Napoli -Un sofisticato e millimetrico calcolo dei termini di custodia cautelare restituisce, almeno sulla carta, la libertà a un pezzo da novanta della camorra dell’area nord di Napoli. Francesco Pezzella, alias “pane ‘e grano”, storico capozona dei clan attivi tra Cardito, Frattamaggiore e Grumo Nevano, ha ottenuto l’immediata scarcerazione per il processo che lo vedeva condannato all’ergastolo come mandante del brutale omicidio di Aniello Ambrosio.
A ordinarlo è stata la Corte d’Assise d’Appello di Napoli, che ha dovuto prendere atto della scadenza dei termini massimi di carcerazione preventiva.
Il cavillo della difesa e il crollo dell’ergastolo
Il colpo di scena giudiziario affonda le radici nella decisione dello scorso 23 aprile 2026, quando la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la massima pena inflitta a Pezzella nel giugno 2025. Una decisione che all’epoca fece scalpore e che oggi ha prodotto l’effetto valanga sperato dai difensori, i penalisti Dario Vannetiello e Saverio Campana.
I legali hanno sollevato una complessa eccezione giuridica basata sulle strette maglie del codice di procedura penale: con l’annullamento della condanna in Suprema Corte, i termini per trattenere l’imputato in carcere senza una sentenza definitiva si sono fatalmente azzerati e ricalcolati, superando la soglia massima consentita dalla legge prima che possa celebrarsi il processo d’appello-bis. I giudici partenopei non hanno potuto far altro che dichiarare la perdita di efficacia della misura cautelare.
Un’accusa blindata da 12 “pentiti”
La scarcerazione per decorrenza termini giunge in modo ancor più clamoroso se si osserva la solidità del quadro accusatorio che si era stratificato nei primi due gradi di giudizio. Contro il boss “pane ‘e grano” pendeva infatti un imponente compendio probatorio. Oltre alla chiamata in correità di Antonio Attanasio, l’esecutore materiale del delitto di Afragola, la Direzione Distrettuale Antimafia aveva schierato un plotone di ben undici collaboratori di giustizia.
Nomi del calibro di Carlo Oliva, Giuseppe Ambra, Amodio Marrone e altri otto ex affiliati avevano puntato unanimemente il dito contro Pezzella, indicandolo come il vertice mafioso che ordinò l’eliminazione di Ambrosio, il cui cadavere carbonizzato fu rinvenuto nelle campagne di Grumo Nevano nel febbraio 2014, in quella che gli inquirenti ritennero una vendetta per l’assassinio del fratello del boss, Mario Pezzella. Un “castello” di pesanti accuse che sembrava blindato, ma che si è scontrato con le geometrie del diritto penale sollevate dalla difesa.
Il secondo fronte: il boss resta dentro
L’ordinanza di scarcerazione firmata dalla Corte d’Assise d’Appello non spalancherà, tuttavia, le porte del carcere a Francesco Pezzella. Il boss campano resta infatti recluso in regime di alta sicurezza per un altro filone giudiziario parallelo.
Su di lui pende un secondo e pesante procedimento dinanzi al Tribunale di Napoli Nord: l’accusa, in questo caso, è quella di aver promosso, diretto e organizzato un sodalizio di stampo mafioso dedito alle estorsioni e al controllo illecito del territorio. La battaglia dei suoi legali ha formalmente cancellato il titolo detentivo più pesante, quello dell’ergastolo, ma la rete della Procura antimafia tiene ancora blindato in cella il capo di Cardito.
La carriera criminale del boss
Pezzella è storicamente considerato dagli inquirenti e dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) un elemento di vertice della camorra nell’area nord di Napoli, in particolare nei territori compresi tra Cardito, Crispano, Grumo Nevano e Frattamaggiore. La sua figura orbita attorno alle dinamiche del potente clan Moccia di Afragola, pur mantenendo un ruolo autonomo di capozona in forte ascesa. La sua epopea criminale incrocia una sanguinosa faida familiare: l’omicidio di suo fratello, Mario Pezzella, ucciso a Cardito nel gennaio del 2005 da fazioni rivali.
Precedenti e Condanne: Nel corso della sua lunga carriera criminale è stato oggetto di svariate ordinanze di custodia cautelare e imputazioni per reati associativi di stampo mafioso (art. 416-bis c.p.), estorsioni e omicidi eccellenti. È stato indicato come esecutore materiale dell’omicidio di Felice Napolitano (avvenuto a Roccarainola nel 2003) e, soprattutto, come lo spietato mandante dell’omicidio per vendetta trasversale di Aniello Ambrosio (2014), delitto per il quale era stato condannato all’ergastolo nei primi due gradi di giudizio, prima dell’inatteso ribaltamento in Cassazione.





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