

La Corte di Cassazione
Approda davanti alla Corte di Cassazione il processo sulle presunte infiltrazioni della camorra di Casal di Principe in Veneto, l’inchiesta che ha ricostruito la presenza di un’organizzazione ritenuta radicata nel territorio veneto con centro operativo a Eraclea e capace, secondo l’accusa, di condizionare il tessuto economico locale.
La Quinta Sezione penale della Suprema Corte, dopo la discussione dei ricorsi e le arringhe difensive, ha però deciso di rinviare la pronuncia definitiva al prossimo 6 ottobre, una scelta considerata piuttosto rara e motivata dalla particolare complessità delle questioni giuridiche sottoposte ai giudici.
L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia, aveva portato a un imponente blitz nei confronti di imprenditori e presunti affiliati, contestando l’esistenza di un’articolazione della camorra dei Casalesi stabilmente operativa nel Veneto orientale. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe infiltrato il settore dell’edilizia e altre attività economiche attraverso una fitta rete di rapporti imprenditoriali.
Il procedimento si è concluso in primo grado, il 5 giugno 2023, con numerose condanne pronunciate dal Tribunale di Venezia. Un anno dopo, il 30 ottobre 2024, la Corte d’Appello ha confermato l’impianto accusatorio, irrigidendo ulteriormente il trattamento sanzionatorio e depositando una monumentale sentenza di 3.287 pagine, nella quale è stata ribadita la presenza della camorra casalese in Veneto.
Tra le posizioni più rilevanti figura quella dell’imprenditore edile Luciano Donadio, ritenuto dagli inquirenti al vertice della presunta organizzazione. Nei suoi confronti la Corte d’Appello ha inflitto una condanna a 41 anni e 4 mesi di reclusione per 63 capi di imputazione, pena successivamente ridotta a 30 anni in applicazione del principio moderatore previsto dall’ordinamento.
Il suo difensore, l’avvocato cassazionista Dario Vannetiello, del Foro di Napoli, ha presentato un ricorso articolato in 26 motivi, numero particolarmente elevato per un giudizio di legittimità. La difesa, valorizzando anche il lavoro svolto dall’avvocato Giovanni Gentili nei precedenti gradi di giudizio, ha contestato numerosi aspetti della sentenza.
Tra i punti sollevati nel ricorso figurano la presunta violazione del diritto di difesa durante il processo, la richiesta di dichiarare inutilizzabili milioni di intercettazioni raccolte nell’arco di decenni di indagini e una questione di legittimità costituzionale della disciplina che regola le captazioni.
Proprio la molteplicità e la rilevanza delle questioni prospettate, unite al delicato tema della qualificazione mafiosa dell’organizzazione contestata dall’accusa, hanno spinto la Corte di Cassazione a non decidere immediatamente, rinviando la storica pronuncia al prossimo autunno.
Con la decisione del 6 ottobre si chiuderà definitivamente uno dei più importanti processi celebrati negli ultimi anni sulle presunte infiltrazioni della criminalità organizzata campana nel Nordest italiano.
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