Decisione del Questore

Camorra, morto il boss Salvatore Puccinelli: funerali vietati al rione Traiano

Salvatore Puccinelli, storico boss noto come "Straccetta", si è spento a causa di un arresto cardiaco mentre scontava la pena ai domiciliari. Gli accordi con l'Alleanza di Secondigliano ei maxi-blitz che hanno azzerato i bunker nei sottosscala
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Napoli – Si è spento all’alba di ieri, stroncato da un improvviso arresto cardiaco, Salvatore Puccinelli, l’uomo che per oltre tre decenni ha legato indissolubilmente il proprio nome alla storia criminale della periferia occidentale di Napoli. Detto “Straccetta”, il settantenne fondatore dell’omonimo clan del Rione Traiano era da tempo confinato in regime di detenzione domiciliare.

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La notizia della sua morte ha fatto scattare immediatamente i protocolli di sicurezza per l’ordine pubblico: il Questore di Napoli ha infatti negato  lo svolgimento dei funerali in forma pubblica. Nel pomeriggio di ieri, la salma è stata trasferita nel deposito dell’agenzia funebre e, già in mattinata, verrà trasportata direttamente al cimitero di Fuorigrotta per una cerimonia funebre in forma strettamente privata. Niente esequie solenni né cortei tra i palazzi popolari: lo Stato blinda l’ultimo saluto a un padrino che ha segnato un’epoca.

Dalle origini all’egemonia nella “Napoli bene”

Il clan Puccinelli-Petrone non è stato una semplice banda di quartiere, ma una delle organizzazioni più radicate e militarmente strutturate della camorra flegrea. Fin dagli anni ’90, sotto la guida di “Straccetta”, il gruppo ha esteso la propria egemonia sulla parte alta del Rione Traiano, lasciando la parte bassa ai rivali del clan Cutolo e la zona della “99” ai Soraniello.

La vera svolta strategica per Puccinelli arrivò con la federazione criminale sotto l’influenza dei Licciardi di Secondigliano, agganciandosi al potentissimo cartello dell’Alleanza di Secondigliano. Questo legame garantì al clan forniture illimitate di stupefacenti e un peso contrattuale enorme nello scacchiere della malavita napoletana, trasformando il Rione in una miniera d’oro capace di fatturare milioni di euro all’anno.

I colpi dello Stato e la stagione dei “pentiti”

La parabola criminale di Puccinelli e dei suoi fedelissimi è stata scandita da colpi durissimi inferti dalla Direzione Distrettuale Antimafia. I primi grandi smantellamenti giudiziari ad opera dei Carabinieri risalgono al periodo compreso tra il 2003 e il 2007, con l’arresto di quasi 50 affiliati.

Ma la mazzata definitiva all’impero di “Straccetta” è arrivata il 31 gennaio 2017: un maxi-blitz azzerò letteralmente l’organigramma del clan con ben 86 ordinanze di custodia cautelare. Quell’indagine scoperchiò un sistema criminale asfissiante, fatto di bunker blindati e videosorvegliati ricavati abusivamente nei sottoscala delle case popolari, “check-point” abusivi per smistare i clienti e vedette armate sui tetti pronte a urlare parole in codice.

A far crollare il muro di omertà sono state le rivelazioni di killer ed elementi di spicco passati dalla parte dello Stato, come Salvatore Maggio ed Emilio Quindici, le cui confessioni hanno svelato i segreti della cassa comune della cosca, usata per l’acquisto di armi e il sostentamento delle famiglie dei detenuti.

Una dinastia familiare dimezzata

Nonostante i ripetuti arresti che hanno colpito la dinastia dei Puccinelli – inclusi i figli Ciro e Francesco Petrone (detto “‘o nano”) e il fratello Ciro (noto come “pocchi pocchi”) –, la sigla Puccinelli-Petrone è rimasta fino ad oggi una delle realtà più attive nel narcotraffico al dettaglio a Napoli. Con la scomparsa del vecchio capoclan si chiude una pagina densa di violenza e affari illeciti, ma l’attenzione degli inquirenti sul Rione Traiano resta massima per evitare che il vuoto di potere generi una nuova e sanguinosa guerra di successione tra i palazzi popolari.

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