Lavitola ha manipolato Ranucci per aver un posto in politica: nessun accordo per l’attentato

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Rosaria Federico

Roma – L’attentato a Ranucci è stato ideato per ‘accrescere la popolarità del giornalista e accelerare’ i progetti “in ambito politico” di Lavitola. E’ quanto si legge nell’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari di Roma, Iole Moricca, con cui viene disposta la custodia cautelare in carcere nei confronti dell’imprenditore ed ex giornalista Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato dinamitardo avvenuto di fronte all’abitazione del conduttore di Report a Pomezia, in provincia di Roma, nell’ottobre dello scorso anno.

L’ordinanza in carcere notificata nel pomeriggio all’ex editore de L’Avanti, il 60enne Valter Lavitola, è ricca di elementi che intrecciano l’amicizia con il conduttore e il piano per convincere Sigfrido Ranucci a candidarsi alle prossime elezioni politiche. Dietro il progetto, secondo il Gip, non c’era nessuna volontà di fare del male al conduttore e ai suoi familiari. Anzi, il piano era quello di ‘fare del bene’.

Lavitola voleva accrescere con l’attentato la popolarità del conduttore di Report

“Lo scopo era quello di favorire l’ascesa politica del giornalista Ranucci ed evidentemente assicurarsi per se un ruolo di primo piano nel nuovo scenario politico ipotizzato – scrive il Gip – è indubbio che nella ideazione dell’indagato Lavitola, agli occhi della vittima e dell’opinione pubblica l’evento delittuoso doveva apparire come un atto intimidatorio o ritorsivo, comunque un avvertimento rivolto al giornalista Ranucci per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste, ma mai per porre in effettivo pericolo l’incolumità del giornalista”.

Anche le anaisi tecniche sulle modalità dell’attentato e la quantità di esplosivo utilizzato, secondo il Gip, rendono evidenti che l’esplosione non doveva mettere in pericolo nessuno, ma rafforzare l’attenzione sul giornalista e accrescerne la popolarità.

Il progetto di Lavitola avrebbe avuto una duplice finalità, secondo il Gip, ed è quello che emerge dal materiale ricavato dal telefono.

L’attentato avrebbe garantito a Ranucci “forte esposizione mediatica”, mettendolo al riparo dalle iniziative dirette a escluderlo da Report e offrendogli “visibilità trasformabile in consenso elettorale”. È questa, secondo il gip, “la doppia finalità del progetto”: da un lato porre rimedio agli attacchi e alle contestazioni che l’amico subiva e che avrebbero potuto fargli perdere la conduzione del programma; dall’altro aumentare la sua popolarità per favorirne la ‘discesa in campo'”. Infine, l’analisi dei telefoni ha consentito di ricostruire ciò che è avvenuto subito dopo l’attentato a Campo Ascolano.

Il legame con Lavitola: Ranucci condivideva le difficoltà vissute in Rai e i tentativi di cacciarlo da Report

Il giudice analizzando il movente descrive i dettagli del legame tra l’indagato e Sigfrido Ranucci che “ha condiviso con Lavitola le difficoltà vissute in Rai” e “inoltre, è indubbio che il progetto perseguito da Lavitola fosse strumentale a garantirsi un posto di rilievo nel panorama politico italiano”.

Tra i due c’era un legame molto confidenziale. Il conduttore informa l’imprenditore delle sue difficoltà nell’azienda Rai e dei tentativi di estrometterlo da Report. Il 25 gennaio 2025 il giornalista si confidava con l’imprenditore: “Intanto la Rai ha emesso circolare per farmi fuori”. E ancora: “Arrivata circolare antiranucci […] Gasparri & company hanno chiesto il controllo di Ranucci e Rossi ha eseguito”, inviandogli anche la documentazione.

A maggio del 2025 Ranucci inoltra a Lavitola anche i rimproveri formali della Rai nei suoi confronti. In quella circostanza, secondo il gip, l’indagato lasciava trasparire l’auspicio di un licenziamento che potesse diventare l’innesco per la candidatura: “Potrebbero pure avere un po’ più di coraggio e ti cacciano”.

L’idea della candidatura istillata per circa due anni: a giugno era partito anche il sondaggio revisionato da Ranucci e Mieli

Lavitola ha istillato l’idea della candidatura nella testa di Ranucci per mesi. Ogni occasione era buona per ricordare al giornalista che la sua popolarità potesse essere sfruttata politicamente. E quell’idea, inizialmente snobbata, dal conduttore di Report si è fatta via via sempre più presente. A maggior ragione dopo l’attentato. Lo scopo di Lavitola era proprio questo.

Ranucci veniva considerato capace di “sparigliare le carte” e battere gli altri candidati. Secondo il Gip, però, il giornalista non avrebbe mai condiviso formalmente il progetto, ma avrebbe mostrato apertura o curiosità.

