I RETROSCENA DELL'INCHIESTA

Castellammare, «I birilli devono cadere»: i Fasani preparavano la guerra dopo la morte di Alfonso Fontana

L’ordinanza contro il clan Imparato svela la catena di montaggio della vendetta tra i vicoli dell’Acqua della Madonna. La morte di Alfonso Fontana non è la fine di una storia, ma l'innesco di una guerra sotterranea
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24Nelle 150 pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Rosaria Maria Aufieri — che ha spalancato le porte del carcere per quattro persone, tra cui il boss Giovanni Imparato, noto negli ambienti criminali come ’o paglialone — il nome di Alfonso Fontana ritorna ossessivamente come un punto di rottura geopolitico. Non soltanto per la ferocia dell’omicidio in sé, consumatosi sul selciato di Torre Annunziata, ma per l’energia cinetica che quella morte ha impresso ai clan collegati.

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Il quadro che emerge dagli atti della Procura è il riflesso di un contesto in cui il delitto non rappresenta mai la parola “fine”, bensì l’incipit di un nuovo capitolo di sangue. La morte di un uomo inserito negli equilibri del territorio produce automaticamente una domanda di risposta. Una pressione costante. Quasi un obbligo di casta.

Secondo la ricostruzione investigativa, dopo l’assassinio di Fontana si è sviluppato un clima dominato da una volontà di vendetta strutturata, profonda, che ha attraversato la famiglia Fontana — i famosi Fasani dell’Acqua della Madonna — e gli ambienti criminali a loro vicini. Le carte descrivono un mondo in cui il concetto di “onore” funziona ancora come un codice penale privato: il sangue versato esige una compensazione immediata per non apparire deboli di fronte agli altri cartelli della camorra stabiese.

Il linguaggio delle armi e l’ombra del mitra

Nell’ordinanza emerge con forza il peso simbolico delle armi. Non sono semplici strumenti operativi, ma veri e propri messaggi cifrati inviati all’esterno. Tra gli episodi che gli inquirenti ritengono più indicativi c’è l’ossessione per il reperimento di un mitra, un’arma lunga che nelle carte assume un valore quasi politico.

Mostrare o evocare un’arma di quel tipo significa comunicare una disponibilità allo scontro totale. Per gli investigatori, il mitra diventa un manifesto: serve a rassicurare gli alleati, a mantenere compatta la rete familiare e a far capire che la partita non è affatto chiusa. Non è la pistola dell’occasione; è la dimostrazione di una capacità di fuoco da esercito regolare.

Eppure, mentre i vertici pianificano la grande strategia bellica, le microspie piazzate dagli investigatori captano il battito cardiaco della manovalanza. I dialoghi intercettati all’indomani del sangue di Torre Annunziata non lasciano spazio al lutto, ma si trasformano nella contabilità fredda dei morti da fare. C’è chi fugge per salvare la pelle, chi accusa gli amici di tradimento e chi, tra i palazzoni del Faito, attende solo che il sangue torni a scorrere.

Il patto del Faito e il mistero dell’esca

Tutto comincia prima degli spari. Comincia con una riunione d’urgenza, un summit tra i palazzoni per definire i dettagli di un colpo imminente: un furto in un appartamento. Ma in questa storia nulla cammina su binari lineari. L’obiettivo reale, ipotizzano gli inquirenti, non era la cassaforte, ma la vittima stessa: attirare Alfonso Fontana in una trappola perfetta.

I dubbi della Procura si concentrano subito sulla cerchia dei fedelissimi. Luca Maragas, suocero della vittima e presente al momento del delitto, viene giudicato “reticente” dal gip Aufieri nel tentativo — si legge negli atti — di «porsi in una posizione defilata ed allontanare da sé ogni sospetto di un coinvolgimento diretto negli affari illeciti della vittima».

Ma la verità striscia tra le pieghe dei tabulati telefonici e i messaggi scambiati nelle ore che precedono l’agguato. Un piano orchestrato nei minimi dettagli per far uscire Alfonso Fontana allo scoperto. A parlarne, in un torbido sfogo captato dalle cimici, è Vincenzo Avella, amico intimo della vittima. È lui a delineare l’architettura di quel giorno, rievocando un’immagine da brivido cinematografico: il «bacio della morte».

