Un compenso irrisorio per chi impugnava la pistola a fronte di fiumi di denaro versati ai vertici dell’organizzazione. Le rivelazioni dei pentiti Biagio Esposito, Luca Menna e Carmine Cerrato svelano i segreti di un agguato rimasto a lungo senza colpevoli definitivi, tra appostamenti falliti, patti di sangue sigillati tra Mugnano e San Pietro a Patierno, e l’errore fatale del killer costretto a chiamare la vittima per nome.
I verbali dei pentiti squarciano il cold case Bacioterracino
Cinquecento euro al sicario per premere il grilletto, settantamila versati ai vertici del clan per organizzare la macchina di morte. È il macabro tariffario svelato dalle inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia sull’omicidio di Mariano Bacioterracino, l’ex rapinatore freddato in pieno giorno nel Rione Sanità l’11 maggio del 2009.
Un delitto che per anni ha rappresentato un rompicapo giudiziario, un cold case segnato da clamorosi colpi di scena, assoluzioni nei doppi gradi di giudizio nonostante i riconoscimenti investigativi, e che oggi torna prepotentemente al centro della cronaca giudiziaria grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e a una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata nei confronti di Oscar Pecorelli, detto ‘o malomm (ritenuto il mandante), e di Ciro Culiersi, l’uomo che avrebbe guidato lo scooter utilizzato per l’agguato.
L’asse criminale: da Afragola a Secondigliano passando per Mugnano
Per comprendere la genesi di quell’esecuzione bisogna scavare nei verbali dei pentiti, in particolare nelle propalazioni di Biagio Esposito, che il 18 novembre 2010 mise nero su bianco la mappa dei rapporti e delle alleanze che resero possibile il delitto.
«La fonte delle mie informazioni è Gennaro Sacco, a capo dell’omonimo clan che controllava la zona di San Pietro a Patierno e del Rione Berlingieri», racconta Esposito ai magistrati. «Ricordo che tre-quattro giorni prima dell’omicidio Gennaro Sacco, tramite il figlio Carmine, venne nel Lotto G e chiese di Domenico Antonio Pagano, detto Zio Mimì, perché doveva portare un’imbasciata del padre».
Il motivo di quel summit itinerante risiedeva nelle cautele imposte dalle misure di sorveglianza speciale cui Sacco era sottoposto. Poiché le riunioni di alto livello avvenivano solitamente a Mugnano – terreno ritenuto sicuro per il clan Amato-Pagano – spostarsi comportava rischi eccessivi. Ma la posta in gioco era altissima, e a muovere i fili, direttamente da Afragola, c’erano i fratelli Moccia.
«Alla riunione eravamo presenti io, Zio Mimì, Gennaro Sacco, il figlio Carmine, (entrambi uccisi alcuni mesi più tardi dell’omicidio di Mariano Bacio Terracino per una epurazione interna alla camorra del rione Berlingieri ndr) Crescenzo e Michelino, entrambi di Afragola, affiliati al clan Moccia», prosegue il collaboratore nel verbale. «Gennaro, rivolto a Mimì, chiese se vi poteva essere un appoggio nella Sanità, territorio controllato dal clan Lo Russo ed in particolare da Oscar Pecorelli e da un certo Mecchei. L’appoggio serviva per uccidere una persona, un rapinatore che in passato era stato coinvolto nell’assassinio del padre dei Moccia».
La richiesta, dunque, partiva esplicitamente da Antonio Moccia, l’unico dei fratelli attualmente libero. La presenza degli emissari afragolesi al tavolo dei Secondiglianesi serviva proprio ad ascoltare la risposta e a coordinare le contromisure logistiche. La zona della Sanità, roccaforte dei Lo Russo, richiedeva un lasciapassare d’eccezione che solo il patto d’acciaio tra gli Amato-Pagano e la famiglia di Miano poteva garantire.
Il vertice nel covo e la logistica dei Lo Russo
La richiesta di Gennaro Sacco non fu indirizzata direttamente ai Lo Russo, ma a Domenico Antonio Pagano, nella certezza che i legami di parentela e di affari – come il matrimonio tra la figlia di Antonio Zaccaro e il figlio di Vincenzo Pagano – avrebbero reso la trattativa immediata.
«Pagano Domenico Antonio disse che si sarebbe recato dal fratello Cesare e dal cognato Raffaele Amato per avere risposta», ricostruisce Esposito. «Quella sera stessa andammo a Mugnano, nel covo vicino alla casa del nostro affiliato Caccone. Lì incontrammo Cesare Pagano e Raffaele Amato. Stabilirono che occorreva andare a Miano dai Lo Russo e parlare con Antonio Lo Russo, chiedendogli di dire ad Oscar di mettersi a disposizione e trovare un appoggio idoneo».
La macchina organizzativa si mise in moto senza intoppi. I Lo Russo individuarono l’appoggio sicuro: una base d’appostamento o un sistema di segnalazioni per avvisare i killer dell’arrivo della vittima. Dal Lotto G partirono Carmine Sacco, Enzuccio ‘o spagnuolo, Costanzo Apice e un quarto giovane di Miano per prelevare – ovvero eliminare – Bacioterracino.
Cold case Bacio Terracino: nuove rivelazioni sui pagamenti e sugli intrecci tra i clan napoletani
Riapre il capitolo sulla morte di Mariano Bacioterracino grazie alle dichiarazioni dei pentiti, che descrivono tariffe, appoggi logistici e alleanze tra diverse fazioni camorristiche.
- Tariffe della morte: Secondo i pentiti, il killer avrebbe percepito 500 euro, mentre ai vertici del clan Moccia sarebbero stati versati circa 70mila euro per organizzare l’azione.
- Dettagli dell’azione: L’esecuzione fu segnata dall’errore del killer nel chiamare per nome la vittima, facilitando il riconoscimento e la sua uccisione.
- Evoluzione giudiziaria: La vicenda è stata oggetto di assenze e assoluzioni in passato; oggi arriva una nuova ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due presunti mandanti.
- Contesto territoriale: Il piano coinvolge Mugnano, San Pietro a Patierno, Afragola e Secondigliano, intrecciando rapporti tra Lo Russo, Amato-Pagano e la famiglia Moccia.









