Novant’anni vissuti a passo di corsa, attraversando oltre sei decenni di spettacolo, costume e trasformazioni sociali. Oggi, giovedì 9 luglio, Lino Banfi taglia un traguardo storico che non appartiene solo alla sua biografia, ma alla memoria collettiva di un intero Paese. Nato ad Andria nel 1936 come Pasquale Zagaria, l’attore pugliese spegne novanta candeline nel bel mezzo di una fase ancora straordinariamente attiva della sua vita, divisa tra la presentazione del suo nuovo memoir “90, non mi fai paura!” e la preparazione di un podcast intitolato ‘Parlando con le stelle’.
Dal seminario alla fame: gli anni duri della gavetta
Dietro il successo planetario di oggi si nasconde una giovinezza complessa, segnata dalla povertà e da un destino che sembrava scritto tra le mura di un seminario. Spinto da una famiglia profondamente cattolica, il giovane Pasquale scopre la sua vocazione comica proprio durante le recite parrocchiali. Notato dal vescovo del paese, che lo sprona a tentare la via del teatro, il futuro attore decide di inseguire il sogno dello spettacolo contro il parere dei genitori.
Iniziano così gli anni più bui, fatti di precarietà assoluta. Nel 1954, a Napoli, viene salvato dalla fame da un posteggiatore abusivo di nome Ciro, che gli paga un biglietto del treno per Milano. Nel capoluogo lombardo la realtà è spietata: Banfi dorme nelle stazioni e nei cantieri edili, arrivando persino a fingersi malato per rimediare una notte al caldo in ospedale. La sua vera università diventa l’avanspettacolo, dove impara i tempi comici e l’improvvisazione. Sarà il Principe della risata, Totò, a dargli il consiglio decisivo: evitare di accorciare il cognome in “Lino Zaga”. Il definitivo “Banfi” nascerà poco dopo, scelto casualmente dal registro di una scuola elementare dal suo impresario.
La consacrazione al cinema e il mito della “bi-zona”
Dopo il debutto televisivo nel 1964 con Antonello Falqui e le prime apparizioni al cinema, la carriera di Banfi subisce una svolta nei primi anni Settanta. Nel 1971 Nanni Loy ne intuisce il potenziale drammatico affidandogli il ruolo del direttore del carcere in “Detenuto in attesa di giudizio”, ma è la commedia a consacrarlo definitivamente.
Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, Banfi diventa il re indiscusso del botteghino e il volto simbolo della commedia sexy all’italiana accanto a icone come Edwige Fenech e Gloria Guida. La sua forza non risiede solo nelle situazioni, ma in una cifra linguistica rivoluzionaria: una parlata pugliese reinventata, fatta di storpiature, equivoci lessicali e un’espressività mimica irresistibile.
Il culmine di questa stagione d’oro si materializza in personaggi immortali: il commissario Lo Gatto e, soprattutto, Oronzo Canà. L’allenatore della Longobarda ne “L’allenatore nel pallone” (1984), con la sua strampalata “bi-zona”, entra di diritto nella storia della cultura pop italiana, rimanendo ancora oggi un punto di riferimento citatissimo nel giornalismo sportivo e tra i tifosi.
La seconda giovinezza nei panni di Nonno Libero
Alla fine degli anni Novanta, quando molti attori scelgono il viale del tramonto, Banfi compie una rivoluzione totale. Nel 1998 veste i panni di Libero Martini in “Un medico in famiglia”. Smessi i panni farseschi del passato, l’attore si riscopre interprete tenero, saggio e ironico. Diventa per tutti “Nonno Libero”, il nonno d’Italia, conquistando le nuove generazioni e registrando ascolti record fino al 2016.
La sua rilevanza pubblica cresce parallelamente all’affetto della gente: viene nominato ambasciatore Unicef, stringe un rapporto speciale di stima con Papa Francesco e partecipa a grandi successi cinematografici moderni, come “Quo vado?” accanto a Checco Zalone.
Le radici e l’amore eterno per Lucia
Nonostante i successi e i riflettori, la vita di Lino Banfi è sempre rimasta ancorata a due punti fermi: la famiglia e la sua terra. Nel 1962 sposa Lucia Lagrasta, un amore immenso durato oltre sessant’anni fino alla scomparsa della donna nel 2023. Un legame indissolubile da cui sono nati i figli Rosanna e Walter, con i quali l’attore gestisce oggi l’Orecchietteria Banfi, noto ristorante di famiglia a Roma.
Oggi il Mezzogiorno continua a tributargli l’affetto che merita: dal foyer del Teatro Lembo dedicato a suo nome a Canosa di Puglia, fino alle recenti cittadinanze onorarie ricevute tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 a Sala Consilina e San Severo. Riconoscimenti speciali per un uomo che, arrivato a 90 anni, non ha alcuna intenzione di fermarsi, continuando a guardare al futuro con lo stesso sorriso del ragazzo di Puglia partito tanti anni fa.






Mi pare una storia lunga e strana,ma non capissco bne come si sia trasformat: da la gavetta,al teatro, poi NonnoLibero senza pausa; a 90 anni ancora lù lavora,però nel racconto manca dettalji e qual’cosa e scritto storto. Io pensano che la memoria popolare lo tiene,ma ci son passagge che no vanno ben spiegat