«La vuole finire?»: le minacce del clan Ferone alla famiglia del pentito dopo le accuse contro Patricelli

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Le dichiarazioni di Domenico Esposito confermano il profilo criminale attribuito a Elpidio Patricelli, detto “’o gemello”. Nei verbali depositati agli atti il collaboratore racconta le intimidazioni subite dai suoi familiari dopo le accuse sull’omicidio di Ciro Casone: benzina davanti alla serranda del bar, colla nelle serrature e minacce esplicite per ottenere una ritrattazione.

Le accuse dei collaboratori contro Patricelli

Le accuse contro Patricelli non si esauriscono nelle vecchie dichiarazioni di Abate. A confermare lo spessore criminale e la spietatezza di “’o gemello” sono anche altri collaboratori di giustizia, come Domenico Esposito, il quale descrive Patricelli come un uomo d’azione spietato, capace di sparare senza esitazione nel mucchio. Nel verbale Esposito dichiara davanti ai magistrati:

«Nella foto riconosco Elpidio, del clan Moccia, è quello che ha fatto l’agguato a Sabatino Felli e stava ammazzando una bambina. Di lui ho già parlato. Se non sbaglio viene detto u barbiere, perché era la sua professione. Una persona veramente cattiva. Ha sparato un sacco di volte».

La ritorsione contro la famiglia del pentito

La collaborazione di Esposito ha scatenato una violenta ritorsione da parte del clan Ferone contro i suoi familiari rimasti a Casavatore, svelando un clima di terrore volto a imporre l’omertà e il silenzio assoluto sul delitto Casone. In un successivo verbale del settembre 2018, Esposito racconta le pressioni e gli attentati subiti dai suoi zii, costretti a cedere la propria attività commerciale, una caffetteria in Corso Europa:

«La volontà di mio padre di portarmi sulla strada di ritrattare derivava dal fatto che a seguito della mia collaborazione la mia famiglia, che è molto estesa, ha avuto seri problemi; in particolare in relazione alle mie dichiarazioni relative all’omicidio di Ciro Casone, quando io ho accusato Elpidio Patricelli detto o gemello, genero di Ernesto Ferone di Casavatore, boss del clan di Casavatore. A causa delle mie dichiarazioni i miei parenti che stavano a Casavatore hanno avuto diversi problemi.

Ad esempio mio zio si era aperto una caffetteria di fronte alla chiesa di Casavatore al C.so Europa ed è stato costretto a darla in gestione perché un paio di volte mio zio …omissis…, che andava ad aprire il bar del fratello, ha trovato benzina davanti alla serranda; un’altra volta ha trovato colla nelle serrature, e infine due/tre persone del clan Ferone, fratelli e nipoti, gli hanno detto “Tuo nipote sta uscendo ancora sul giornale che sta parlando di Elpidio. La vuole finire?”. Mio zio rispose che lui non sentiva né me né suo fratello. Alla fine i miei zii si sono spaventati e hanno dato in gestione il bar per andare via».

Benzina, colla e intimidazioni

Il racconto del collaboratore delinea una strategia di pressione crescente nei confronti dei parenti rimasti sul territorio. Prima gli atti intimidatori contro l’attività commerciale, poi le minacce verbali finalizzate a fermare la diffusione delle accuse e delle dichiarazioni rese agli inquirenti. Un’escalation che avrebbe indotto i familiari a lasciare l’attività e ad allontanarsi da Casavatore.

L’intervento dei clan per ottenere la ritrattazione

Nello stesso verbale emerge persino l’intervento di altre storiche consorterie criminali della provincia, chiamate a fare da intermediari per spegnere la bomba mediatica e giudiziaria delle rivelazioni:

«Mi ha anche detto mio padre che mio zio …omissis.. gli ha riferito dell’intervento di Raffaele Caiazza detto o ricc’, boss del clan Di Lauro su Casavatore, che era stato a lungo detenuto per omicidio e che è anche un mio familiare. Anche il Caiazza aveva detto a mio zio che io sapevo essere convinto di ritrattare quello che avevo detto contro Patricelli Elpidio, su ambasciata che a Caiazza era venuta dal clan Ferone».

Il clima di omertà attorno al delitto Casone

Le dichiarazioni di Esposito restituiscono agli inquirenti il quadro di un territorio nel quale le rivelazioni dei collaboratori di giustizia avrebbero provocato immediate reazioni da parte degli ambienti criminali interessati. Un contesto segnato da intimidazioni, pressioni sui familiari e tentativi di indurre i pentiti a ritrattare quanto riferito ai magistrati sull’omicidio di Ciro Casone e sul ruolo attribuito a Elpidio Patricelli.+

P.B.

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