Ogni epoca ha avuto le proprie leggende metropolitane, le proprie voci incontrollate e le proprie storie raccontate come vere senza esserlo. La differenza è che un tempo una voce impiegava giorni, settimane o mesi per diffondersi. Oggi può raggiungere milioni di persone in poche ore, accompagnata da immagini, musica, sottotitoli, commenti indignati e migliaia di condivisioni che finiscono per conferirle un’apparenza di credibilità. Nel titolo abbiamo usato TikTok come piattaforma social di esempio, ma la situazione interessa anche tutti gli altri.
È qui che nasce uno dei problemi più sottovalutati della nostra società: la progressiva confusione tra ciò che accade sui social e ciò che accade realmente.
TikTok, Instagram, Facebook e le altre piattaforme sono strumenti straordinari. Permettono di comunicare, raccontare esperienze, documentare eventi, conoscere persone e realtà che altrimenti rimarrebbero lontane. Il problema nasce quando smettono di essere considerati strumenti e diventano, nella percezione di alcuni utenti, una sorta di dispensatore automatico della verità.
Un video appare sullo schermo. Una persona racconta qualcosa con sicurezza. Ci sono migliaia di visualizzazioni. Nei commenti qualcuno scrive: «È successo anche a me». Un altro aggiunge: «Lo sapevo». Un terzo sostiene di conoscere personalmente qualcuno coinvolto.
Ed ecco che una storia non verificata comincia a trasformarsi, nella mente di chi guarda, in un fatto.
Non servono documenti. Non servono riscontri. Non serve sapere chi stia parlando. Non serve nemmeno chiedersi se quella persona abbia realmente assistito a ciò che racconta.
È sullo schermo, quindi deve essere vero.
Ed è proprio questo il passaggio più pericoloso.
Il commento è diventato una fonte
C’è qualcosa di ancora più sorprendente del successo dei video non verificati: il valore che viene attribuito ai commenti.
Sotto qualsiasi contenuto è possibile trovare affermazioni di ogni tipo. Persone anonime raccontano episodi, avanzano accuse, formulano diagnosi, spiegano leggi, ricostruiscono vicende giudiziarie, indicano colpevoli e dispensano certezze.
E spesso basta che una frase riceva qualche centinaio di «mi piace» perché venga percepita come confermata.
Ma cento persone che approvano un’affermazione falsa non la trasformano in una verità.
Mille commenti non sono una verifica giornalistica.
Un milione di visualizzazioni non costituisce una prova.
È un concetto apparentemente elementare, eppure sembra diventare ogni giorno meno evidente.
Lo sconosciuto che diventa più credibile di una redazione
C’è poi un paradosso particolarmente interessante.
Una parte del pubblico guarda con crescente diffidenza giornali, televisioni, istituzioni e professionisti dell’informazione. Una diffidenza che, entro certi limiti, è persino salutare: nessuna fonte deve essere considerata infallibile e anche il giornalismo deve essere sottoposto a critica, verifica e responsabilità.
Ma contemporaneamente la stessa persona può concedere una fiducia quasi assoluta a uno sconosciuto apparso casualmente nel proprio feed.
È una contraddizione enorme.
Un telegiornale viene accusato di avere interessi, direttori, editori, linee editoriali e responsabilità. Tutto vero e tutto legittimamente discutibile.
Ma la ragazza che registra un video dalla propria automobile affermando che in un noto centro commerciale starebbero «rapendo bambini» può essere creduta senza che nessuno sappia chi sia, da dove abbia ottenuto l’informazione, quali prove possieda o se l’episodio sia mai realmente accaduto.
Non perché abbia dimostrato qualcosa.
Semplicemente perché sembra sincera.
Il problema è che la sincerità percepita non è una prova.
Una persona può raccontare qualcosa in perfetta buona fede ed essere completamente in errore. Può avere interpretato male un evento. Può avere ricevuto un’informazione falsa. Può avere scambiato una coincidenza per una conferma.
Oppure può semplicemente inventare.
Gli algoritmi non distinguono il vero dal falso
Il social network, inoltre, non nasce per stabilire ciò che è vero.
Il suo algoritmo deve principalmente capire cosa riesce a trattenere l’utente davanti allo schermo.
Una notizia moderata, complessa e piena di sfumature spesso coinvolge meno di un’affermazione sconvolgente.
«Non sappiamo ancora cosa sia successo» difficilmente diventa virale.
«ATTENZIONE, STA SUCCEDENDO OVUNQUE» ha molte più possibilità.
La paura genera attenzione. L’indignazione genera commenti. Lo scandalo genera condivisioni. La rabbia prolunga la permanenza sulla piattaforma.
E così un sistema progettato per massimizzare il coinvolgimento può finire per premiare, senza necessariamente volerlo, proprio i contenuti più estremi.
