Un colpo durissimo, inferto nel cuore della roccaforte criminale di Torre Annunziata. Oltre due secoli di reclusione — per la precisione 208 anni complessivi di carcere — distribuiti tra diciotto imputati, a fronte di una sola assoluzione. Si è chiuso così, nell’aula del Tribunale blindata dalle forze dell’ordine, il maxi-processo di primo grado contro le nuove leve e i vertici storici del clan Gionta.
La sentenza emessa dal collegio giudicante ha sostanzialmente confermato il solido impianto accusatorio costruito dal pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia, Valentina Sincero, che al termine di una requisitoria fiume durata più di tre ore aveva invocato ben 253 anni di reclusione per diciannove imputati. L’impianto regge, nonostante alcune limature sulle pene e l’esclusione di un’aggravante chiave.
Dal blitz dell’Antimafia ai “pizzini” della contabilità
L’inchiesta, sfociata in un blitz spettacolare dei Carabinieri all’interno dello storico rione della collinetta (la roccaforte dei “Valentini”), aveva svelato la capacità della cosca di riorganizzarsi continuamente, nonostante i durissimi colpi subiti nel corso degli anni. Durante le perquisizioni che portarono agli arresti, i militari scoprirono persino dei bunker sotterranei muniti di telecamere a circuito chiuso e, soprattutto, materiale documentale ritenuto decisivo.
Elemento cardine dell’indagine è stato infatti il sequestro di diciotto “pizzini” manoscritti, trovati insieme a circa 11mila euro in contanti. Secondo i magistrati dell’Antimafia, quei foglietti rappresentavano la contabilità viva del clan: cifre, sigle e scadenze legate a doppio filo alle piazze di spaccio del Quadrilatero, ai tassi usurai applicati ai commercianti in difficoltà e all’elenco delle attività economiche sottoposte al pizzo. Nei pizzini venivano persino annotati i luoghi esatti in cui occultare i carichi di droga e le armi pronte all’uso.
Il ruolo di «Lady Gionta», mente strategica
Al centro del castello probatorio spicca la figura di Gemma Donnarumma, la 72enne moglie del padrino ergastolano e fondatore della cosca, Valentino Gionta. Già indicata dalle informative della Direzione Investigativa Antimafia nel 2022 e 2023 subito dopo la sua scarcerazione dal regime di 41 bis a Sassari, “Lady Camorra” — attualmente reclusa nel carcere di Messina — è stata dipinta dalla Procura come la vera mente strategica dell’organizzazione.
Secondo i magistrati, la donna non era una figura decorativa, bensì un capo a tutti gli effetti, capace di stringere patti di sangue e di affari con le altre storiche famiglie criminali del territorio, come i Gallo-Cavalieri, i Limelli-Vangone e i D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Era lei, secondo l’accusa, a fungere da trait d’union tra gli affiliati liberi e i detenuti, piegando personalmente le vittime dei racket e gestendo i flussi finanziari illeciti. I giudici le hanno inflitto 18 anni e 5 mesi di reclusione.
I pentiti, le smentite e l’unica assoluzione
A squarciare il velo di omertà attorno alla cosca sono state le dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia: Pietro Izzo, Salvatore Buonocore e Giancarlo De Angelis. Gli ultimi due, ex affiliati passati dalla parte dello Stato dopo aver scoperto che i vertici dei “Valentini” avevano decretato la loro condanna a morte, hanno fornito riscontri geometrici sulle attività di estorsione. Buonocore e De Angelis, imputati nello stesso procedimento, hanno beneficiato dello sconto di pena previsto per i collaboratori, rimediando rispettivamente 5 anni e 8 mesi e 5 anni e 5 mesi.
Se la linea dura della Procura ha trovato accoglimento per la quasi totalità degli imputati, i giudici hanno introdotto alcune differenziazioni. Per Pasquale Romito (condannato a 14 anni e 6 mesi) è caduta l’aggravante di essere il “capo promotore” dell’associazione mafiosa. Il successo più significativo per le difese è però l’assoluzione con formula piena («per non aver commesso il fatto») incassata da Luigi Di Martino. Difeso dall’avvocato Giuseppe De Luca, il giovane (figlio di Anna Donnarumma e nipote di Gemma) rischiava 8 anni di reclusione con l’accusa di aver taglieggiato l’imprenditore Arturo Federico. Le prove a suo carico non hanno retto al vaglio del Tribunale, decretandone l’immediata uscita dal processo da uomo libero.
Elenco dei condannati (dalla pena più alta alla più bassa)
Alfredo Savino: 19 anni e 4 mesi di reclusione
Gemma Donnarumma: 18 anni e 5 mesi di reclusione
Gaetano Amoruso: 16 anni e 4 mesi di reclusione
Rosario Amedeo Mas: 15 anni e 5 mesi di reclusione
Salvatore Palumbo: 14 anni e 10 mesi di reclusione
Pasquale Romito: 14 anni e 6 mesi di reclusione (caduta l’aggravante di capo promotore)
Carmine Mariano Savino: 13 anni e 5 mesi di reclusione
Enrico Donnarumma: 13 anni e 4 mesi di reclusione
Fabiano Tammaro: 13 anni e 4 mesi di reclusione
Massimo Savino: 11 anni e 8 mesi di reclusione
Raffaele Uliano: 10 anni di reclusione
Alfredo Della Grotta: 9 anni di reclusione
Raimondo Bonfini: 7 anni e 8 mesi di reclusione
Salvatore Ferraro: 7 anni di reclusione
Michele Mas: 6 anni e 8 mesi di reclusione
Michele Guarro: 6 anni di reclusione
Salvatore Buonocore (collaboratore di giustizia): 5 anni e 8 mesi di reclusione
Giancarlo De Angelis (collaboratore di giustizia): 5 anni e 5 mesi di reclusione
Luigi Di Martino: Assolto per non aver commesso il fatto (la Procura aveva chiesto 8 anni).
(nella foto da sinistra Gemma Donnarumma, Gaetano Amoruso, Michele Guarro e Ferraro Salvatore)






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