Caivano, la roba buona e la monnezza: viaggio nella piazza di spaccio hi tech di via Uganda

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Caivano – Esiste un confine sottile, fatto di cemento, sbarre di ferro e obiettivi di telecamere perimetrali, che separa la quotidianità della periferia dall’economia sommersa del crack e della cocaina. Quel confine, a Caivano, ha una coordinata geografica ben precisa: lo stabile di via Uganda, all’altezza del chilometro 13,500 della Statale Sannitica.

È qui che, secondo le indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia e confluite nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal GIP dott.ssa Maria Cristina Sangiovanni, era stato allestito un vero e proprio fortino della droga.

Le accuse sono pesanti: associazione

finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione, spaccio, estorsione aggravata dal metodo mafioso e minacce a mano armata. Un’indagine imponente, capace di incrociare le immagini dei sistemi di videosorveglianza abusivi con i racconti dei clienti e le voci in diretta degli indagati, intercettati mentre pesavano la roba o contavano i soldi da consegnare alla cassa comune.

L’organigramma del vicolo: promotori e contabili

A capo dell’organizzazione, secondo l’impianto accusatorio, si staglia la figura di Domenico Di Micco. È lui il “promotore”, l’uomo deputato a prendere le decisioni strategiche, a mantenere i contatti con i fornitori e ad assicurare il pagamento settimanale degli stipendi ai sodali.

Al suo fianco, con il ruolo di organizzatrice e mente contabile, c’è Teresa D’Angelo. La donna gestiva la quotidianità della piazza, coordinava i turni dei venditori e incassava i proventi giornalieri dello spaccio.

Al gradino inferiore, la forza lavoro: Lucio Cozzuto, Giulio Marsicano, Luca Fischetti, Giuseppe Piccolo, Carmine Squaglione Junior e la cittadina ucraina Nataliia Terletska, detta “Maria”. Erano loro i pusher e le vedette incaricate di presidiare lo stabile. Un meccanismo talmente oliato che i clienti sapevano perfettamente come muoversi.

Uno di loro, interrogato dagli inquirenti, ha descritto l’accesso controllato: “Mi sono avvicinato al cancelletto di ingresso e non appena mi avvicino mi hanno aperto in quanto mi vedono dalle telecamere. Dopodiché sono salito direttamente all’ultimo piano dove c’è una mansarda… Ho trovato una donna seduta dietro ad un tavolo rettangolare ed un ragazzo in piedi che visionava attraverso lo schermo di un televisore le immagini che riprendono la via Uganda all’esterno”.

“Metti le telecamere”: il blackout tecnologico nel cuore dello spaccio

Il sistema di videosorveglianza era l’ossigeno della piazza di spaccio. Permetteva di anticipare le mosse della “borghese” o delle pattuglie in divisa. Ma quando la tecnologia si inceppava, il panico subentrava immediatamente, costringendo i gestori a congelare le vendite. È la mattina del 29 ottobre 2023 quando le microspie registrano una conversazione concitata tra Teresa D’Angelo, Nataliia Terletska (“Maria”) e Giuseppe Piccolo.

Ci sono clienti fuori, ma le telecamere sono spente.

Teresa D’Angelo: “Maria metti le telecamere, e poi ha detto digli che aspettano 10 minuti, si fanno un giro, dai poi viene lui!”
(Poco dopo, Giuseppe Piccolo entra nell’appartamento in ansia per la folla sul marciapiede)
Giuseppe Piccolo: “Pronto oh Peppe!” Teresa D’Angelo: “Ma è venuto…?” Giuseppe Piccolo: “Sì stavo aprendo per dirgli un fatto, ora sto facendo il caffè ah” Teresa D’Angelo: “Perché l’hai aperto!” Giuseppe Piccolo: “Perché sono venute 7/8 persone…”

(La D’Angelo redarguisce i presenti e si rivolge nuovamente alla donna ucraina che non riesce ad avviare il monitor)

Teresa D’Angelo: “Maria! Maria vuoi venire giù?” Maria: “Aspetta non vuole partire la telecamera, non si vede…” Teresa D’Angelo: “Ma come mai… ma non le hai sapute mettere Maria?”

Senza gli “occhi” elettronici puntati sulla strada, la piazza doveva chiudere. I tossicodipendenti venivano rimandati indietro con la scusa di “farsi un giro di dieci minuti”, per evitare che un blitz a sorpresa cogliesse l’organizzazione con le mani nei sacchetti della cocaina.

