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Cronaca Giudiziaria

Napoli, direttore di banca condannato a 9 anni ma da 36 mesi non sa il perché e non può fare appello

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figlio del boss ucciso


Napoli. Attende da quasi tre anni e mezzo che vengano rese note le motivazioni con le quali i giudici di Napoli hanno condannato un direttore di banca a nove anni di reclusione, al termine di un’inchiesta per truffa, sostituzione di persona, costruzione di falsi profili creditizi. Il penalista Luigi Pezzullo, avvocato della banca per la quale il direttore lavorava, rappresenta l’istituto di credito che figura tra le parti civili costituitesi al processo ed alle quali i giudici hanno accordato un risarcimento, complessivo, di ben un milione e 300mila euro. L’ex direttore di filiale – secondo il Tribunale di Napoli – è stato ritenuto responsabile di una serie di raggiri e la sentenza che lo condanna risale al 15 aprile 2016: il dispositivo dispone il pagamento di 9mila euro di multa, il risarcimento alle parti civili, e, infine, infligge nove anni di reclusione che, pero’, se le motivazioni non verranno rese note in tempo, potrebbero rimanere lettera morta. Il corso della prescrizione, infatti, continua a decorrere anche se non sono estinguibili gli effetti civili della condanna. Le motivazioni, inoltre, oltre che accordare alle parti civili i risarcimenti, una volta rese note potrebbero, per esempio, anche consentire all’ex direttore di ricorrere in Appello. Allo stesso condannato,-come ha anticipato Il Mattino- peraltro, è impossibile, in questa situazione, fare appello, cercare di ottenere il ribaltamento della decisione di primo grado per far valere le proprie ragioni. Le motivazioni, solitamente, vengono rese note entro 60 o 90 giorni. Può capitare che il Tribunale possa ricorrere al cosiddetto deposito fuori termine, che peraltro prevede un avviso. Avviene per i casi più spinosi, come appare essere quello in oggetto, ma tre anni e cinque mesi sono ritenuti effettivamente troppi. Secondo quanto si è appreso negli ambienti giudiziari, comunque, i vertici del Tribunale si sono già attivati per porre rimedio a questa discrasia. C’e’ da verificare, inoltre, se nella stessa situazione non ci siano altri processi. “E’ una situazione paradossale”, ha spiegato l’avvocato Pezzullo per il quale “si configurerebbe anche il reato di omissione di atti di ufficio, in presenza delle istanze di sollecito”. E di solleciti Pezzullo ne ha presentati più di uno: la prima istanza è stata consegnata alla nona sezione, quella che ha emesso la sentenza. L’ultima al presidente coordinatore di tutte le sezioni del Tribunale di Napoli.

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Strage del bus ad Avellino: l’avvocato scopre il nome del meccanico che serro’ i perni

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La sua identita’ era rimasta avvolta nel buio ma ora, grazie a una complessa indagine difensiva, potrebbe fornire informazioni utili sulla tragedia del bus precipitato la sera del 28 luglio 2013 dal viadotto Acqualonga, sull’autostrada A16, nei pressi di Monteforte Irpino (Avellino), il grave incidente stradale nel quale persero la vita 43 persone.

L’avvocato Sergio Pisani, che difende Gennaro Lametta, il proprietario del bus, ha rintracciato attraverso una sua attivita’ investigativa colui che materialmente, secondo quanto risulta in una registrazione ambientale annessa agli atti, controllo’ i bulloni della trasmissione del bus pochi giorni prima della tragedia. L’avvocato Pisani ha consegnato il dossier alla Corte di Appello di Napoli davanti alla quale e’ in corso il processo di secondo grado sulla cosiddetta strage del viadotto Acqualonga. E’ quindi probabile che i giudici di secondo grado possano convocare il meccanico, di cui finora si conosceva solo il nome di battesimo, per acquisire cosi’ la sua testimonianza e ulteriori informazioni sulla vicenda

. Secondo quanto e’ emerso dall’incidente probatorio sul mezzo, i serbatoi dell’olio dei freni furono danneggiati e resi inservibili a causa del distacco della trasmissione determinata dall’errato serraggio dei perni. Per l’avvocato di Gennaro Lametta, condannato in primo grado a 12 anni di reclusione, la responsabilita’ del grave incidente stradale appartiene alla Societa’ Autostrade, che non esegui’ la dovuta manutenzione sulle barriere laterali del viadotto, e a chi si occupo’ della serraggio dei perni della trasmissione.

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Cronaca Giudiziaria

Napoli, non era il capo del clan Mazzarella: pena ridotta in Appello per il ras Salvatore Fido o’ chiò.

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salvatore fido

Non era il capo del clan Mazzarella: pena ridotta in Appello per il ras Salvatore Fido o’ chiò.

Si accorciano le distanze dalla scarcerazione per Fido Salvatore, appartenente al Clan Mazzarella.
Il giovane, soprannominato ‘O Chio’, in abbreviato aveva incassato 14 anni di reclusione come capo ed organizzatore del gruppo di San Giovanni a Teduccio, per essere stato il regista delle ‘stese’ effettuate ‘dietro la 46’ nell’ambito dello scontro con la famiglia Rinaldi, oltre che il mandante di diversi attacchi bombaroli in giro per il centro di Napoli.
La Corte d’Appello di Napoli ha accolto le argomentazioni difensive degli avvocati Domenico Dello Iacono e Giuseppe Milazzo, stabilendo che Fido non fosse ai vertici del Clan perché detenuto ininterrottamente tra dicembre 2011 e agosto 2017. E non vi è neanche prova che abbia impartito ordini e direttive una volta fuori dal carcere, essendosi reso latitante fino all’arresto avvenuto a Giugliano il 31 ottobre 2018. Dove la Squadra Mobile partenopea fece irruzione, trovandolo da solo in casa con una pistola.

Il trentaduenne dunque è stato condannato soltanto come partecipe all’associazione camorristica ed inoltre gli è stata riconosciuta la continuazione con le precedenti due sentenze già espiate. Dalla pena finale di anni 19 e mesi 9 di reclusione dovranno essere sottratti i 13 già sofferti in carcere. Adesso, con lo sconto di 6 anni ottenuto dalla Corte d’Appello ne resteranno altri 6 circa di pena.
Rideterminata la pena anche per Maurizio Donadeo (difeso dall’avv. Leopoldo Perone) da anni 10 in anni 8, per aver preso parte al Clan, con assoluzione dall’associazione dedita al narcotraffico.

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