I segnali c’erano. Bastava volerli vedere
Ci sono notizie che arrivano come un fulmine a ciel sereno. E poi ci sono notizie che fanno rumore, certo, ma che in fondo confermano una sensazione maturata da tempo.
Come abbiamo raccontato nell’articolo di cronaca dedicato alla decisione del Viminale, il Consiglio dei Ministri ha disposto lo scioglimento dei Comuni di Sarno e Torre Annunziata per condizionamenti e infiltrazioni della criminalità organizzata, con il conseguente commissariamento degli enti.
Per approfondire nel dettaglio come si è arrivati allo scioglimento, quali sono i passaggi istituzionali della decisione e cosa prevede il provvedimento, rimandiamo al nostro articolo di cronaca:
Questo editoriale, invece, nasce da una domanda diversa: davvero qualcuno può dirsi sorpreso per Sarno?
Lo scioglimento del Comune di Sarno per infiltrazioni della criminalità organizzata appartiene a questa seconda categoria.
Perché, diciamolo con chiarezza: che Sarno potesse finire travolta da un provvedimento così grave non sembrava più un’ipotesi remota. C’erano troppi segnali che qualcosa non andasse. Troppe ombre. Troppa confusione. Troppe storture. Troppi episodi che, messi uno accanto all’altro, restituivano l’immagine di un Comune in difficoltà profonda.
Noi stessi, nelle ultime settimane, abbiamo raccontato e osservato una serie di fatti che oggi, alla luce della decisione del Viminale, assumono un peso ancora più forte.
La giunta del fare o la polvere negli occhi?
La sensazione era che si stesse tentando di buttare polvere negli occhi ai cittadini sarnesi. Una narrazione costruita per dare l’impressione della “giunta del fare”, dell’amministrazione presente, degli eventi, delle piazze, dei grandi nomi, delle fotografie, dei sorrisi.
Ma dietro la vetrina, qualcosa non tornava.
Perché non basta organizzare un evento, non basta chiamare un artista famoso, non basta riempire una piazza o scattarsi una fotografia per dimostrare capacità amministrativa.
La buona amministrazione si vede nei dettagli. Si vede nella trasparenza. Si vede nel rispetto delle regole. Si vede nella gestione ordinata degli spazi pubblici. Si vede nel rapporto corretto con i cittadini e con gli organi di informazione.
E proprio lì, nei dettagli, Sarno mostrava da tempo tutte le sue fragilità.
Il caso Nino D’Angelo e la fotografia della confusione
Noi stessi siamo stati testimoni diretti di una gestione che definire superficiale è poco.
L’evento con Nino D’Angelo, che avrebbe dovuto rappresentare un momento importante per la città, si è trasformato invece in una fotografia impietosa del caos amministrativo.
Mentre molti erano impegnati a farsi belli con la presenza del grande artista, mentre in tanti guardavano solo il palco, le luci e i selfie, c’era chi osservava altro. C’era chi guardava il funzionamento della macchina comunale. E quello che si vedeva non era rassicurante.
Un Comune ostaggio della confusione. Un’organizzazione che faceva acqua da tutte le parti. Bodyguard a decidere chi potesse entrare e chi no. Organi di stampa trattati come ospiti sgraditi. Forze dell’ordine utilizzate, di fatto, come filtro all’ingresso per stabilire chi dovesse passare e chi restare fuori.
Sono scene che in un Comune normale, in una gestione trasparente, in una macchina pubblica consapevole del proprio ruolo, non dovrebbero mai verificarsi.
Perché un evento pubblico non è una festa privata. Una piazza non è proprietà di chi governa. E la stampa non può essere considerata un fastidio da contenere.
Né si può pensare di scegliersi, di volta in volta, solo le testate più amiche, quelle più comode, quelle meno impegnate, quelle meno “toste”, evitando chi fa domande, chi osserva, chi non fa sconti.
Nel giornalismo è normale scegliere cosa raccontare: c’è chi segue il costume, chi la società, chi gli eventi, chi la cronaca, chi la politica. Ma non è normale che un’amministrazione pubblica sembri scegliere chi può raccontare e chi no, chi può entrare e chi deve restare fuori, chi è gradito e chi invece dà fastidio.
E noi sconti non ne facciamo. Perché raccontiamo i fatti. Sempre. Anche quando non vorremmo farlo. Anche quando quello che vediamo ci fa schifo. Anche quando restiamo increduli e ci chiediamo: “Ma davvero sono capaci di queste cose?”.
E la cosa più grave è che tutto questo avviene con i soldi pubblici, con i soldi dei cittadini. Con i soldi nostri.
Noi ci meritiamo di meglio.