L’ombra dello sfruttamento dei minori: “Posa questo dentro là, questa è roba!”
L’aspetto forse più inquietante che emerge dalle oltre duecento pagine dell’ordinanza è il presunto utilizzo di minori per occultare la sostanza stupefacente. Secondo il capo d’imputazione numero 4, Domenico Di Micco e Teresa D’Angelo si sarebbero avvalsi della figlia di quest’ultima, una bambina nata nel 2012 e quindi non imputabile, per nascondere partite di droga nell’abitazione di famiglia.

Le intercettazioni ambientali catturano la D’Angelo mentre dà ordini precisi alla bambina, indicata nelle carte con il nome di “Mena”.

Teresa D’Angelo: “Mena posa questo dentro là, QUESTA E’ ROBA!” Mena: “Dove le devo mettere, nelle Valentino? Le metto nella stanza da letto?” Teresa D’Angelo: “No, pure nello sgabuzzino!” Mena: “Con tutta la scatola?” Teresa D’Angelo: “Sì, con la busta che l’ha portata!”

Poche battute che descrivono una normalità distorta, dove una bambina di undici anni conosce i nascondigli della casa e distingue il carico di droga definendolo per quello che è, catalogandolo tra le scarpe di lusso o gli scaffali dello sgabuzzino.

La faida sulla qualità della droga e i “bigliettini” di Carmela

Gestire una piazza di spaccio a Caivano significa anche fare i conti con le lamentele dei clienti e l’oscillazione del mercato. In un’altra intercettazione ambientale, lo stesso capo piazza Domenico Di Micco discute furiosamente con il cognato Biagio D’Angelo sulla qualità di una partita di droga appena acquistata, definita senza mezzi termini “munnezza”.

Domenico Di Micco: “Non dobbiamo comprare… io sono del parere che dobbiamo comprare la ROBA BUONA, NON DOBBIAMO MAI COMPRARE LA MUNNEZZA… Io la prossima volta la prendo da mano a questo… Che prendo quelle cose da te, ma stai bene con la testa? Ma guarda qua che roba, ora ti faccio vedere… da squagliare… da squagliare!”

La droga scadente rischiava di far crollare i profitti di un business che produceva migliaia di euro a settimana. Soldi che confluivano in una contabilità parallela, registrata su fogli volanti e rendicontata periodicamente.

Domenico Di Micco: “I bigliettini qua dove stanno?” Teresa D’Angelo: “Vedi qua deve stare, dentro… ci sta?” Domenico Di Micco: “Otto e quindici… e questi altri trecento… (conta). Deve venire Carmela?” Teresa D’Angelo: “Quelli di là… i soldi di là dove stanno?” Domenico Di Micco: “Quali? Quelli là che ti ha dati questa mattina… di là dammeli”

Questa misteriosa figura femminile, “Carmela”, pur non essendo stata compiutamente identificata per la formulazione di un’accusa associativa stabile, rappresentava il terminale finanziario a cui la D’Angelo consegnava tranche di contanti da 4.000 e 1.300 euro alla volta.

Le stese, le estorsioni dal carcere e la legge del più forte

Ma il controllo di via Uganda non è una questione isolata. L’inchiesta della Procura svela come le piazze di spaccio di Caivano siano costantemente nel mirino dei clan storici operanti sul territorio, pronti a imporre la propria tangente sui rifornimenti di cocaina. È il caso di Giuseppe Piccolo, “vittima” e al contempo partecipe del sistema.

Nel novembre del 2023, Piccolo viene letteralmente sequestrato da Daniele Miele, costretto a salire a bordo di un’auto e condotto in una zona isolata di Casavatore, dove viene brutalmente pestato. Il motivo? Un debito da 25.000 euro per una partita di droga. La richiesta estorsiva viene orchestrata direttamente dal penitenziario: Salvatore Russo, detto “Gargamella”, benché detenuto nel carcere di Secondigliano, utilizzava uno smartphone Xiaomi clandestino per minacciare Piccolo di gravi ritorsioni fisiche, inviando la propria compagna, Giusi Vivace, a ritirare rate da 1.000 euro a settimana.

E quando l’intimidazione verbale non bastava, entravano in azione le armi. L’ordinanza ricostruisce la drammatica “stesa” del 4 ottobre 2024, quando Francesco Pezzella, braccio armato legato al clan Ciccarelli, esplose tre proiettili calibro 9×21 mm con una pistola semiautomatica clandestina di marca “Trabzon” direttamente contro la facciata dell’abitazione di Di Micco e della D’Angelo. Un avvertimento di fuoco per imporre il monopolio della droga e ricordare a tutti che a Caivano, dietro le telecamere e i cancelli blindati, c’è sempre un clan pronto a reclamare la sua parte.

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Giuseppe Del Gaudio

Giuseppe Del Gaudio, giornalista professionista dal 1991. Amante del cinema d'azione, sport e della cultura Sud Americana. Il suo motto: "lavorare fa bene, il non lavoro: stanca"

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