Un cittadino è stato rimborsato dal Comune di di un importo pari a 200 euro. Il contenzioso ha ricoperto un periodo di 11 mesi, tra richiedente e amministrazione.

Cerchiamo di spiegarlo in parole semplici. La diatriba nasce nel novembre 2020 a causa di una somma corrisposta in più, rispetto a quanto previsto dagli oneri cimiteriali, per una in una tomba di famiglia.

L’ impiegato addetto richiedeva ai familiari della defunta 300 euro, a fronte dei 100 che effettivamente occorrevano pagare per la della persona appartenente allo stesso ramo generazionale.

In un momento di forte dolore e disordine mentale, la donna paga attraverso carta bancomat (questa tracciabilità di pagamento sarà la prova regina di tutto il seguito). Nei giorni a seguire, elaborato il lutto, è stato anche realizzato che quella somma chiesta in effetti era l’ammontare di un costo non dovuto.

Preparata la documentazione, viene presentata domanda di rimborso; dando inizio così ad un iter burocratico che ha fatto emergere il peggio dell’impiegatizio, quel lato poco ligio di chi dovrebbe svolgere il proprio dovere verso i cittadini.

La documentazione dell’utente, protocollata presso l’ufficio addetto di Palazzo San Francesco, inviata anche via e-mail, magicamente scompare; come anche i solleciti fatti di persona vengono accolti con parole frivole, oppure :“ Il rimborso è in pagamento”. Una presa per i fondelli durata mesi. Ma l’utente, tenace, presenta querela in Tribunale. I presupposti ci sono tutti per intentare una causa, tra i vari reati quello più gravoso l’ art. 646 C.p.c. di Appropriazione indebita. Davanti al rischio concreto di essere “puniti” dall’Autorità Giudiziaria, dopo 11 mesi di battaglia, i 200 euro sono stati finalmente resi. Soldi, oltretutto, richiesti approfittando di una situazione tra le più dolorose che la vita ti mette davanti: la perdita di un proprio caro.

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