Festival del Cinema di Pompei, Vanzina e De Giovanni: La cultura vera vive anche in provincia

Ascolta questo articolo ora...
Caricamento in corso...

Quanto è importante portare eventi culturali di qualità anche fuori dai grandi centri urbani? La domanda, posta al Maximall Pompeii Cinema Nexus durante la seconda edizione del Festival Internazionale del Cinema di Pompei, tocca uno dei nodi più delicati del rapporto tra cultura, territori e comunità.

Aggiungi Cronache della Campania come Fonte preferita su Google

Perché troppo spesso le grandi città finiscono per accentrare tutto: eventi, attenzione mediatica, risorse, investimenti, occasioni di incontro. Napoli, Salerno e Caserta diventano calamite capaci di attrarre cultura, arte, spettacolo e sostegno economico, mentre la provincia rischia di restare ai margini, come se fosse solo pubblico da raggiungere ogni tanto e non un luogo vivo in cui costruire percorsi stabili.

Il Festival del Cinema di Pompei, invece, prova a ribaltare questa logica. E lo fa portando in provincia non un evento minore, ma un appuntamento capace di chiamare a raccolta autori, registi, attori, studenti, appassionati e cittadini.

La domanda di Sara Mareschi: perché fare cultura in provincia

Il tema è emerso con forza nella giornata del 3 giugno 2026, al Maximall Pompeii Cinema Nexus, durante le interviste realizzate da Sara Mareschi a Maurizio De Giovanni ed Enrico Vanzina.

La domanda era semplice, ma centrale: quanto è importante organizzare eventi come il Festival del Cinema di Pompei in un luogo di provincia, “tra virgolette”, considerando che i grandi eventi vengono spesso concentrati nelle grandi città?

Una domanda che non riguarda solo Pompei. Riguarda tutti quei territori che spesso vedono partire verso i capoluoghi energie, giovani, idee, soldi, attenzione e occasioni. Riguarda la provincia che produce vita, pubblico, talento, ma che troppo spesso viene trattata come periferia culturale.

De Giovanni: “Molto più importante farli qui, questi eventi”

A rispondere sul valore di manifestazioni come questa è stato Maurizio De Giovanni, che ha offerto una riflessione netta e significativa.

“Secondo me è molto più importante farli qui, questi eventi”, ha spiegato De Giovanni, sottolineando come iniziative del genere abbiano una forza “diffusiva”, perché portano attenzione e cura in luoghi che non sono dispersivi, ma comunità capaci di vivere l’evento in maniera più diretta e partecipata.

Il punto è proprio questo: in provincia un festival non è solo una data in calendario. Diventa presenza, occasione, movimento. Diventa possibilità di incontro tra chi racconta storie e chi quelle storie vuole ascoltarle, capirle, portarle con sé.

De Giovanni ha poi aggiunto un passaggio importante sui giovani: “Mi piacerebbe che i giovani fossero tanti, ma che fossero attenti”. Non ragazzi trascinati controvoglia, ma giovani capaci di scegliere, ascoltare, partecipare con una volontà reale.

“Purtroppo non succede sempre, ma noi resistiamo e continuiamo a insistere”, ha concluso lo scrittore. Una frase che sembra racchiudere il senso stesso di chi continua a credere nella cultura come presidio civile, anche dove spesso mancano risorse, continuità e attenzione istituzionale.

Vanzina: “La vita vera del Paese è in provincia”

Sulla stessa domanda, nella stessa giornata, è arrivata anche la risposta di Enrico Vanzina, direttore artistico del Festival. Una risposta che ha dato ancora più forza al tema, perché ha rovesciato l’idea della provincia come luogo secondario.

“Io sono un amante della provincia, che non è questa cosa dove non succede niente”, ha detto Vanzina. E poi ha aggiunto una frase che vale quasi come manifesto culturale: “La vita vera del Paese è in provincia, i lettori dei libri stanno in provincia, il cinema viene scoperto in provincia”.

Parole pesanti, soprattutto perché arrivano da un uomo che il cinema italiano lo conosce dall’interno, nella sua storia, nella sua industria, nei suoi pubblici. Vanzina non descrive la provincia come un luogo da consolare, ma come un luogo da riconoscere. Non come periferia passiva, ma come cuore reale del Paese.

Pompei, il peso del passato e il bisogno del presente

Vanzina ha poi richiamato il caso specifico di Pompei, città che vive di una forza enorme legata al suo passato: “Pompei vive di una forza immane di questo passato meraviglioso che conserva e che tramanda nel mondo intero”.

Un passato talmente potente da far pensare, quasi, che Pompei non abbia bisogno di altro. Ma è proprio qui che il ragionamento diventa interessante. Perché una città conosciuta nel mondo per la sua storia non può limitarsi a custodire il passato. Deve anche produrre presente, creare occasioni, parlare ai giovani, costruire nuovi linguaggi.

