

Nella foto i due arrestati Gianluca Cuomo e Giuseppe Vitale
Napoli – L’ordinanza della G.I.P. Fabrizia Fiore svela i retroscena dello scontro tra i cerchi magici degli Iadonisi e dei Troncone. Fondamentali i rilievi dattiloscopici del Ris di Roma e una clamorosa intercettazione in cui l’indagato si confessa con l’ex compagna del boss rivale: «Li picchiai, gli strappai il mezzo e ce ne andammo».
Venerdì 1 marzo 2024, ore 18:45. Via delle Scuole Pie, una stretta gola d’asfalto nel cuore di Fuorigrotta, a due passi dalla fermata della Cumana. È l’ora del rientro, la strada è viva, i negozi sono aperti. Un Honda SH nero, scivola veloce provenendo da via Pietro Jacopo De Gennaro. In sella ci sono Valerio Andrea Guerra e Alessio Ferrara, quest’ultimo nipote diciannovenne del ras detenuto Vitale Troncone. Durante un sorpasso azzardato, lo scooter impatta contro la parte posteriore di una Fiat Panda rossa e finisce a terra con un rumore metallico.
È un banale incidente stradale, ma a Fuorigrotta la fisica urbana risponde a leggi diverse. Mentre i due cercano faticosamente di rimettere in piedi il pesante Sh 350, alle loro spalle compare un secondo scooter, un imponente Honda X-ADV di colore chiaro. In sella ci sono due figure massicce, vestite di scuro, con caschi integrali. Sono Gianluca Cuomo, alias “O’ Chiatto”, e Giuseppe Vitale, noto negli archivi di polizia come “El Lobo” (Il Lupo), entrambi considerati dalle informative di polizia vicini al clan Iadonisi del Rione Lauro.
Vitale scende, mette la mano alla cintura, mostra il calcio di una pistola semiautomatica Beretta modello 92 S con matricola abrasa.
Ma Guerra e Ferrara non sono passanti qualunque. Appartengono al clan Troncone, e cedere il passo significherebbe cedere il territorio.
Le telecamere di videosorveglianza della zona, analizzate fotogramma dopo fotogramma dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli, restituiscono una sequenza brutale. In soccorso di Guerra e Ferrara arriva un terzo motorino scuro. In sella ci sono il patrigno di Ferrara e e un suo amico. Il rapporto di forza si ribalta: quattro contro due.
Ne nasce una colluttazione furiosa. I quattro dei Troncone aggrediscono Cuomo e Vitale usando i caschi come clave, colpendoli ripetutamente alla testa. Sull’asfalto volano frammenti di plastica, visiere che si frantumano, imbottiture di spugna. Un testimone oculare, racconterà agli inquirenti quei secondi di puro terrore:
«Ho visto quattro soggetti che, postisi attorno ai due a bordo dell’altro scooter, li malmenavano a colpi di casco. La colluttazione è durata pochissimi secondi. Poi i due aggrediti hanno abbandonato lo scooter e sono scappati a piedi verso via Leopardi».
I ragazzi del Rione Lauro arretrano, incassano i colpi, fuggono. Ma è solo un’illusione di vittoria. I quattro del clan Troncone rimangono sulla scena a raccogliere i cocci, convinti di aver ristabilito l’ordine. Non sanno che “O’ Chiatto” e “El Lobo” stanno tornando, e stavolta non useranno i caschi.
Appena trenta secondi dopo, i due del Rione Lauro riappaiono all’angolo della strada. Avanzano rapidi, spalla a spalla, con determinazione militare. Gianluca Cuomo impugna la Beretta calibro 9 Parabellum. Distende il braccio in avanti.
Il primo sparo lacera l’aria di Fuorigrotta, seguito in rapida successione da altri colpi. In totale saranno almeno nove i tentativi di fuoco: cinque cartucce si inceppano nella camera di scoppio della pistola semiautomatica, ma quattro proiettili fischiano ad altezza uomo. Uno di questi attraversa il finestrino sinistro di una Fiat Panda blu parcheggiata lungo il marciapiede, conficcandosi nel montante interno della portiera destra. Una traiettoria tesa, micidiale, che solo per miracolo e per la pronta fuga dei rivali dietro le auto in sosta non si trasforma in una strage.
Sotto la tempesta di piombo, il gruppo dei Troncone si disperde. I quattro fuggono a gambe levate abbandonando sul posto il prezioso Honda Sh. Vitale e Cuomo hanno vinto la prima battaglia: recuperano il loro X-ADV e, con un gesto di suprema sfida mafiosa, Vitale sale in sella allo scooter sottratto ai rivali. Se ne vanno sfilando davanti alle telecamere, con la pistola ancora chiaramente visibile nella mano di Cuomo. Un bottino di guerra da esibire come trofeo nel Rione Lauro.
Quando i militari della Compagnia di Bagnoli e del Nucleo Investigativo delimitano la scena del crimine, si scontrano immediatamente con il muro dell’omertà. Guerra e Graziano vengono sentiti a sommarie informazioni nell’immediatezza. Costruiscono una versione di comodo: dicono di aver subito un tentativo di rapina da sconosciuti, negano fermamente la presenza degli altri due e sostengono di non conoscere i loro aggressori.
