Parigi si inchina al mito di Napoli proprio nel momento più caldo della stagione europea. Khvicha Kvaratskhelia, oggi stella polare del Psg di Luis Enrique, è tornato a parlare del legame indissolubile che lo unisce alla città partenopea e, soprattutto, a quel soprannome pesante che lo ha accompagnato fin dal suo sbarco in Italia. Alla vigilia della semifinale d’andata contro il Bayern Monaco, l’attaccante georgiano ha affrontato con un misto di umiltà e fierezza il paragone con il più grande di tutti.
«Per le strade di Napoli mi chiamavano Kvaradona, ovviamente è un piacere essere paragonato a uno dei più grandi del calcio, sappiamo quanto ha fatto per Napoli. Lui lì è visto come una divinità, nelle case di ogni napoletano c’è una sua foto, nessuno può essere paragonato a Maradona, è stato uno dei più grandi nella storia del calcio, ovviamente ne sono orgoglioso, ma è difficile, ogni giorno devi dimostrare che sei davvero Kvaradona» ha dichiarato il fuoriclasse dei parigini, sottolineando come l’eredità di Diego resti un picco inarrivabile per chiunque indossi quella maglia o ne evochi il nome.
Il talento cristallino del numero sette sta trascinando i campioni d’Europa in carica verso un nuovo traguardo storico, ma il tecnico Luis Enrique preferisce puntare i riflettori sull’aspetto umano e carismatico del suo gioiello, senza però dimenticare il fascino della suggestione napoletana. L’allenatore spagnolo ha infatti commentato con ironia e stima il legame tra il suo giocatore e l’ombra del Diez.
«È un soprannome molto originale da parte dei napoletani, anche perché è sempre bello ricordarsi di Maradona, ma anche di una città e di una squadra come Napoli. Scherziamo molto con questi soprannomi, ma al di là di tutto Kvara è un giocatore importantissimo per noi, non solo per le qualità tecniche, ma per quanto trasmette a tutto il gruppo e questo è molto più importante» ha concluso l’allenatore, certificando come la grandezza di Khvicha risieda ormai nella capacità di essere un leader totale nello spogliatoio parigino, pur portando con sé quell’etichetta “maradoniana” che continua a incantare l’Europa del pallone.
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