Dalle piccole cose si capiscono le grandi cose
Quella serata, più che un evento, sembrava una fotografia. La fotografia di una confusione amministrativa che portava a una semplice equazione: se non si è capaci di gestire in modo ordinato, trasparente e istituzionale un evento pubblico, se perfino una manifestazione viene trattata come una cosa privata, allora viene spontaneo chiedersi come possano essere state gestite le grandi opere, i grandi provvedimenti, le scelte più delicate per la città.
E la risposta, purtroppo, oggi appare quasi inevitabile: probabilmente male.
Male per approssimazione. Male per confusione. Male per quella cultura del potere che scambia il Comune per casa propria e la cosa pubblica per un recinto da controllare.
Un vecchio saggio diceva che dalle piccole cose si vedono le grandi cose. Ed è esattamente così.
Tutti sono capaci di intestarsi un evento riuscito. Tutti sono capaci di mettersi davanti a un palco, sorridere, stringere mani, mostrarsi accanto a un personaggio famoso.
Ma la vera capacità amministrativa si misura quando bisogna gestire l’ordine, le regole, gli accessi, la comunicazione, il rispetto dei ruoli, la tutela dei cittadini e la libertà di cronaca.
Se in un evento pubblico si crea il caos, se nessuno sa chi decide, se la gestione appare affidata più all’improvvisazione che a una regia istituzionale, allora il problema non è solo organizzativo.
È culturale. È politico. È amministrativo.
Ora parleranno gli atti, ma il dato politico è devastante
Naturalmente, va detto con chiarezza: lo scioglimento di un Comune per infiltrazioni mafiose non è una sentenza penale contro ogni singolo amministratore.
Le responsabilità personali, se ci saranno, verranno accertate nelle sedi competenti. Gli interessati avranno diritto a spiegare, chiarire, difendersi, raccontare la propria versione. Le inchieste e gli atti diranno cosa è accaduto davvero, quali condizionamenti siano stati rilevati, quali rapporti siano stati ritenuti incompatibili con il buon andamento della pubblica amministrazione.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare.
Quando lo Stato arriva a sciogliere un consiglio comunale per infiltrazioni della criminalità organizzata, non siamo davanti a una normale polemica politica. Non siamo davanti a una semplice crisi amministrativa. Siamo davanti a una decisione severa, estrema, dolorosa.
Una decisione che arriva dopo verifiche, relazioni, accessi agli atti, valutazioni istituzionali.
Sarno ora deve guardarsi allo specchio
Sarno oggi deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio.
Non basta dire “non sapevamo”. Non basta fingere sorpresa. Non basta scaricare tutto su pochi nomi o su pochi episodi. Una comunità deve interrogarsi quando la propria istituzione più vicina viene commissariata per infiltrazioni della criminalità organizzata.
Bisogna chiedersi come sia stato possibile. Bisogna chiedersi chi ha visto e non ha parlato. Chi ha preferito girarsi dall’altra parte. Chi ha scambiato il consenso per controllo. Chi ha pensato che bastasse occupare la scena pubblica per coprire le crepe di un sistema che evidentemente non reggeva più.
Perché la legalità non si proclama dai palchi.
La legalità si pratica ogni giorno, anche quando non ci sono telecamere, anche quando non c’è l’artista famoso, anche quando non conviene.
I cittadini onesti meritano altro
Il colpo più duro, oggi, lo subiscono i cittadini onesti di Sarno.
Quelli che pagano le tasse. Quelli che lavorano. Quelli che rispettano le regole. Quelli che non hanno santi in paradiso. Quelli che avrebbero diritto a un Comune libero, pulito, efficiente, trasparente.
Sarno non è il malaffare. Sarno non è la criminalità. Sarno è anche, e soprattutto, una comunità fatta di persone perbene.
Ma proprio per rispetto di quelle persone bisogna essere duri.
Perché il silenzio non protegge una città. La protegge la verità. La protegge la trasparenza. La protegge la capacità di distinguere chi lavora per il bene pubblico da chi, eventualmente, ha usato il pubblico per interessi privati, politici, clientelari o criminali.
Ora basta passerelle. Basta alibi. Basta narrazioni comode.
Sarno ha bisogno di pulizia, verità e ricostruzione.
E soprattutto ha bisogno di ricordare una cosa semplice: la cosa pubblica non è proprietà di chi governa. È dei cittadini. Sempre.






Mi pare che I segnali erono visibbili da molto tempo ma nessuno voleva vedèer. La gentè di Sarn0 resta sfiducita e i responsablità si devon accertà ; però ci vole piu trasparenzae controlli non solo passerelle,e foto. Speriamo 0ra che cambi sul ser0 senza favoritismi.