Lega, il bivio di Salvini: tornare al Nord o completare davvero il progetto nazionale?

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Chi scrive non è un leghista e non è nemmeno un sostenitore di Matteo Salvini. È semplicemente un osservatore della politica che, guardando allo scontro apertosi dentro la Lega, vede emergere una questione molto più interessante della semplice domanda: Salvini deve restare oppure deve lasciare?

La vera domanda è un’altra: la Lega deve tornare a essere soprattutto il partito del Nord oppure deve completare fino in fondo la trasformazione in una forza nazionale?

Perché, a ben guardare, l’idea di Salvini non era necessariamente sbagliata.

La vecchia Lega Nord aveva un limite evidente: poteva diventare fortissima in Lombardia, Veneto e nelle altre regioni settentrionali, ma difficilmente avrebbe potuto ambire a essere una grande forza nazionale e, soprattutto, a guidare stabilmente il Paese.

Salvini ha provato a rompere quel confine.

Ha progressivamente cancellato il “Nord” dal messaggio nazionale, ha portato il partito in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia e ha cercato voti anche in territori nei quali, fino a pochi anni prima, sarebbe sembrato quasi paradossale vedere la Lega competitiva.

Ed è proprio qui che, forse, c’era un’intuizione interessante.

Una Lega nazionale poteva avere senso

Se l’obiettivo era costruire un partito realmente nazionale, allora il progetto avrebbe potuto avere una sua logica.

Una forza politica radicata nel Nord ma capace di creare anche nel Mezzogiorno sacche autonome di potere politico, amministratori forti, dirigenti credibili e leader territoriali capaci di contare davvero all’interno del partito.

Almeno si spera che questa fosse l’idea.

Perché il passaggio decisivo è proprio questo: essere nazionali non significa semplicemente prendere voti in tutta Italia.

Significa distribuire il potere in tutta Italia.

Significa che un dirigente campano, pugliese, siciliano o calabrese possa avere all’interno del partito lo stesso peso politico di un dirigente lombardo o veneto.

Significa che il Sud non sia soltanto un bacino elettorale ma anche un luogo nel quale costruire leadership.

Se Salvini aveva immaginato una Lega fatta di diversi centri di potere territoriali — uno fortissimo al Nord, altri capaci di emergere al Centro e al Sud — allora l’idea era politicamente interessante.

Il problema è che quella trasformazione sembra essersi fermata a metà.

Il Sud ha votato la Lega, ma quanto ha contato?

Durante la fase di massima espansione la Lega ha raccolto consensi anche nel Mezzogiorno.

Ma quanti dirigenti meridionali sono diventati realmente indispensabili al partito?

Non quanti sono stati candidati.

Non quanti hanno ottenuto un seggio.

Non quanti hanno partecipato ai comizi.

Quanti sono diventati abbastanza forti da poter condizionare una decisione nazionale?

Quanti possono dire al segretario: «Su questa scelta non siamo d’accordo»?

Quanti possono imporre una priorità riguardante il Mezzogiorno?

Qui la risposta diventa molto più difficile.

Ed è questo, probabilmente, il limite maggiore del progetto nazionale di Salvini.

La Lega ha allargato il proprio mercato elettorale, ma non ha costruito con la stessa velocità un sistema di potere realmente nazionale.

Tornare alla Lega Nord sarebbe la soluzione?

Oggi una parte importante del partito chiede più attenzione al Nord, maggiore peso ai territori storici e un ritorno ai temi che hanno costruito l’identità originaria del Carroccio.

È una richiesta comprensibile.

Se un partito perde parte del proprio elettorato tradizionale senza consolidarne uno nuovo, prima o poi deve interrogarsi sulla propria identità.

Ma tornare semplicemente alla vecchia Lega Nord sarebbe una sconfitta.

Significherebbe ammettere che il tentativo di costruire una forza nazionale è fallito.

E forse sarebbe perfino un errore strategico.

Perché il problema non è stato necessariamente aver provato a diventare nazionali.

Il problema potrebbe essere non esserlo diventati abbastanza.

Il progetto andava completato, non abbandonato

Se vuoi essere un partito nazionale devi creare un leader forte in Campania.

Devi costruirne uno in Sicilia.

Devi far crescere amministratori in Puglia e Calabria.

Devi permettere a quei dirigenti di acquisire autonomia.

Devi accettare persino il rischio che un giorno uno di loro possa contestare il segretario.

Altrimenti non stai costruendo un partito nazionale.

Stai semplicemente esportando un partito settentrionale in altri territori.

Ed è una differenza enorme.

Una Lega davvero nazionale dovrebbe poter immaginare, in futuro, persino un segretario proveniente dal Mezzogiorno.

Se questa ipotesi appare assurda, allora significa che la trasformazione non è stata completata.

Salvini oggi ha due strade

La prima è tornare indietro.

Riconcentrarsi sul Nord, recuperare identità territoriale, autonomia, amministratori e tradizionale base elettorale.

La seconda è molto più difficile.

Continuare sulla strada nazionale, ma farlo davvero.

Non soltanto chiedendo voti al Sud, ma distribuendo potere.

Non soltanto candidando meridionali, ma costruendo dirigenti capaci di contare.

Non soltanto aprendo sedi, ma creando leadership.

Perché il vero test di una Lega nazionale non è quanti voti riesce a prendere a Napoli o a Palermo.

È se un giorno un dirigente di Napoli o Palermo potrà sedersi allo stesso tavolo di un governatore lombardo o veneto e avere lo stesso peso.

Il vero errore potrebbe essere stato fermarsi a metà

Salvini potrebbe quindi trovarsi davanti a un paradosso.

Il suo errore non sarebbe necessariamente aver trasformato la Lega.

Potrebbe essere stato averla trasformata solo a metà.

Ha ampliato il territorio elettorale del partito, ma senza riuscire a creare in tutte le aree del Paese una classe dirigente altrettanto forte.

Ed è proprio questo che oggi rende fragile il progetto.

Perché una Lega che torna esclusivamente al Nord rischia di ridimensionare definitivamente le proprie ambizioni nazionali.

Ma una Lega che continua a definirsi nazionale senza distribuire realmente il potere rischia di essere percepita come un partito settentrionale che, semplicemente, cerca voti anche altrove.

La domanda, quindi, non è soltanto se Salvini debba continuare a essere il “Capitano”.

La domanda vera è un’altra:

la Lega vuole tornare a essere il partito del Nord oppure vuole diventare finalmente il partito nazionale che aveva promesso di essere?

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