

Nell’immagine, un riferimento ai fatti narrati.
C’è un punto, nel rapporto tra editoria e cinema, in cui il libro smette di essere soltanto un oggetto da leggere e diventa il primo luogo in cui una storia comincia a immaginarsi. Non ancora film, non ancora sceneggiatura, non ancora immagine compiuta. Ma già racconto in movimento, già materia visiva, già possibilità di trasformazione.
È uno dei temi più interessanti emersi al Festival Internazionale del Cinema di Pompei, in un panel che ha visto confrontarsi voci diverse ma profondamente legate dallo stesso filo narrativo: Adriano Monti Buzzetti Colella, presidente di Rai Libri, il professor Rosario Coluccia, presidente dell’Accademia della Crusca, il direttore artistico Enrico Vanzina e la presidente del Festival Annarita Borelli. Un dialogo nel quale editoria, lingua e cinema si sono alternati come tre passaggi dello stesso processo creativo: la parola che nasce, si struttura, diventa pensiero e infine immagine.
Il confronto ha aperto una riflessione profonda sul modo in cui oggi si costruiscono le storie. Perché il cinema, prima ancora di arrivare sullo schermo, nasce quasi sempre da una parola: da un romanzo, da un dialogo, da una lingua, da una memoria collettiva che chiede di essere raccontata.
Nel panel è emerso con forza come l’editoria contemporanea non possa più essere considerata un mondo separato dall’audiovisivo. Monti Buzzetti Colella, portando il punto di vista di Rai Libri, ha spiegato come oggi una casa editrice non lavori soltanto sulla pagina, ma dentro un ecosistema narrativo più ampio, dove il racconto può vivere in forme diverse: libro, film, serie, fumetto, prodotto televisivo o progetto transmediale.
Chi pubblica libri, oggi, sa bene che una storia può avere più vite: può restare romanzo, diventare serie, trasformarsi in film, allargarsi in fumetto, podcast, racconto transmediale. Non si tratta più soltanto di “adattare” un libro al cinema, ma di costruire universi narrativi capaci di attraversare formati diversi.
La novellizzazione pura, cioè il semplice trasferimento di un film o di una fiction in forma di libro, appare ormai poco efficace. Il pubblico non cerca più sulla pagina ciò che ha già visto sullo schermo. Cerca qualcosa in più: un prequel, un sequel, uno spin-off, un approfondimento, un punto di vista laterale. Cerca materiale narrativo nuovo, capace di aggiungere senso alla storia originale. È qui che l’editoria torna ad avere un ruolo centrale: non come ancella del cinema, ma come officina del racconto.
Ma il passaggio più importante riguarda forse la lingua. La lingua non è soltanto uno strumento di comunicazione. È una struttura di pensiero, una forma di identità, una chiave per capire come una società cambia. Lo ha ricordato il professor Rosario Coluccia, presidente dell’Accademia della Crusca, richiamando il rapporto profondo tra cinema, lingua e società. Nei grandi film italiani, la lingua non serve solo a far parlare i personaggi: serve a collocarli in un tempo, in una classe sociale, in una trasformazione storica.
Basta pensare a quanto il cinema italiano abbia raccontato il Paese attraverso il modo di parlare dei suoi protagonisti. Dai dialetti stretti e quasi incomprensibili di certe opere neorealiste alla lingua reinventata dell’“Armata Brancaleone”, dalla comicità linguistica di Totò alla rappresentazione delle migrazioni interne, il cinema ha spesso fatto ciò che i saggi accademici non sempre riescono a fare: ha trasformato la storia della lingua in patrimonio popolare.
Per questo parlare di cinema significa anche parlare di identità. Il Festival di Pompei, scegliendo di mettere al centro questi temi, ha ricordato che l’immagine non nasce mai dal nulla. Dietro una scena, dietro un dialogo, dietro un personaggio, c’è sempre una cultura. C’è una memoria letteraria, una tradizione linguistica, un immaginario condiviso. Anche quando il cinema inventa storie originali, porta con sé secoli di letteratura, teatro, canzone, oralità.
Eppure oggi questo rapporto appare più fragile. La velocità dei social, la frammentazione dell’attenzione, l’abitudine a contenuti brevi e discontinui rischiano di impoverire la capacità di seguire trame complesse. È stato detto con chiarezza: molti giovani fanno sempre più fatica a entrare in racconti lunghi, stratificati, pieni di sottotrame e ritorni narrativi. Non è solo un problema di lettura. È un problema di immaginazione, di concentrazione, di educazione al racconto.
Il rischio è che l’algoritmo finisca per rendere tutte le storie simili. Stessi ritmi, stessi conflitti, stessi personaggi, stessi finali. In questo scenario, anche l’intelligenza artificiale può diventare una scorciatoia pericolosa se usata soltanto per replicare modelli già esistenti. Ma proprio qui il cinema e l’editoria possono ritrovare una missione: non inseguire la banalità del contenuto immediato, ma ricostruire profondità, complessità, identità.
La domanda allora diventa: chi sta raccontando davvero le nuove generazioni? Il cinema italiano, per decenni, ha avuto autori capaci di fotografare i cambiamenti del Paese, di raccontare amori, paure, famiglie, illusioni, disincanti. Oggi quella voce sembra più incerta. I giovani sono spesso raccontati dagli altri, più che da loro stessi. Manca forse un nuovo grande romanzo di formazione collettivo, capace di dire chi sono, come parlano, cosa desiderano, cosa temono.
Ed è proprio da qui che il cinema può ripartire. Non dalla nostalgia, non dal rimpianto di un passato irripetibile, ma dalla necessità di trovare una nuova lingua. Una lingua capace di ascoltare il presente senza appiattirsi su di esso. Una lingua che sappia diventare immagine, ma senza perdere pensiero. Una lingua che torni a raccontare l’amore, il conflitto, la provincia, il lavoro, la solitudine, la speranza, senza ridurli a frasi già sentite.
In questo senso il Festival Internazionale del Cinema di Pompei ha avuto il merito di portare il dibattito oltre la semplice celebrazione del cinema. Ha mostrato che un festival può essere anche un laboratorio culturale, un luogo in cui interrogarsi sul futuro del racconto. Pompei, città della memoria per eccellenza, diventa così anche spazio di riflessione sul presente: perché ogni immagine che resta, ogni storia che sopravvive, nasce sempre da una parola capace di attraversare il tempo.
Il cinema ha ancora questa possibilità: trasformare la parola in immagine senza svuotarla, rendere visibile una lingua, restituire a una comunità il proprio modo di guardarsi. Ma per farlo ha bisogno dell’editoria, della letteratura, della scuola, della critica, dei festival, dei luoghi in cui le storie non vengono solo consumate ma pensate.
Perché il futuro del cinema non si gioca soltanto nelle sale o sulle piattaforme. Si gioca prima: nella qualità delle parole che scegliamo, nella profondità delle storie che costruiamo, nella capacità di riconoscere che ogni immagine, prima di diventare spettacolo, è già una forma di pensiero.