Arzano – C’è un momento preciso in cui una consorteria criminale smette di nascondersi dietro la fitta nebbia dell’omertà e decide di farsi Stato, di farsi brand, di farsi terrore manifesto. Ad Arzano, nell’hinterland a nord di Napoli dove il cemento delle palazzine popolari della “167” detta le regole dell’economia legale e illegale, quel momento è coinciso con un funerale e con un manifesto di fiori.
È l’agosto del 2022. È appena morto per cause naturali Francesco Monfregolo, il vecchio patriarca. Negli stessi giorni, il boss Pasquale Cristiano, l’uomo che mesi prima aveva sfilato in Ferrari per le vie del centro durante una comunione sfidando lo Stato, ha deciso di saltare il fosso. Sta parlando con i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia. Ha “cantato”.
Nelle auto degli affiliati, le microspie della Squadra Mobile e della Dda registrano il panico che si trasforma in arroganza. Salvatore Romano, uno dei colonnelli del gruppo, parla chiaramente ad Antonio Alterio. Se lo Stato ormai sa, se le manette sono vicine, tanto vale firmare il proprio potere.
«Domani dobbiamo andare a casa della zia Luisina… Dobbiamo far fare le corone… Sì, con i cognomi vicino… Famiglia Alterio… Famiglia Romano… Ormai questo ha cantato, Antonio… È finita… Facciamo i mafiosi…»
Fare i mafiosi. Rivendicare l’appartenenza con il piombo e con i fiori. L’ultima ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Nicoletta Campanaro, che ha visto tutti gli indagati trincerarsi dietro il silenzio durante gli interrogatori di garanzia del 15 giugno scorso, squarcia il velo su una delle faide più fluide, feroci e meno comprese della camorra campana. Una guerra fratricida nata dalle costole dello stesso clan, la “167 di Arzano”, un tempo monolite e oggi idra dalle molte teste, divisa tra la fazione dei Monfregolo e quella dei Cristiano.
Lo “sfratto” con il fuoco: la violenza senza codici
Il baricentro dell’inchiesta si poggia sul biennio horror del 2022. Arzano è una polveriera. Il 17 marzo di quell’anno, Antonio Alterio scampa a un agguato. Per il clan, il braccio armato dei rivali è Luigi Piscopo, detto “‘o Sice”. La vendetta, nelle logiche della 167, non colpisce solo il killer, ma cancella l’intera stirpe dal territorio. È una vera e propria pulizia etnica criminale. I rivali devono lasciare le case popolari. Devono essere “sucutati”, cacciati.
I dialoghi tra Salvatore Romano e Alterio sembrano estratti dalla sceneggiatura di una distopia criminale, ma sono tragicamente reali. Alterio ha il piede ferito dai proiettili, si lamenta delle “nottate” passate in bianco per il dolore. Romano lo sprona. C’è una fretta ossessiva: bisogna colpire prima che la Procura vari i provvedimenti di arresto.
C’è il mito della latitanza vissuta come un’avventura remunerativa: «Vedi a Genny… gli arrivano talmente di quei soldi… perché giustamente da latitante esce il fumo… esce il regalo… esce la cosa… stiamo sulle case, pariamm’ (ci divertiamo), stiamo fuori e escono i soldi… Perché noi poi siamo fujenti… abbiamo 48 ore no-stop di fare tarantelle… poi dopo sei, sette mesi… abbiamo la porta aperta da tutte le parti…»
Ma prima di fuggire, bisogna ripulire Arzano. Romano è un fiume in piena: «Dobbiamo cacciare a Lucia da lì sopra… si deve cacciare la famiglia del Secco… basta…». Alterio promette l’intervento della forza d’urto: «Ora mi prendo a due o tre persone e li faccio cacciare a tutti quanti».
Ed è qui che l’inchiesta svela il baratro. Se l’ambasciata fallisce, se la famiglia di “‘o Sice” resta negli appartamenti della 167, la soluzione è il rogo. Non un avvertimento, ma uno sterminio indiscriminato.
«Le case non le vogliamo… le accendiamo… un’imbasciata ci mandiamo… sul bar… fate andare via a questi qua… La notte andiamo… fuuv… accendiamo tutto quanto… con i bambini dentro… Fratello, quelli sono figli d’infami… fratello, quelli ci hanno sparato addosso… fratello, basta… e che facciamo, vincono loro? Tra pentiti e cosa quelli fanno sei anni di carcere… quello si pente…»
La holding del “trasformismo” e il mito della Magliana
Ciò che emerge con maggiore forza dall’inchiesta della Dda non è però solo la ferocia antropologica dei suoi interpreti, ma l’inquietante modernità della struttura organizzativa del clan. La 167 di Arzano non è una vecchia cosca legata alla leadership carismatica di un solo capo. È una holding criminale orizzontale, liquida, capace di praticare un “trasformismo” congenito che ne garantisce la sopravvivenza anche quando lo Stato arresta i vertici.
Quando Alterio teme il vuoto di potere generato dagli arresti, Romano lo rassicura descrivendo una struttura a incastro perfetto, dove chiunque è fungibile, chiunque può sedere sul trono senza che la macchina delle estorsioni e della droga perda un solo giro di vite:
«
Nessuno può intervenire ad Arzano… noi siamo venti di noi, Antonio… trenta di noi… Qua chi esce, esce di noi e può comandare… Sta Lello è pronto per comandare… c’è Genny che è pronto per comandare… siamo tutti uguali… non è che esce Peppe deve comandare… esce Lello? Se esce Lello può comandare pure lui… se esce Mariano può comandare pure lui… Questa è la nostra forza…»
Un esercito di cloni criminali pronti alla sostituzione. E se un affiliato storico esce dalla galera, la holding ha già pronto il “collocamento”: «Ora che esce lui come ci dobbiamo muovere… lo mettiamo a fare l’estorsioni…».
L’ambizione finale si condensa in una bestemmia storica pronunciata da Romano, una dichiarazione d’intenti che stringe in un unico filo nero le periferie di Napoli e le vecchie storie di sangue della Capitale:
«Uanema, siamo tutti quanti senza figli… senza niente… sentimi a me… dobbiamo fare solo la storia, Antonio… come la Banda della Magliana… mi deve morire mio fratello…»
Il silenzio opposto ieri dagli arrestati davanti al gip Campanaro è solo l’ultimo capitolo di questa storia. Dietro le bocche cucite in carcere, resta sul territorio di Arzano una “paranza” di trenta uomini, un’idra criminale che si rigenera a ogni arresto e che sognava l’epopea romana tra le fiamme delle palazzine della 167.






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