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«Detenuti tossicodipendenti il Governo smentisce se stesso: risorse insufficienti e troppi ritardi»

Caserta – Promossa nel principio, bocciata nella copertura finanziaria e nella coerenza politica. La nuova normativa sulla detenzione domiciliare terapeutica destina un segnale d’apertura verso i detenuti affetti da tossicodipendenza, ma riaccende il dibattito sulla gestione dell’emergenza carceraria.

A sollevare le maggiori perplessità è Don Salvatore Saggiomo, Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale della Provincia di Caserta, che pur accogliendo favorevolmente il provvedimento sul piano umano e giuridico, punta il dito contro le evidenti contraddizioni dell’esecutivo.

I numeri del sovraffollamento

La riforma interviene su una piaga strutturale del sistema penitenziario italiano. Attualmente, su una popolazione complessiva di 64.773 reclusi nelle carceri nazionali, quasi un terzo — circa 20.000 persone — affronta problemi legati alle dipendenze patologiche. In Campania la fotografia è analoga: su 8.046 detenuti presenti negli istituti regionali, 2.125 rientrano nella categoria dei tossicodipendenti (il 26,41%).

«Riconoscere la tossicodipendenza come una patologia da curare e non come un semplice vizio rappresenta un passo avanti importante in attuazione dell’articolo 27 della Costituzione», spiega il Garante casertano. «I dati dimostrano che questa realtà non può più essere gestita esclusivamente con logiche punitive».

La contraddizione politica e il nodo risorse

Il punto critico sollevato da Don Saggiomo riguarda la linea comunicazione-azione adottata dal Ministero della Giustizia. Fino a poco tempo fa, il Guardasigilli Carlo Nordio ridimensionava la portata dell’emergenza carceraria, posizione smentita nei fatti dall’introduzione di una misura pensata proprio per ridurre il sovraffollamento.

Ma il vero ostacolo rischia di essere di natura economica. Secondo le stime ministeriali, la platea dei potenziali beneficiari si attesta attorno alle 10.000 unità. Le risorse finanziarie attualmente stanziate, tuttavia, permetterebbero di finanziare appena 800 percorsi terapeutici.

Serve un piano strutturale per il reinserimento

Senza un netto incremento dei fondi destinati ad ASL, SerD, comunità terapeutiche e Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UEPE), il rischio concreto è quello di creare un’aspettativa priva di riscontri pratici. Per il Garante di Caserta, la sola via d’uscita rimane un investimento organico in personale sanitario, psicologi, educatori e strutture esterne.

Inoltre, Don Saggiomo sollecita il Parlamento a valutare un ulteriore provvedimento deflattivo a breve termine: un intervento mirato per gli oltre 8.000 detenuti con una pena residua inferiore a un anno, misura che darebbe immediato respiro agli istituti di pena.

«Non si può negare l’emergenza un giorno e proporre strumenti per affrontarla il giorno dopo», conclude Don Saggiomo. «Il sistema penitenziario italiano ha bisogno di coerenza, risorse e coraggio politico. Solo così la nuova legge potrà trasformarsi in una reale opportunità di reinserimento e non nell’ennesima riforma a metà».

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A. Carlino

Collaboratore di lunga data di Cronache della Campania Da sempre attento osservatore della società e degli eventi. Segue la cronaca nera. Ha collaborato con diverse redazioni.

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A. Carlino

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