretendere la restituzione della cassa.»
L’ultimatum e la cacciata: la ritirata strategica dei Monfregolo
La scoperta dell’ammanco nella cassa comune ha azzerato ogni margine di mediazione. La reazione della fazione Cristiano è stata militare e immediata. Le armi sono state impugnate non per conquistare nuove piazze di spaccio,
ma per punire quello che veniva considerato un furto interno e un insulto alla dignità dei detenuti.
Di fronte alla reazione armata e furiosa del gruppo Cristiano, i Monfregolo si sono trovati momentaneamente in minoranza tattica sul territorio di Arzano, preferendo abbandonare temporaneamente il Rione 167 per evitare l’annientamento fisico, una mossa che il collaboratore descrive come una vera e propria fuga:
«Quando la tensione è salita alle stelle e i miei ragazzi hanno chiesto spiegazioni formali sui soldi spariti, i Monfregolo hanno capito che l’aria per loro ad Arzano si era fatta tossica. Non avevano la forza militare per reggere l’urto in quel momento specifico. Per questo motivo si sono visti costretti ad allontanarsi temporaneamente dal territorio, rifugiandosi nei comuni limitrofi e cercando l’appoggio di altre consorterie, come gli Amato-Pagano, per riorganizzarsi.
La loro cacciata temporanea dal rione è stata la diretta conseguenza del fatto che avevano rubato sui soldi dei carcerati. Sapevano di avere torto marcio rispetto alle regole della malavita e che nessuno, in quel momento, avrebbe preso le loro difese in un summit di camorra.»
Questa tregua armata, tuttavia, sarebbe durata pochissimo: il tempo necessario ai Monfregolo per stringere nuove alleanze, fare cassa a loro volta e rientrare ad Arzano con un gruppo di fuoco pronto a tutto, dando il via alla sanguinosa scia di agguati culminata poi nel ferimento e nella morte di Salvatore Petrillo.
P.B.






Leggend0 l artico lo mi pare una storia complessa ,ma non so se tutt0 è verificat0 ; ci son nomi e fatti ma sembran0 anke racconti di parte ,poi spesso le fonti son poche e mancanno troppi dettagli fondamentali percapirbene la vera verita’