Ma a incastrare la “paranza” del Rione Lauro è la tecnologia scientifica. Tra i reperti sequestrati a terra (bossoli marchiati GFL, cartucce inesplose e spugne da casco), i tecnici della Sezione Impronte del Ris di Roma isolano un frammento di visiera trasparente (Reperto 10). Su quel pezzo di plastica ci sono i frammenti papillari dell’indice sinistro e del pollice destro di Giuseppe Vitale.
Il DNA estratto dalle imbottiture dei caschi distrutti corrisponde invece ad Alfredo Graziano, smentendo la sua ricostruzione ed evidenziando che sul posto si era consumata una rissa tra fazioni camorristiche e non una banale rapina subita.
E la pistola? Verrà ritrovata il 6 aprile 2024, occultata in un’aiuola all’interno del complesso del Rione Lauro in via Leopardi. Gli esami balistici comparativi del microscopio comparatore Leica FSC confermeranno che i bossoli di via delle Scuole Pie sono stati espulsi proprio da quella Beretta 92 S.
Se il lavoro del Ris è prezioso, la pietra tombale sull’inchiesta arriva dalle intercettazioni ambientali disposte dalla DDA in un altro procedimento penale a carico di Cuomo. All’interno della Panda in uso a “O’ Chiatto”, le microspie registrano una conversazione intima e rivelatrice datata 10 giugno 2024. Cuomo è in auto con una donna storicamente legata a Giuseppe Troncone.
Il boss del Rione Lauro si sfoga, parla dei giovani leoni di Fuorigrotta e, in particolare, di Alessio Ferrara:
CUOMO: «Ad esempio quel ragazzo è una merda… Veramente è una merda quel ragazzo… vuole fare… vuole copiare a Peppe vuole copiare…» «Credimi, tutti i giorni uscivo per cazzi miei, non li cacavo e non li pisciavo… voleva fare sempre il super eroe… e glielo avvisai… dissi: “ti faccio vedere il super eroe un giorno…”. Li picchiai… mi presi il mezzo da mano e ce ne andammo… Lo sai no questo?»
Un’autoaccusa formidabile, lucida, priva di costrizioni, resa da chi non sa di essere ascoltato dagli inquirenti. Cuomo ammette la rissa («li picchiai»), il furto dello scooter («mi presi il mezzo da mano») e il concorso con Vitale. E aggiunge un dettaglio sul mezzo usato per compiere la spedizione: «Stavo con la X-ADV».
Mentre Cuomo si vanta in auto, nelle celle di Secondigliano la notizia dello scooter sottratto genera un terremoto diplomatico-militare. I Troncone considerano il furto del motorino di Vitale Troncone un’offesa intollerabile agli equilibri criminali di Fuorigrotta.
Grazie a telefoni cellulari illecitamente introdotti in cella, Vitale e suo figlio Giuseppe Troncone si collegano con l’esterno. Le microspie della DDA catturano lo sfogo d’onore ferito di Giuseppe, disperato per l’umiliazione subita dai suoi sottoposti:
GIUSEPPE TRONCONE: «Giò, mi vuoi bene a me… siamo la famiglia. Lo sai perché sto cadendo malato? Si sono presi il motorino… Voglio il motorino dietro!»
VITALE TRONCONE: «Gio Giò, senti a me, non ti cerco niente, devono prendere il motorino e me lo devono portare, perché noi non le abbiamo mai fatte queste cose. Gli devi dire una cosa… io voglio avere solo un dialogo… La prima cosa si deve portare il motorino…»
C’è anche un risvolto pratico, oltre a quello d’onore. Sotto la sella di quell’Honda SH c’è un telefono cellulare “dedicato” alle comunicazioni sensibili con i detenuti. Giuseppe Troncone è terrorizzato che finisca nelle mani sbagliate: «Devono prenderlo il telefono da lì sotto». E medita vendette esemplari contro i rivali del Rione Lauro: «Ho detto guarda, questi qua del mezzo penso che dobbiamo solo spararli».
Per recuperare il mezzo senza spargimenti di sangue immediati, i Troncone si rivolgono alla mediazione mafiosa del reggente del clan Puccinelli/Petrone del confinante Rione Traiano.
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Nelle registrazioni, Vitale Troncone istruisce il mediatore con parole cariche di violenza intimidatrice:
VITALE TRONCONE: «…omissis…prendilo malamente… diglielo malamente e non preoccuparti… prendilo malamente, hai capito? Come se ci stessimo noi. Fagli quello che ritieni opportuno».
La mediazione funziona. Il sistema di rilevazione targhe del Comune di Napoli registra il transito dell’Honda SH il 4 marzo 2024 a via Tertulliano, proprio nel cuore del Rione Traiano. Nei giorni successivi, lo scooter torna a circolare regolarmente a Fuorigrotta nelle mani dei Troncone, prima di essere venduto legalmente a un terzo acquirente nel novembre dello stesso anno.
Una restituzione avvenuta fuori da ogni binario legale, che Cuomo, nella sua conversazione la donna commenterà gelido: «E il motorino se lo ha avuto… non lo ha avuto per mezza di Vitale». Come a dire: lo hanno riavuto solo grazie all’intervento dei mediatori dei clan alleati.
Per Gianluca Cuomo e Giuseppe Vitale, che erano agli arresti domiciliari, per la rapina al calciatore del Napoli, David Neres si riaprono ora le porte del carcere: la gip Fabrizia Fiore ha disposto la massima misura cautelare, riconoscendo pienamente il tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso.
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