

Nella foto, un elemento rappresentativo della vicenda.
Una giornata dedicata al cinema, ai giovani e al rapporto tra scrittura narrativa e grande schermo. Si è svolto oggi, giovedì 4 giugno 2026, nella Sala 3 del Cinema Nexus del Maximall Pompeii di Torre Annunziata, un nuovo appuntamento della seconda edizione del Festival Internazionale del Cinema di Pompei.
La giornata si è sviluppata tra proiezioni dei film in concorso, cortometraggi della selezione ufficiale, lavori realizzati dagli studenti nell’ambito del progetto scuole 2026 e l’atteso incontro con Enrico Vanzina, dedicato a Le finte bionde e al passaggio da un romanzo a un film.
Un tema affascinante, perché porta al centro una domanda fondamentale per chi ama il cinema e la scrittura: come può una storia nata sulla pagina diventare un’opera cinematografica senza perdere la propria identità?
Il programma del Festival si è aperto nel pomeriggio con la proiezione dei cortometraggi della Selezione Ufficiale. Dalle 15 alle 16.30 il pubblico ha assistito a Quando cadde il cielo di Martinus Tocchi, Lo sceneggiatore di Mark Petrasso, Esagerata di Daniele Stocchi e Giuseppe Cacace, e Fiabexit di Lorenzo Giovengo e Giuliano Giacomelli.
Un blocco di opere diverse per tono, linguaggio e provenienza, capace di confermare l’attenzione del Festival verso il cortometraggio come forma espressiva autonoma, immediata e spesso molto efficace nel raccontare storie, emozioni e frammenti di realtà.
Alle 18.30 spazio poi ai cortometraggi realizzati dai ragazzi nell’ambito del progetto scuole 2026. Un momento particolarmente significativo, perché ha portato in sala il lavoro dei giovani, la loro creatività e il loro primo confronto con il linguaggio audiovisivo.
Il Festival Internazionale del Cinema di Pompei ha così confermato una delle sue anime più importanti: non soltanto vetrina per autori e opere in concorso, ma anche luogo di formazione, dialogo e crescita culturale.
Il momento più atteso della serata era il panel con Enrico Vanzina, dedicato a Le finte bionde, romanzo scritto dallo stesso Vanzina e pubblicato da Mondadori nel 1986, poi diventato film per il grande schermo con la regia di Carlo Vanzina.
L’incontro, purtroppo, ha avuto una durata più breve del previsto per alcuni motivi personali del Maestro. Enrico Vanzina, con grande garbo, si è scusato con il pubblico e ha voluto comunque salutare i tanti ragazzi presenti in sala, dando loro appuntamento al giorno successivo per proseguire idealmente quel dialogo sul cinema, sulla scrittura e sul mestiere del racconto.
Proprio perché il panel non ha potuto svilupparsi come previsto, vale la pena fare uno sforzo di immaginazione, con la dovuta umiltà e senza sostituirsi alla voce del Maestro, per provare a ricostruire il percorso che un incontro come questo avrebbe potuto raccontare: il passaggio da un romanzo a un film, da una storia scritta a una storia pensata per lo schermo.
Le finte bionde rappresenta un caso interessante proprio perché nasce come romanzo e solo successivamente trova una nuova vita nel cinema. Un libro vive di parole, descrizioni, pensieri, sfumature interiori. Il cinema, invece, chiede immagini, dialoghi, ritmo, scene capaci di arrivare subito allo spettatore.
È in questo passaggio che si misura la forza di una storia. Trasformare un romanzo in un film non significa semplicemente prendere la trama e portarla sullo schermo; come diceva proprio ieri durante un altro panel, un altro grande nome della letteratura Maurizio De Giovanni che anzi proprio per difendere il “suo” Mina Seettembre non ha voluto avallare la trasposizione fatta dalla Rai per la serie TV Mina Settembre. Significa scegliere cosa conservare, cosa tagliare, cosa trasformare e cosa reinventare. Significa trovare una nuova forma senza tradire l’anima dell’opera originale.
Nel caso di Le finte bionde, il racconto avrebbe probabilmente permesso di riflettere su uno dei temi più cari alla commedia italiana: l’osservazione della società, delle sue apparenze, delle sue ambizioni e delle sue fragilità. Una storia nata sulla pagina scritta può diventare cinema proprio quando riesce a mantenere il proprio sguardo sul mondo, pur cambiando linguaggio.
