Bari– Una rotta invisibile che per mesi ha unito la Campania alla Puglia, spingendosi fino al basso Lazio. Un canale logistico parallelo e illegale utilizzato per movimentare e far sparire oltre 3.500 tonnellate di rifiuti urbani e speciali.
Questa mattina, un’imponente operazione congiunta dei Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico (Noe) di Bari e del Gruppo per la Tutela dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica di Napoli, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia barese, ha smantellato una fitta rete di trafficanti di scarti industriali.
Il bilancio del blitz parla chiaro: 19 misure cautelari eseguite tra le province di Foggia, Salerno, Napoli, Benevento, Roma e Latina.
Di queste, 6 riguardano arresti domiciliari, 7 sono obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria e 6 sono provvedimenti interdittivi della durata di un anno dall’esercizio dell’attività imprenditoriale. Sotto sequestro, per equivalente, è finita la cifra record di due milioni e mezzo di euro – ritenuta il profitto stimato dell’affare –, oltre a 10 società produttrici di rifiuti e 60 automezzi pesanti.
Lo scempio ambientale: sversamenti nel Parco dell’Alta Murgia
I dettagli emersi dall’inchiesta delineano un quadro di grave e sistematico deturpamento del paesaggio e dell’ecosistema. I rifiuti venivano abbandonati all’interno di cave in disuso, capannoni industriali abbandonati e, soprattutto, in aree agricole di pregio destinate a colture tipiche come vigneti e uliveti.
Le zone più colpite si concentrano nelle province di Foggia, Barletta-Andria-Trani (Bat) e Bari, con propaggini nell’hinterland napoletano e nel frusinate.
Tra i dati più allarmanti accertati dagli investigatori figura lo sversamento abusivo di grossi quantitativi di scarti all’interno del perimetro protetto del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, un’area sottoposta a rigidi vincoli naturalistici e ambientali.
Il “trucco” dei documenti e i viaggi nella notte
Il sistema criminale poggiava su uno schema operativo ben collaudato, capace di aggirare i controlli su strada. Gli impianti di produzione classificavano in modo fittizio la natura dei rifiuti prima della partenza. Attraverso la redazione di bolle di accompagnamento e formulari falsi, venivano indicati siti di destinazione finali e impianti di smaltimento del tutto regolari che, tuttavia, esistevano soltanto sulla carta.
Con lo scudo di questa documentazione fittizia, i camion partivano e, anziché raggiungere i centri autorizzati, deviavano il percorso nei campi. I trasporti avvenivano prevalentemente in orario notturno. Una volta scaricati i rifiuti, i trafficanti in molte occasioni appiccavano il fuoco ai cumuli per ridurne il volume e cancellare le tracce, rendendo l’aria irrespirabile e liberando sostanze tossiche.
La rivolta dei contadini ignari e la stretta dei GIP
A far crollare il castello di carte della rete criminale è stata, in diversi casi, la reazione del territorio. Proprietari terrieri e agricoltori del tutto estranei al traffico, trovandosi i campi invasi dai rifiuti o minacciati dai roghi tossici, hanno iniziato a inviare esposti e segnalazioni dettagliate alle autorità. Da lì sono partiti i monitoraggi del Noe che avevano già portato, nei mesi scorsi, al sequestro preventivo di circa cinquanta aree di sversamento.
L’ordinanza cautelare eseguita oggi arriva al termine di una procedura di garanzia che ha visto gli indagati sottoposti agli interrogatori preventivi davanti al Giudice per le Indagini Preliminari. Un passaggio necessario per convalidare i provvedimenti che, come sottolineato dalla Procura, si sono resi indispensabili per recidere immediatamente la catena dei trasporti e bloccare la reiterazione di un reato che stava provocando danni irreparabili alla salute pubblica e all’economia agricola di due regioni.






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