La svolta, secondo l’ordinanza, sarebbe arrivata dopo l’attentato. Lavitola avrebbe iniziato a trasformare l’intuizione politica in un progetto concreto, arrivando a commissionare un sondaggio e investendo tempo e denaro. Lavitola avrebbe iniziato a muoversi pochi mesi dopo l’azione, coinvolgendo giornalisti noti. Dai messaggi emerge che gli sfoghi di Ranucci sulle difficoltà lavorative cessano dopo l’attentato.

Contemporaneamente, avrebbe condiviso con l’amico sondaggi e commenti sulla forte popolarità raggiunta. “Dunque, è certo che l’atto dinamitardo subito da Ranucci ha rappresentato per l’ambizioso progetto perseguito da Lavitola un dato estremamente positivo e favorevole”, scrive la giudice.

Lavitola, secondo la ricostruzione, sarebbe stato consapevole della “favorevole congiuntura e avrebbe cominciato a tradurre in fatti il proprio progetto dopo aver verificato la crescita della popolarità del giornalista”. “Fratello – dice al suo interlocutore l’imprenditore intercettato – questo non sarebbe una pre-candidatura, sarebbe presidente garantito al centodieci per cento. Io da solo prenderei il trenta per cento, senza partito, senza nulla”.

Tanto che tra maggio e giugno cominciano le pressioni da parte dell’imprenditore di effettuare un sondaggio a sue spese per valutare la possibilità di una discesa in politica.

Per giorni prega l’amico giornalista di guardare le domande da proporre agli intervistati e fare le modifiche. Modifiche alle quali partecipa anche un altro ‘amico’ di Lavitola: il giornalista Paolo Mieli. Ma i progetti politici di Valter Lavitola si sono infranti quando sono arrivati a fine giugno i primi arresti per l’attentato. L’uscita del sondaggio, costato 8mila euro, in contemporanea con le notizie sull’inchiesta, ha spinto l’imprenditore a rimandare il test elettorale.

Il Gip: “Ranucci non conosceva il piano per l’attentato di Lavitola”

“Allo stato non è emerso alcun elemento, come si evince dalle risultanze acquisite, per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola”. Scrive il gip di Roma, Iole Morrica, in un passaggio dell’ordinanza di custodia cautelare. L’ondata di solidarietà dopo l’attentato aveva accrescito la popolarità del conduttore di Report, ma secondo il Gip il piano cervellotico di Valter Lavitola non poteva essere un progetto condiviso con la vittima del raid. Lo testimoniano alcune intercettazioni ambientali e conversazioni captate dopo la perquisizione e le accuse formalizzate a Lavitola il 4 luglio scorso.

Quel giorno gli inquirenti decidono di bloccare la partenza dell’imprenditore per il Camerun, arrivando a casa sua mentre sta per mettersi in auto. Finita la perquisizione Lavitola chiama Ranucci cercando di convincerlo che quanto ipotizzato dalla Procura sia assurdo e nascondendo i particolari di una conversazione avuta con uno degli inquirenti che aveva eseguito il decreto di perquisizione. Lavitola comprende che il suo piano è stato in parte svelato: il suo intento, ipotizza l’investigatore, non era quello di fare del male all’amico, ma di ‘fare del bene’, cioè accrescere la popolarità dell’aspirante presidente del consiglio dei ministri.

Ranucci vittima delle manipolazioni di Lavitola che cerca di convincerlo dell’assurdità delle accuse nei suoi confronti

Al contrario, evidenzia il gip, “le risultanze acquisite inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione, da un lato, della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro, in ragione del profondo legame tra i due instauratosi tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di stupore e incredulità appena appresa la notizia dell’incriminazione dell’amico. D’altra parte, è certo, perché emerso in plurime intercettazioni che Lavitola abbia continuato a manipolare la persona offesa e ad alimentare in lui il convincimento che la tesi seguita dagli inquirenti sia assolutamente inverosimile, essendo convinto che finché avrà il sostegno della vittima del reato, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata”.

Il Gip conclude poi: “A fronte di tali dati e se si considerano i davvero molteplici elementi di indagine emersi a carico dell’indagato e posto, che nonostante le plurime ipotesi investigative scandagliate nel corso delle indagini, tutti gli elementi acquisiti convergono nell’indicare come il mandante dell’azione delittuosa sia l’odierno indagato Lavitola Valter”.

 

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Rosaria Federico

Si occupa di contenuti informativi con un focus sulla comprensione dei temi di attualità. Rosaria Federico, editor per Cronache della Campania, si impegna a rendere accessibili argomenti complessi, facilitando il dialogo tra la realtà locale e il contesto più ampio. Grazie alla sua esperienza, contribuisce a una narrazione chiara e incisiva, fondamentale per il lettore interessato a comprendere meglio gli eventi del momento.

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