Il percorso creativo di Enrico Vanzina è sempre stato legato a una doppia dimensione: quella della scrittura narrativa e quella della sceneggiatura cinematografica. Ed è proprio questo doppio sguardo che avrebbe reso il panel particolarmente prezioso per il pubblico del Festival, soprattutto per i ragazzi presenti in sala.
Scrivere un romanzo significa costruire un mondo attraverso la parola. Scrivere per il cinema, invece, significa pensare a quel mondo in termini di immagini, corpi, voci, tempi, pause e movimenti. È un lavoro diverso, ma non separato. Alla base resta sempre la stessa domanda: che cosa vogliamo raccontare e perché quella storia può parlare al pubblico?
In questo senso, il panel avrebbe potuto mostrare come il cinema non sia mai una semplice traduzione del libro, ma una vera e propria riscrittura. Una riscrittura che deve rispettare lo spirito originario, ma anche accettare le regole di un linguaggio differente.
La brevità dell’incontro non ha tolto valore all’attesa e alla curiosità del pubblico. Anzi, ha lasciato in sala la sensazione di un discorso soltanto iniziato, di un racconto ancora da completare, soprattutto per i giovani spettatori.
Il saluto di Enrico Vanzina e l’appuntamento dato al giorno successivo hanno trasformato quel momento in una promessa: tornare a parlare di cinema, di scrittura, di storie e di quel percorso affascinante che porta un’idea dalla pagina di un romanzo fino alla sala cinematografica.
Ed è forse proprio questo il senso più autentico dell’incontro: ricordare che dietro ogni film c’è sempre una storia, e dietro ogni storia c’è uno sguardo capace di osservare il mondo, interpretarlo e restituirlo al pubblico attraverso immagini, parole e personaggi.
Questa seconda edizione del Festival Internazionale del Cinema di Pompei si conferma, giorno dopo giorno, sempre più come un’edizione giovane. E per chi sta seguendo da vicino l’evento è davvero bello vedere tanti ragazzi partecipare attivamente, non soltanto come spettatori, ma come presenza viva, curiosa e spontanea.
La cosa più bella è proprio la loro naturalezza: al termine degli incontri si avvicinano agli ospiti, li salutano, fanno domande, chiedono curiosità, provano a capire cosa ci sia dietro un film, una sceneggiatura, una carriera, un racconto. È un segnale importante, perché dimostra che il cinema, quando viene raccontato nel modo giusto e con le persone giuste, sa ancora parlare alle nuove generazioni.
Sono i giovani la linfa del futuro. Sono loro che continueranno il racconto, che porteranno avanti nuove storie, nuovi linguaggi e nuovi sguardi. Ed è forse proprio questa una delle immagini più belle che il Festival sta consegnando: una sala con ragazzi che ascoltano, partecipano, si emozionano e cercano un contatto diretto con chi il cinema lo ha vissuto e costruito.
Il programma della giornata prevedeva anche la proiezione di Home Away, Home Close, docu-fiction cinese della durata di 88 minuti. Un ulteriore tassello del percorso internazionale del Festival, che continua a proporre al pubblico opere provenienti da contesti culturali diversi. La presenza di film, corti e documentari di varia provenienza conferma la vocazione della manifestazione: costruire a Pompei uno spazio di confronto tra linguaggi, autori, Paesi e generazioni differenti.
Il Festival Internazionale del Cinema di Pompei proseguirà domani con un’altra giornata di proiezioni e incontri. Continuerà il percorso dei film in concorso, che saranno poi protagonisti della serata finale di sabato 6 giugno, quando verranno assegnati i premi della seconda edizione.
Una conclusione molto attesa, che vedrà la presenza di grandi nomi del cinema e dello spettacolo italiano. Tra gli ospiti annunciati figurano Massimo Ghini, Massimiliano Gallo ed Ezio Greggio, protagonisti di una finale che promette di chiudere il Festival nel segno del cinema, della cultura e del legame sempre più forte tra Pompei e il grande schermo.
La giornata di oggi ha confermato il valore di una manifestazione capace di unire proiezioni, formazione, incontri con gli autori e attenzione verso i giovani. Anche quando un appuntamento si interrompe prima del previsto, resta il senso di un percorso culturale che continua e che trova proprio nel dialogo tra generazioni una delle sue ragioni più importanti.