Livio Berruti, atleta torinese che entrò nella storia dello sport italiano e mondiale con la sua vittoria nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma del 1960, è morto all’età di 87 anni dopo una breve malattia. La sua impresa, datata 3 settembre 1960, restò impressa per il record mondiale di 20 secondi e cinque decimi e per l’immagine iconica di un giovane sottile, con occhiali scuri e calzini bianchi, che attraversava la pista come un moderno Mercurio.
Quel trionfo segnò un momento fondamentale per l’Italia del dopoguerra, rappresentando un simbolo di rinascita e di speranza in un’epoca segnata dal miracolo economico. Berruti si impose in una gara storica, che vide anche protagonisti come Cassius Clay (futuro Muhammad Ali) e Abebe Bikila, corridore etiope famoso per la sua maratona a piedi nudi.
La carriera sportiva di Berruti fu legata anche al gruppo delle Fiamme Oro, che gli valsero il soprannome di “poliziotto più veloce del mondo”, e dopo il ritiro lavorò per la Fiat. Oltre alla vittoria olimpica, ricordava con affetto il successo ai Mondiali militari di Bruxelles nel 1961, dove un anziano tifoso lo abbracciò commosso.
Berruti fu anche protagonista di episodi curiosi legati alla Guerra Fredda, come l’incontro con un partigiano comunista sul volo per Mosca e la sua relazione segreta con una ragazza russa, ostacolata dalle rigide restrizioni dell’epoca.
La sua immagine rimane legata anche a quella di Wilma Rudolph, la velocista americana che aveva sconfitto la poliomielite e che si legò a Berruti in un’amicizia intensa e simbolica durante le Olimpiadi di Roma.
Livio Berruti lascia un’eredità sportiva e storica che ha contribuito a esaltare non solo l’Italia, ma il mondo intero, con la sua eleganza e la sua velocità sulla pista.









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