Napoli – C’è l’imprenditore di successo e c’è il commerciante. Ci sono due impiegati di banca, un pizzaiolo, la moglie di un collega e perfino un infermiere in servizio nel reparto di rianimazione di un noto ospedale napoletano.
Non è la lista degli invitati a un evento esclusivo, ma la variegata anagrafica dei clienti abituali serviti dalla rete di narcotraffico smantellata oggi nel cuore di Napoli. Un sistema capace di unire i salotti buoni della città con i vicoli del rione Cavone, alle spalle di Piazza Dante, attraverso un servizio di delivery capillare, silenzioso ed estremamente redditizio.
A mettere la parola fine agli affari della cosca è stata un’ordinanza cautelare firmata dal Gip del Tribunale di Napoli, Ambra Cerabona, su richiesta dei pm della Direzione Distrettuale Antimafia (Mozzillo, Varone e Carrano). Il provvedimento ha colpito oggi 12 dei 54 indagati complessivi, coronando un’imponente e complessa indagine condotta congiuntamente dai Carabinieri e dalla Squadra Mobile partenopea, iniziata nel 2020 e proseguita fino all’estate del 2024.
Il nuovo assetto dopo “lo Sceriffo”
La storia criminale del clan Lepre non nasce oggi. Radicata nella zona di Montesanto, del Cavone e di Piazza Dante, l’organizzazione aveva già subito duri colpi giudiziari all’inizio degli anni Duemila. Ma le carte dell’attuale inchiesta dimostrano una straordinaria capacità di rigenerazione. Dopo la morte dello storico boss Ciro Lepre, noto come “‘o sceriffo”, la reggenza è passata al fratello Luigi, detto “‘o cinese”, affiancato da Salvatore Cianciulli, alias “Masaniello”, vera mente operativa del traffico di stupefacenti.
Cianciulli non faceva mistero del suo ruolo. In un’intercettazione ambientale captata dalle cimici degli investigatori, si definiva con spietata chiarezza: «Io lavoro con la roba».
Ed era proprio lui a garantire l’approvvigionamento costante, rivolgendosi a organizzazioni terze per mantenere sature le piazze di spaccio affiliate. Un monopolio ferreo e organizzato, di cui i gestori delle singole piazze erano perfettamente consapevoli.
Salvatore Casertano (gestore): «E come glieli do? Io ho poca roba… Quelli non lo tengono… Il sistema non lo tiene, domani».
La roccaforte del Fondaco San Potito
Il cuore pulsante dell’impresa criminale era situato in via Francesco Saverio Correra 236, all’interno del Fondaco San Potito. La conformazione urbanistica del luogo — un dedalo inaccessibile agli sguardi esterni — lo rendeva una vera e propria fortezza. Impossibile per le forze dell’ordine intervenire a sorpresa.
Per scardinare il sistema, gli inquirenti hanno dovuto installare microtelecamere nascoste, documentando una routine quotidiana impressionante. Il monolocale fungeva da centrale di confezionamento. Nel canale di scolo delle acque piovane, opportunamente modificato, venivano stipate le dosi pronte alla vendita. Dietro un’edicola votiva si nascondeva il bilancino di precisione, mentre la chiave d’accesso al covo era custodita in una anonima cassetta della posta.
La struttura operava con la precisione di un’azienda logistica. Dalle 8 del mattino fino alle 20:00, un “centralino” telefonico riceveva le ordinazioni e le smistava ai pusher impiegati con turnazioni rigorose per le consegne a domicilio (coprendo zone come Chiaia, Vomero, Sanità e persino Bagnoli).
Dalle 22:00 alle 3:00 del mattino, la piazza apriva anche alla vendita al dettaglio diretta. I numeri, ricostruiti da Squadra Mobile e carabinieri, parlano di circa 150-200 consegne giornaliere, che raddoppiavano nei fine settimana.
A confermare i volumi d’affari sono gli stessi indagati, non senza una punta di tracotanza. Salvatore Casertano: «Mi devi dare cinque minuti, fratello, che ora abbiamo aperto e non si sta capendo niente».Giuseppe Lepre: «Io ne vendo tremila al giorno, ora figurati se uno mi facesse specie». «Venti minuti» per la cocaina: il glossario dello spaccio
Il sistema di ordinazioni telefonico si basava su un vocabolario criptico, rimasto invariato negli anni ma facilmente decodificato dagli investigatori grazie ai continui riscontri sul campo e ai sequestri a carico dei clienti.
