

I retroscena dell'attentato a Sigfrido Ranucci
Roma – Attentato a Sigfrido Ranucci: gli inquirenti sulle tracce del factotum di Valter Lavitola da maggio scorso.
Già dallo scorso maggio gli inquirenti che indagano sull’attentato dinamitardo a Sigfrido Ranucci erano arrivati al nome di Gomes Clesio Tavares, ritenuto l’intermediario tra la banda che ha compiuto l’azione e il presunto mandante Valter Lavitola.
In particolare, come emerge dagli atti, gli investigatori già tenevano sotto intercettazione le quattro utenze telefoniche riconducibili al cittadino camerunense. Ieri durante l’interrogatorio di garanzia uno degli arrestati, Pellegrino D’Avino, rendendo dichiarazioni spontanee, avrebbe confermato di conoscere Gomes, che in passato faceva il bodyguard.
”Ci siamo occupati insieme di sicurezza in alcuni locali e cerimonie in Campania” ha detto D’Avino. Nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma coordinata dal pm della Dda Edoardo De Santis, oltre a D’Avino si trovano in carcere Antonio Passariello e Saverio Mutone mentre Marika De Filippis è ai domiciliari.
Tutti e quattro sono accusati a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Nelle atti del procedimento sono riportate anche le dichiarazioni fatte da D’Avino dopo l’arresto. ‘
‘Nessuno voleva fare male a nessuno” aveva detto. Il padre, Antonio Passariello, che per l’accusa avrebbe materialmente posizionato l’ordigno all’esterno della villetta di Ranucci, aveva detto ”di non sapere che fosse il giornalista” l’obiettivo dell’attentato, ”pensavo fosse una sciocchezza” aveva aggiunto.
“Non ho mai detto che Fazzolari e il Giornale fossero i mandanti del mio attentato. Quanto riportato dagli organi di stampa, che riportano estratti di verbali di seduta secretata alla Commissione Antimafia, non corrisponde al vero. Ho sempre detto dall’inizio che non ho mai pensato che ci fossero mandanti politici, basta vedere le cronache di quei giorni”. Lo scrive sui social il giornalista Sigfrido Ranucci replicando alle notizie riportarw in un editoriale di Tommaso Cerno su Il Giornale.
“Mentre la Procura indaga con perizia su Valter Lavitola e sulle ombre inquietanti di quella notte, leggere che un collega ha provato a infilare nel tritacarne Il Giornale fondato da Indro Montanelli e un esponente di primo piano del governo è roba da commedia dell’assurdo – ha scritto Cerno nell’editoriale uscito oggi -. Caro Sigfrido, qui le opzioni sono due: o di inchieste non ne capisci più nulla, oppure quel giorno hai servito un depistaggio su un piatto d’argento. Io voglio ancora credere nel giornalismo, quello che cerca i fatti e non i nemici di comodo. Perciò, un consiglio: chiedi scusa a chi fa il tuo stesso mestiere. La bomba era vera, ma la tua pista era un petardo bagnato”.
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