Napoli – Un terremoto giudiziario scuote il litorale domiziano. Alle prime luci dell’alba, gli uomini della Direzione Investigativa Antimafia hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal GIP del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, portando in carcere 22 persone.
Le accuse contestate a vario titolo sono pesantissime: associazione per delinquere di stampo camorristico, estorsione, riciclaggio, autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni. Nel mirino degli inquirenti la fazione Russo-Schiavone del clan dei Casalesi, radicata e attiva nel comune di Castel Volturno e nelle aree limitrofe.
L’ombra dei padri e la cassa comune
Le indagini, avviate nel 2022 dal Centro Operativo DIA di Napoli e coordinate dalla Procura guidata da Nicola Gratteri, hanno permesso di mappare i nuovi organigrammi della consorteria criminale. Al vertice della piramide si posizionano i discendenti diretti dello storico capostipite Giuseppe Russo, alias “Peppe o padrino”, fedelissimo del boss indiscusso Francesco Schiavone, “Sandokan”, detenuto al 41-bis dal 2004.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i nuovi reggenti gestivano con il pugno di ferro la “cassa comune”. Il denaro proveniente dai circuiti legali e illegali veniva sistematicamente redistribuito per il sostentamento delle famiglie dei detenuti eccellenti. Non solo: i capi in libertà riuscivano a mantenere aperti canali di comunicazione fluidi e costanti con i boss reclusi in regime di carcere duro, fungendo da cerniera con la base del clan e intervenendo persino come “giudici ombra” per risolvere controversie tra privati.
Il terrore delle “squadrette” e lo spaccio nei locali
Il controllo del territorio veniva garantito attraverso una modalità operativa brutale: la programmazione di spedizioni punitive affidate a vere e proprie “squadrette” di picchiatori. Giovani leve arruolate all’occorrenza per stroncare sul nascere qualsiasi tipo di dissidio, punire il mancato pagamento dei debiti legati al gioco d’azzardo o lavare col sangue presunti affronti all’onore delle famiglie del clan.
Ma l’impero economico dei Russo-Schiavone si reggeva soprattutto sul business dei giochi d’azzardo. Il clan aveva monopolizzato l’installazione e lo sfruttamento di slot machine illegali e la raccolta di scommesse su piattaforme clandestine. Proprio all’interno di una di queste sale scommesse, la DIA ha scoperto una parallela associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, creata appositamente per rifornire i clienti del locale.
L’impero di facciata: sequestrati lidi e bar
Il denaro sporco veniva poi ripulito e reimmesso nell’economia legale grazie a una fitta rete di prestanome compiacenti, che offrivano la propria identità giuridica per coprire i reali investimenti dei sodali. Il reggente dell’organizzazione controllava così, per interposta persona, una serie di attività commerciali di successo a Castel Volturno: bar, una gelateria, una piscina e persino un noto lido balneare.
Contestualmente agli arresti, la DDA di Napoli ha firmato un decreto di sequestro preventivo d’urgenza. I sigilli sono scattati per 14 società – tra cui tre bar, il lido, una pizzetteria e la sala scommesse –, oltre a numerosi immobili, veicoli e alla lussuosa villa privata del reggente. Un patrimonio economico sottratto alle mafie il cui valore complessivo stimato supera i due milioni di euro. Per tutti gli indagati vale, in ogni caso, la presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva.





Scegli il canale social su cui vuoi iscriverti