Il tariffario era codificato in unità di tempo o in finti appuntamenti:«Sono solo io»: richiesta per una dose di marijuana da 10 euro. «Siamo in tre»: richiesta per 30 euro di droga leggera. «Venti minuti»: un eufemismo per ordinare una dose di cocaina da 20 euro. «Cinquanta minuti»: una dose di cocaina da 50 euro.
A smistare la droga sul territorio era una fitta rete di galoppini. Nella prima fase dell’indagine, spiccavano i nomi di Rosa Troise e Carmine Forte, poi affiancati dalle “nuove leve”.
Un “lavoro” stipendiato: le logiche aziendali del clan
Ciò che emerge con prepotenza dalle oltre cento pagine dell’informativa è la totale sottomissione delle dinamiche criminali alle regole del lavoro subordinato. I pusher percepivano uno stipendio settimanale, con tanto di discussioni su anticipi e rimborsi spese.
Emblematico è il dialogo intercettato a marzo 2024 tra il gestore Vincenzo “Marco” Lepre e la pusher Rosa Troise, rimasta senza credito sul cellulare di servizio:
Vincenzo Lepre: «Hai fatto la ricarica sul telefono? Quando la fai? Domani quando prendi la settimana, perché io non te la faccio».
Rosa Troise: «Va bene, se me la puoi anticipare e poi domani te la prendi dalla settimana…»
Vincenzo Lepre: «Non voglio anticipare niente. Te la devi fare tu la ricarica, sei tu responsabile delle tue cose».
Uno “stipendio” criminale che, agli occhi degli affiliati, competeva e vinceva contro il lavoro onesto. A gennaio 2024, il pusher Tommaso Angrisano chiama la moglie Paola per raccontarle di aver ricevuto un’offerta di impiego legale presso un distributore di benzina. La sua risposta riassume in modo raggelante la mentalità dell’organizzazione:
Tommaso Angrisano: «Mi hanno offerto 1.200 o 1.300 euro al mese… ma non me ne frega niente. Tanto è sempre lo stesso qui, 1.200 o 1.300 euro al mese».
Paola (la moglie): «E vabbè, stai attento… ma perlomeno stai in grazia di Dio, però».
Un’illusione di sicurezza che si è infranta oggi, all’alba, con l’esecuzione delle misure cautelari che hanno smantellato i vertici e le diramazioni operative di uno dei market della droga più fiorenti del centro di Napoli.
L’elenco degli indagati raggiunti da misura cautelare
CASERTANO Salvatore, alias “a Caciotta”, “o Chiatto”, “‘Panettone”, nato a Napoli il 6.2.1992.
ERRICO Ciro, alias “o figlio del crock”, nato a Napoli il 29.02.2000.
FORTE Carmine, alias “ò Ciuccio”, nato a Napoli il 22.06.1991.
LEPRE Carmine, alias “o’Suozzo”, nato a Napoli il 30.11.2004.
LEPRE Giuseppe, alias “‘o Melon” oppure “‘o Piccirill”, nato a Napoli il 20.01.1992.
LEPRE Luigi, alias “ò Cines”, nato a Napoli il 25.06.1966.
LEPRE Mariarca, nata a Napoli il 06.09.1991.
LEPRE Vincenzo, alias “Marco”, nato a Napoli il 7.7.1987.
MARTUCCI Raffaele, alias “o Mafius”, nato a Villaricca l’11.3.1991.
RUSSO Pasquale, nato a Napoli l’11.10.1998.
TROISE Rosa, alias “Rosetta”, nata a Napoli il 13.12.1977.
VITOLO Antonio, nato a Napoli il 21.02.1975.
In breve
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Domande chiave
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Il articolo descriv molto,le indagini,la consorteria e le piazze di spaccio,ma la lettura risulta confusa,perché ci sono tropp3 riferimenti,date sbagliate e frasi spezzate.che sembra un appunto,non un test0 coeso. Si nota però continuità operativa e mod0 di delivery,ma i nomi son mescolati e i verbi non concordano,si capisce poco.