VINCENZO: «Sai come ci siamo organizzati? Alfonso ti chiamo io quando questo sta uscendo… quando io lo vedo che sta uscendo dal cancello… e tu gli corri dietro. Alfonso mi disse che così fece… Quando quell’amico… amico… quello sporco… gli ha dato il bacio ad Alfonso… ehh… io non c’ero… io sai dove stavo?»

La fuga sull’autostrada e le “magliette” in codice

La sera in cui i killer — identificati dalla Procura in Catello Martino e nel boss Giovanni Imparato — chiudono i conti con Fontana, la geografia del terrore si sposta rapidamente sul nastro asfaltato che conduce fuori dalla Campania. Vincenzo Avella sa di essere nel mirino. Pochi giorni prima, l’auto di suo fratello Giuseppe era stata data alle fiamme dai parenti del rivale Luigi Natino. La vendetta era già partita.

Avella carica la madre in macchina e abbandona Castellammare di Stabia a fari spenti, diretto verso il Nord Italia. Durante la corsa disperata nella notte, stringe tra le mani l’arma che porta con sé. Una frazione di secondo, il finestrino si abbassa e il “ferro” vola nel buio di una piazzola di sosta.

Le intercettazioni telefoniche via VoIP tra Avella e Alessandro Fontana, fratello del ragazzo ucciso, registrano i sospetti e la paranoia di chi sa di essere braccato. Le armi, nel loro gergo, diventano «magliette».

ALESSANDRO: «Questa almeno dove sta!?»
VINCENZO: «Ehh… l’ho dovuta buttare…»
ALESSANDRO: «Dove!?»
VINCENZO: «Sull’autostrada…»
ALESSANDRO: «Dove… ti ricordi il posto?»
VINCENZO: «Te lo giuro sul bene di mio zio che è morto… te lo giuro sulla cosa più cara che ho… fratello… e perché non mi dovresti credere!?»

La diffidenza infetta anche i legami di sangue. Alessandro Fontana sospetta apertamente che Avella si sia «venduto» suo fratello. Le madri si insultano via chat, scambiandosi minacce di morte. Avella urla la sua innocenza oltre lo schermo, invocando punizioni divine pur di ripulire il proprio nome dall’infamia del tradimento:

VINCENZO: «Io vengo là… te lo giuro sulla cosa più cara che ho fratello… gliela devo far pagare… se no fratello… il Padre Eterno… il Padre Eterno… mi deve far prendere un tumore in bocca se sto dicendo una bugia…»

La faida dei Rolex: «Erano dello Smino»

Ma qual è l’innesco economico che ha scatenato la furia dei clan? Tra le maglie dei dialoghi emerge la traccia dei soldi, l’ossessione per l’oro e, soprattutto, una partita di orologi di lusso sottratti alla persona sbagliata. Non un furto casuale, ma un colpo mirato sotto il sellino di uno scooter.

VINCENZO: «In totale erano tre… due li prendemmo… due erano falsi… quelli là che sarebbero dello Smino… di Lorenzo Smino là… che ci prendemmo io e Alfonso da sotto al motorino dello Smino e sono falsi… almeno così mi ha detto Alfonso… che lo Smino lo ha detto ad Alfonso… infatti Alfonso non gli credeva… e disse vedi che me li tengo io a casa gli orologi… hai capito!?»
ALESSANDRO: «Dico… Alfonso lo disse… li tengo io a casa!?»
VINCENZO: «Ehh… no… li tiene lui… eh però glieli abbiamo dati insieme là… quindi è cento cento… posso parlare pure io…»

Il furto a Lorenzo Smino si trasforma nella condanna a morte di Alfonso Fontana. Un affronto che le gerarchie criminali di Castellammare non potevano tollerare: un’infrazione alle regole del territorio che ha trasformato un gruppo di giovani rapinatori in bersagli mobili per i killer della camorra storica.