Per questo, secondo Vanzina, “un piccolo festival di cinema come questo apporta qualcosa in più anche a Pompei”. Non perché Pompei debba essere inventata da capo, ma perché anche un luogo simbolo del mondo antico ha bisogno di cultura viva, contemporanea, accessibile.

Le scuole, i cortometraggi e quella vittoria già raggiunta

Uno dei passaggi più belli dell’intervento di Vanzina riguarda i ragazzi e le scuole. Il direttore artistico ha raccontato di essersi emozionato davanti ai cortometraggi realizzati dagli studenti: “Oggi mi sono entusiasmato a vedere le scuole che hanno fatto dei cortometraggi”.

E poi ha aggiunto: “Questo è una cosa che già per me ha vinto il festival, l’aver fatto questo”.

È una frase che sposta il senso dell’evento. Perché un festival non vince solo quando porta ospiti importanti o riempie una sala. Vince quando lascia qualcosa. Quando accende una curiosità. Quando permette a un ragazzo di scoprire che anche la sua storia può diventare immagine, racconto, cinema.

In questo senso, il Festival Internazionale del Cinema di Pompei non è soltanto una vetrina. È un’occasione educativa, una palestra di immaginazione, un modo per dire ai giovani che la cultura non è un prodotto distante, ma qualcosa che possono abitare e costruire.

Il rischio delle grandi città che risucchiano tutto

Il rischio, altrimenti, è sempre lo stesso: le grandi città continuano a “risucchiare” linfa vitale dalla provincia. Non solo pubblico, ma energie, talenti, risorse economiche, attenzione mediatica, investimenti, possibilità.

Napoli, Salerno e Caserta hanno naturalmente un peso culturale enorme. Ma proprio per questo non possono essere gli unici luoghi in cui accade qualcosa. La cultura non può muoversi sempre nella stessa direzione, dalla provincia verso il centro. Deve imparare anche il percorso inverso: dal centro verso i territori, dalle istituzioni verso le comunità, dagli eventi verso i cittadini.

Eventi come il Festival del Cinema di Pompei servono a questo: a spezzare la logica dell’accentramento, a ricordare che un territorio cresce quando viene attraversato da idee, incontri, ospiti, storie, scuole, giovani, pubblico.

Più attenzione ai momenti semplici di cultura

Vanzina ha sottolineato anche un altro punto: servirebbe “un pochettino più di attenzione” verso quei momenti di cultura semplici, ma capaci di toccare temi importanti della nostra vita.

È una considerazione che vale per Pompei, ma anche per tante altre realtà della provincia campana. Spesso si pensa che la cultura debba essere solo grande evento, grande nome, grande palcoscenico. Invece ci sono momenti apparentemente semplici che cambiano il rapporto di una comunità con sé stessa: una sala piena di studenti, un confronto con un autore, un corto girato da una scuola, una domanda fatta a fine incontro, una curiosità nata davanti a un ospite.

Sono queste le cose che costruiscono pubblico. Sono queste le cose che creano abitudine alla partecipazione. Sono queste le cose che impediscono ai territori di diventare soltanto dormitori o cartoline.

Pompei non è periferia della cultura

Pompei, con la sua storia millenaria e il suo peso simbolico nel mondo, non può essere considerata periferia. Eppure, come tante realtà fuori dai grandi circuiti, ha bisogno di eventi capaci di trasformare il prestigio del passato in energia presente.

Il Festival del Cinema va in questa direzione: non usa Pompei solo come sfondo, ma prova a farne un luogo vivo di racconto, confronto e partecipazione. E il contributo di figure come Enrico Vanzina e Maurizio De Giovanni serve proprio a rafforzare questa idea: la cultura non deve essere concessa alla provincia come favore, ma riconosciuta come diritto e come investimento.

De Giovanni parla di resistenza e insistenza. Vanzina parla della provincia come luogo della vita vera del Paese. Due visioni che si completano e che indicano una strada chiara: gli eventi culturali non devono limitarsi a illuminare per qualche ora un territorio, ma devono aiutarlo a sentirsi parte di un racconto più grande.

Perché una comunità che incontra cinema, libri, storie e protagonisti del mondo culturale è una comunità che cresce. E una provincia che cresce culturalmente non resta più ai margini: diventa centro.

RIPRODUZIONE RISERVATA
Commenti (3)

Mi pare giusto che si porti cinema e libri in provincia perche cosi il pubblico se forma piano piano e la comunita si sente parte di un racconto piu grande. Però serverebbe piu coordinamento e risorse che ora non sono ben distribuite

La Pompei nonè solo passato ma deve produci presente con eventi piccoli e grandi. I festival risulano utili quando coinvolgono scuole e giovani ma spesso manca continuità e soldi e le iniziative restano sporadiche senza un vero progetto di lungo periodo

Secondo me sono importante portare eventi cultura fora dei centri grandi perche la gente in provincia ha bisogno e vo’ conoscere cose nuove ma spesso non ci sono risorse. I ragazzi non sempre partecipano ma quando succede si vedè cambiamento e crescono le comunita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


PUBBLICITA

Primo piano

PUBBLICITA