All’ombra di Piazza Dante, dove il ventre di Napoli si fa stretto e ripido arrampicandosi verso il Cavone, non si vendeva solo droga. Si vendeva un servizio, un’efficienza aziendale, una disponibilità garantita ventiquattro ore su ventiquattro. Ma soprattutto, a leggere le oltre cinquecento pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Ambra Cedrabona che ieri ha portato in carcere 23 persone, nel feudo degli eredi del clan Lepre si offriva un approdo sicuro per una clientela insospettabile, trasversale, da “colletti bianchi”.
Il blitz condotto congiuntamente da Polizia e Carabinieri ha smantellato quella che gli inquirenti definiscono una vera e propria holding itinerante dello spaccio. A reggerne le fila, Luigi Lepre (fratello del defunto boss Ciro, detto ‘o sceriffo), i nipoti e i vertici di una cosca capace di organizzarsi con turnazioni militari.
Ma è penetrando nelle pieghe delle intercettazioni, concentrandosi sulla piazza di via Francesco Saverio Correra 113, gestita da Ciro Errico (genero del defunto boss) e dalla compagna Mariarca Lepre, che l’inchiesta restituisce uno spaccato sociale inquietante. Un mondo dove la linea di confine tra la borghesia cittadina, le professioni sanitarie e il sottobosco criminale si dissolve del tutto.
L’infermiere “dottore” e le forniture in ospedale
Si faceva chiamare «dottore», e con i vertici della piazza di spaccio vantava un rapporto confidenziale, quasi alla pari. Nella realtà, l’uomo intercettato a più riprese dagli investigatori era un infermiere in servizio presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale Vecchio Pellegrini(la struttura sanitaria naturalemnete estranea al traffico di droga). Non un semplice consumatore, ma uno snodo nevralgico per allargare il giro d’affari del clan all’interno delle strutture sanitarie napoletane.
Le carte dell’ordinanza documentano un viavai impressionante: consegne effettuate nei pressi del Cardarelli, del Santobono e persino ordini multipli — fino a dieci consegne in simultanea — all’esterno dell’ospedale Monaldi. L’infermiere trattava sul prezzo e sulle quantità, promettendo ai vertici del Cavone di allargare il bacino d’utenza coinvolgendo i colleghi.
È la sera del 7 marzo 2020. L’Italia è a un passo dal lockdown totale, ma l’infermiere ha altre priorità. Al telefono con i gestori della piazza, usa un linguaggio allusivo per chiedere un “regalo”, una dose extra, da usare come campionario per fidelizzare nuovi clienti tra il personale sanitario:
«Sì, e perciò voglio dire… buttala una maniata di coriandoli. Perché là… qua ti stai prendendo il laboratorio di analisi…»
La gestione logistica di queste consegne “ospedaliere” era curata nei minimi dettagli. I corrieri del clan arrivavano direttamente all’esterno dei nosocomi. Poco più tardi, nella stessa sera, si registra un disguido. L’operatore del clan rimprovera il sanitario per aver fatto aspettare il pusher a vuoto: «…quarto d’ora fuori all’ospedale e non siete uscito, ora vengo di nuovo…»
L’infermiere si giustifica, suggerendo persino di usare il personale di vigilanza dell’ospedale come tramite per farsi avvisare dell’arrivo della droga al turno successivo. Mezz’ora dopo, il centralino del Cavone lo richiama, confermando l’arrivo della merce proprio mentre l’uomo è in turno: «…dottore sta venendo fuori al Pellegrini, vedi. Ospedale Pellegrini… sì, sì, esci, esci. Esci fuori, ciao…»
Il lockdown, la statua di Padre Pio e l’avvocato del Vomero
Il 10 marzo 2020 il Governo impone le severe restrizioni alla circolazione per arginare la prima, tragica ondata di Covid-19. Le strade di Napoli si svuotano, i posti di blocco si moltiplicano. Per la “holding” dei Lepre è un duro colpo logistico. Il sistema del delivery garantito dal pusher di fiducia della cosca, il romeno Raul Laurentiu Vatamanu, diventa troppo rischioso.
Il clan si riorganizza. Niente più consegne a domicilio: ora è la clientela Vip che deve scendere al Cavone. Il punto di ritiro viene fissato in piazzetta Cappuccelle, a pochi passi dall’abitazione di Ciro Errico, proprio sotto una statua raffigurante Padre Pio.
Tra i clienti più assidui costretti a rivedere le proprie abitudini c’è una avvocatessa residente nel quartiere collinare del Vomero. La professionista, pur di garantirsi la sua fornitura di cocaina, decide di sfidare i divieti governativi e i controlli delle forze dell’ordine. La mattina del 30 marzo, l’avvocatessa chiama l’utenza “dedicata” dello spaccio:
«Eh… pronto, ciao Ciro, buongiorno. Scusami, sono l’avvocato del Vomero… Ciao senti, immagino che non ci sia sempre nessuno che si può muovere, giusto?»
Ricevuta conferma che i corrieri sono fermi, la donna non si perde d’animo. Informa il boss che si metterà in viaggio lei stessa, autocertificazione permettendo:
«Ah, va bene… quindi posso… se riesco a passare io ti avviso quando sto sopra. Penso di sì, se non mi fermano prima perché… certificazione.»
Dieci minuti dopo, la professionista richiama. Ha attraversato mezza città in pieno lockdown ed è arrivata a destinazione, pronta per il ritiro lampo:«Già sto fuori, sopra la salita veramente tua… Eh, scendo dove stavo l’altra volta, al Padre Pio…»
La scena si ripete ad aprile, a ridosso delle festività. La pandemia infuria, ma per i clienti del Cavone l’approvvigionamento non può fermarsi. Il 9 aprile la professionista chiama per avvisare del suo imminente arrivo in scooter. Il gestore le dà istruzioni precise per evitare occhi indiscreti: «Entrate sempre nel vico là. Entrate con il motorino fino a metà e chiamami…»
Giunta sul posto, la donna avanza una richiesta specifica. È la settimana di Pasqua, e le scorte vanno adeguate «Ciro, sono io. Il doppio però stavolta…» Dieci?» le chiede conferma il boss, riferendosi al quantitativo o al numero di dosi. «Eh sì» risponde l’avvocatessa, «la Pasqua faccio.»
Un centralino h24 e il linguaggio in codice
Dietro questi episodi si celava una macchina organizzativa rodata e spietata. La piazza del civico 113, oltre alla cocaina, gestiva un fiorente mercato di marijuana. Il sistema si basava su un’utenza telefonica fissa (un vero e proprio centralino intestato a prestanome) passata di mano in mano tra Ciro Errico, la compagna Mariarca Lepre e un’altra indagata, Anna Troise.
Le ordinazioni venivano prese e smistate istantaneamente ai pusher operativi sul territorio, che venivano allertati su un secondo telefono. I clienti, ormai istruiti, utilizzavano un glossario criptico ma inequivocabile per gli inquirenti: l’espressione “sto solo io” equivaleva a una dose da 10 euro, “siamo due di noi” indicava una richiesta doppia.
Un sistema infallibile, caduto solo grazie a mesi di intercettazioni ambientali, telefoniche e telecamere nascoste. Le indagini hanno scardinato l’anonimato di una rete in cui il colletto bianco e il ras di quartiere parlavano la stessa lingua, uniti dalla medesima dipendenza e da un cinismo capace di ignorare persino un’emergenza sanitaria globale.






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