Il processo sul telefono: «Non sei di questa pasta»

Il tempo passa, ma a Castellammare il rancore non si raffredda. Il 22 febbraio 2024, una videochiamata a tre mette a nudo la frattura psicologica ed emotiva della banda. Da un lato c’è Avella, nascosto al Nord, che inquadra i cartelli stradali per smentire chi lo credeva fuggito in Germania; dall’altro ci sono Alessandro Fontana, Emanuele Raffone e Francesco Pio Lucarelli, che camminano a piedi per i vicoli stabiesi, ostentando sprezzo del pericolo.

Il processo ad Avella, in diretta streaming, è spietato. Lo accusano di aver avuto paura, di essere scappato, di aver trascinato Alfonso in un gioco troppo più grande di loro.

EMANUELE: «La questione è che… la questione è che dici tu… dovevano stare insieme…»
VINCENZO: «Eh ma… fra’… parliamo sempre delle stesse cose… io che ne so che stava andando là…»
EMANUELE: «Dice che tu dovevi stare qua con noi… dovevi stare qua con… nemmeno con noi… fra’… con loro… con Alessandro…»
VINCENZO: «Fra’… lo so io su questo mi porto una colpa… un peso… lo sai… però… capiscimi pure a me…»

A quel punto interviene Francesco Pio Lucarelli. Il tono si fa gelido. Viene tracciata una linea di demarcazione netta tra chi appartiene alla “pasta” dei veri boss e chi ne subisce solo il fascino distruttivo.

EMANUELE: «Alessandro… io a te lo sto dicendo da una vita… fratello… non sei di questa pasta hai capito… ma non è che tu te la devi prendere male… perché così è… fra’… hai capito che voglio dire io… non mettiamo guaio su guaio… lascia fare a chi magari se la sente…»
VINCENZO: «Non tengo paura… fra’… ma io non tengo paura per me… te lo giuro a Dio… io una paura ho tenuto… quella della famiglia mia… perché stavo vedendo a mia mamma morire davanti a me… è brutto!»
ALESSANDRO: «E invece io la famiglia mia l’ho persa… la paura non esiste proprio più… questo non capisci! Io non devo avere paura di niente nemmeno di camminare per strada… niente»

«Strike»: la contabilità della vendetta

La conclusione dell’inchiesta della Procura svela che la pace a Castellammare è solo una tregua apparente. Chi è rimasto sul territorio non ha intenzione di aspettare i tempi della giustizia ordinaria. Vuole la contabilità del sangue, l’equilibrio da ristabilire.

Avella, per dimostrare di non essere un vigliacco, promette di vendere i suoi anelli, i bracciali d’oro e persino il suo ciondolo a forma di “faraone” per raccogliere i contanti necessari a comprare una nuova arma, un ferro pulito, e tornare a fare la guerra a “Rino” (Gennaro Natino).

Il finale della conversazione intercettata anticipa la prossima, inevitabile, tempesta criminale. Un dialogo che si chiude con la freddezza dei sicari e la metafora raggelante del bowling. Il passaggio esatto in cui la rabbia privata diventa strategia di morte collettiva.

VINCENZO: «Fra’ io non è che vengo là… per dirti vengo là e ci mettiamo… per farti un esempio sulla banchina… fra’ io se vengo là… per dirti acchiappo a Rino… si deve fare male… perché così… se no mi fanno male loro a me»
ALESSANDRO: «Fare male!?… Allora… ma secondo me la parola far male… è pure poco! Perché secondo me se un birillo non va a terra non risolviamo niente…!»
VINCENZO: «E comunque i birilli devono cadere… Strike!»
ALESSANDRO: «E vedi tu! Io quello penso fra’… io penso come devono piangere… come fra’… devono piangere… peggio devono piangere! Abbiamo pianto noi, loro!»

Un’escalation perfetta, simboleggiata da quel mitra evocato nelle carte difensive e nei summit di camorra. Non soltanto un’arma, ma il segno concreto di una guerra sotterranea che, dopo l’omicidio di Alfonso Fontana, secondo i magistrati della Dda non si è mai davvero fermata.

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