Categorie: Teatro

Napoli, al Teatro Bracco la commedia di Aldo De Benedetti rivela un’Italia ancora prigioniera di apparenze

Napoli– C’è un teatro, al civico di via Tarsia, che non ha smesso di guardare il presente con gli occhiali della grande commedia d’autore. Il Teatro Bracco, diretto da Caterina De Santis, ospita questo fine settimana “L’onorevole, il poeta e la signora” di Aldo De Benedetti, e lo fa con un cast che unisce nomi noti del piccolo schermo e della scena: Lorenzo Flaherty, Francesco Branchetti (anche regista) e Isabella Giannone. Le musiche sono firmate da Pino Cangialosi.

De Benedetti, raffinato drammaturgo del Novecento, si rivela sorprendentemente moderno. Il suo meccanismo comico – fatto di equivoci a catena, travestimenti verbali e identità che s’incrinano – non è solo un esercizio di stile. È un bisturi. Il grottesco si mescola all’osservazione sociale, e ogni risata nasconde una punta: quella di una società incapace di distinguere l’autenticità dalla semplice parvenza.

Tutto nasce da un impiccio galante

L’onorevole Leone (Flaherty), vanitoso e impacciato, spera in una serata intima con la brillante giornalista Paola (Isabella Giannone). Ma il piano sentimentale si trasforma subito in un campo minato di imbarazzi e provocazioni. Il vero colpo di teatro arriva quando, nascosto dietro una tenda, compare Piero, poeta squattrinato interpretato da Francesco Branchetti. Da quel momento il palcoscenico esplode: scambi d’identità, ricatti bonari, allusioni e un crescendo di “qui pro quo” trascinano i tre protagonisti in un gioco feroce e irresistibile.

L’Italia di oggi, senza maschera

La forza dello spettacolo, però, è tutta nella sua attualità. Sotto la superficie leggera e brillante affiora il ritratto di un’Italia di “mezzi poteri”, ambizioni fragili, relazioni opportunistiche e talenti spesso inventati o svenduti. Il ruolo sociale conta più della verità, e l’identità diventa una maschera che si cambia a ogni sipario. La regia di Branchetti asseconda questo balletto umano con ritmo e ironia, ma senza mai smussare la lucidità amara del testo.

Alla fine, tra risate incontenibili e battute che tagliano come lame, “L’onorevole, il poeta e la signora” parla di noi: delle convenzioni che ci imprigionano e della grande fragilità che si nasconde dietro il bisogno ostinato di apparire.

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Pubblicato da
A. Carlino

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