Il risultato è una realtà deformata.
Chi trascorre molto tempo all’interno di questo flusso può iniziare a percepire come frequenti fenomeni che sono rarissimi, come maggioritari comportamenti marginali e come emergenze nazionali episodi isolati.
Una società emotivamente governata da cose che non esistono
Questo è probabilmente l’aspetto più inquietante.
Se una persona crede a una notizia falsa, il problema potrebbe sembrare limitato alla cattiva informazione.
Ma cosa accade quando quella notizia produce emozioni reali?
La paura è reale. La rabbia è reale. L’odio è reale. La decisione di non frequentare più un luogo è reale. L’accusa rivolta a una persona innocente è reale. La reputazione distrutta è reale. L’aggressività nei confronti di una categoria è reale.
La storia da cui tutto è partito, invece, magari non lo era.
Significa che possiamo arrivare al paradosso di una società nella quale persone reali modificano il proprio comportamento sulla base di eventi inesistenti.
Ci si arrabbia per qualcosa che non è successo. Si ha paura di qualcuno che non ha fatto nulla. Si giudica una persona che non si conosce. Si condanna qualcuno senza prove. Si costruiscono convinzioni politiche, sociali e perfino sanitarie partendo da trenta secondi di video.
Questo non è più semplicemente «credere alle bufale».
È una progressiva alterazione del rapporto con la realtà.
Il problema non sono i social
Sarebbe troppo semplice, e probabilmente sbagliato, concludere che il problema siano TikTok o gli altri social network.
Le piattaforme amplificano un comportamento umano molto più antico: siamo naturalmente attratti dalle storie, soprattutto quando confermano ciò che già pensiamo o quando provocano emozioni forti.
La tecnologia ha però eliminato quasi completamente le distanze tra la voce e il pubblico.
Oggi chiunque possiede una potenziale emittente televisiva dentro la propria tasca.
Ed è una straordinaria conquista di libertà.
Ma una società nella quale tutti possono parlare necessita, forse più che in passato, di cittadini capaci di ascoltare criticamente.
La libertà di comunicare non può funzionare senza la capacità di verificare.
Insegnare il dubbio
La soluzione non è censurare ogni contenuto discutibile e nemmeno affidare a qualcuno il potere assoluto di decidere cosa sia vero.
La soluzione principale dovrebbe essere culturale.
Bisogna tornare a insegnare una cosa apparentemente semplice: prima di credere, verificare.
Chi sta parlando? Qual è la fonte originale? Esistono altri riscontri indipendenti? La notizia è riportata da testate affidabili? Esistono comunicazioni ufficiali? Il video mostra realmente ciò che viene raccontato oppure soltanto immagini alle quali qualcuno ha aggiunto una narrazione? La persona che commenta possiede informazioni verificabili oppure sta semplicemente ripetendo ciò che ha letto altrove?
Sono domande banali. Ma oggi possono rappresentare una forma fondamentale di autodifesa.
Il dubbio come forma di intelligenza
Avere dubbi non è una debolezza. È una forma di intelligenza.
«Hai dubbi? Io non ho dubbi sul fatto di avere dubbi».
È proprio questo il punto. Il dubbio non significa non sapere nulla, ma rifiutarsi di trasformare ogni impressione in una certezza. Significa concedersi il tempo di verificare, ascoltare altre versioni, cercare riscontri e accettare perfino la possibilità di essersi sbagliati.
In fondo, come ricordava Luciano De Crescenzo, bisognerebbe diffidare di chi nella vita ostenta certezze assolute. Perché chi è davvero disposto a capire il mondo difficilmente smette di farsi domande.
Ignorare il fenomeno sarebbe un errore
Liquidare tutto con la solita frase «la gente ha sempre creduto alle sciocchezze» rischia di sottovalutare profondamente il cambiamento avvenuto.
Sì, la credulità è sempre esistita. Le leggende metropolitane sono sempre esistite. Le informazioni false sono sempre esistite.
Ma non hanno mai avuto una macchina di distribuzione capace di raggiungere milioni di persone in pochi minuti, selezionando automaticamente proprio gli utenti più predisposti a reagire a quel contenuto.
È questa la novità.
E quando il livello di credulità comincia a influenzare comportamenti collettivi, rapporti sociali, reputazioni, paure e decisioni, ignorarlo significa accettare che il problema cresca.
Non bisogna avere paura dei social.
Bisogna avere paura di una società che smette di distinguere tra testimonianza e prova, tra opinione e fatto, tra popolarità e verità.
Perché Internet può mostrarci il mondo. Ma se perdiamo l’abitudine di dubitare e verificare ciò che vediamo, può anche costruircene uno completamente inesistente.



