

Una stesa degli uomini del clan Nobile di Afragola
Afragola– I due fratelli Giuseppe e Antonio Nobile legati a doppio filo al clan Moccia avevano preso il controllo delle attività illecite di Afragola e continbuavano a comandare anche dal carcere grazie all’utilizzo di telefonini fatti arrivare illecitamente. E’ quanto emerge da una nuova inchiesta che ha portato al blitz in corso dalle prme luci del giorno di oggi.
Una vasta operazione condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna ha infatti portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 26 persone nel territorio di Afragola. Il provvedimento, emesso dal GIP del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, prevede la custodia in carcere per 23 indagati e il divieto di dimora per altri tre. Le ipotesi di reato contestate a vario titolo comprendono l’associazione di tipo mafioso, il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, l’estorsione e la detenzione illegale di armi.
Secondo quanto emerso dalle attività investigative, il gruppo criminale – individuato dagli inquirenti come la fazione dei cosiddetti “Panzarottari”, legata al clan Moccia – avrebbe operato con modalità volte ad affermare il proprio controllo sul territorio. Le indagini, che si sono avvalse anche delle dichiarazioni dei pentiti tra cui Giovanni Barra, hanno fatto luce su una serie di condotte illecite perpetrate ai danni di commercianti e imprenditori locali, costretti a subire pressioni economiche e atti intimidatori. Parallelamente alle estorsioni, il sodalizio gestiva una strutturata rete di distribuzione e vendita al dettaglio di sostanze stupefacenti.
Il clan infatti aveva in mano una grande fetta del mercato della droga nei comuni a Nord di Napoli e commercializzava stupefacenti etichettati con la faccia di Putin.
Un elemento di particolare rilievo emerso dall’inchiesta riguarda la capacità di coordinamento del gruppo. Alcuni esponenti di spicco dell’organizzazione, nonostante fossero già in stato di detenzione, sarebbero riusciti a mantenere la guida delle attività criminali. Attraverso l’introduzione e l’uso indebito di telefoni cellulari all’interno dei penitenziari, i soggetti reclusi continuavano a trasmettere direttive operative e ordini ai complici in libertà, garantendo la continuità degli affari illeciti.
La Procura della Repubblica ha ricordato che l’attuale provvedimento si colloca nella fase delle indagini preliminari. Si tratta di misure cautelari contro le quali sono ammessi i normali mezzi di impugnazione previsti dall’ordinamento. Nel pieno rispetto dei principi costituzionali, tutti i destinatari della misura sono da considerarsi sottoposti alle indagini e, pertanto, presunti innocenti fino all’eventuale emissione di una sentenza definitiva di condanna.
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