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NOMI DEI 30 INDAGATI

La nuova Gomorra dei rifiuti: così l’asse Campania-Puglia è diventato la pattumiera d’Italia

Carte d’identità false, ditte di trasporto compiacenti e una rete capillare di "basisti" nel foggiano. Dai salotti buoni delle società di intermediazione del salernitano ai campi di Cerignola.
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C’è una linea d’asfalto che taglia in due il Mezzogiorno, scavalcando l’Appennino e unendo il Tirreno all’Adriatico. Per mesi, su quella direttrice che collega la Campania alla Puglia, non sono viaggiavano solo merci legali, ma i fantasmi della transizione ecologica fallita: tonnellate di rifiuti speciali, scarti industriali falsamente etichettati, fanghi da occultare lontano dagli occhi indiscreti dei controllori.

I magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari,  hanno alzato il velo su quello che si presenta come un vero e proprio “sistema strutturato”. Non un episodio isolato, ma una catena di montaggio criminale capace di muoversi tra le maglie larghe della burocrazia e la vastità dei campi della Capitanata. Insomma la nuova Gomorra dei veleni.

L’inchiesta, coordinata dall’Ufficio dei Giudici per le Indagini Preliminari, Ilaria Casu,  del capoluogo pugliese, svela un meccanismo perfetto. Da un lato ci sono le aziende produttrici e i grandi centri di stoccaggio campani e laziali, schiacciati dai costi elevati dello smaltimento legale; dall’altro, la terra pugliese, considerata un immenso tappeto sotto cui nascondere la polvere.

Nel mezzo, una fitta costellazione di broker, intermediari finanziari, amministratori di cooperative di trasporto e “basisti” sul territorio, pronti a indicare il luogo esatto in cui i camion potevano scaricare i veleni senza destare sospetti.

La cupola dei broker e la logistica del silenzio

Il cuore pulsante dell’organizzazione risiede nella capacità di far apparire pulito ciò che è profondamente sporco. È qui che entrano in gioco gli intermediari dei rifiuti e i manager delle società di consulenza e recupero. Il salernitano emerge come uno degli snodi cruciali per la gestione documentale: figure capaci di mettere in contatto la domanda di smaltimento a basso costo con l’offerta logistica. Società come la Li Consulting s.r.l., la Waste Services S.r.l. o la Green Eco s.r.l., sparse tra la provincia di Salerno, il beneventano e il Lazio, secondo l’impianto accusatorio fungevano da catalizzatori del traffico.

Una volta pianificato il carico, scattava la fase operativa, dominata dal polo logistico di Cerignola. Le indagini della DDA si sono concentrate sui vertici della Calvio Trasporti s.r.l.s. e della Ceva Service Società Cooperativa. Non semplici padroncini, ma, secondo gli inquirenti, ingranaggi fondamentali per garantire la fluidità del trasporto. I camion partivano, viaggiavano di notte o nelle ore di punta, coperti da formulari di identificazione dei rifiuti (FIR) falsificati o alterati nell’indicazione dei codici CER, per far risultare materiali inerti là dove c’erano, invece, carichi tossici o non trattati.

L’esercito dei “Basisti” della capitanata

Ma un camion carico di rifiuti speciali non può muoversi al buio. Ha bisogno di occhi sul territorio, di qualcuno che conosca le strade vicinali, i ritmi dei controlli delle forze dell’ordine e, soprattutto, i terreni o i capannoni compiacenti dove effettuare il “ribaltamento”. L’inchiesta di Bari illumina a giorno il ruolo dei cosiddetti “basisti”, una vera e propria squadra radicata nel foggiano, con Cerignola come quartier generale.

Il loro compito era squisitamente operativo e strategico al tempo stesso. Monitoravano i siti di sversamento, accoglievano i tir all’uscita dei caselli autostradali, facevano da staffetta per evitare posti di blocco e gestivano la sicurezza delle operazioni di scarico. Tra questi, la figura di Domenico Di Corcia viene indicata dagli inquirenti come il profilo di maggiore responsabilità per alcune delle condotte più pesanti contestate nei capi d’imputazione, muovendosi come un vero e proprio regista sul campo per coordinare le squadre di terra.

Ruoli e responsabilità

I magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari hanno ricostruito la filiera criminale dividendo i trenta indagati in categorie ben precise, ognuna con un compito specifico nell’economia del traffico illecito. Le accuse principali ruotano attorno ai reati di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (art. 452-quaterdecies c.p.), ricettazione e falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, con l’aggravante di aver agevolato o agito come associazione strutturata.

I registi documentali: i broker e gli intermediari

Nelle stanze dei bottoni di questo traffico siedono i broker. Figure come Ilario Vernieri, Biagio Campiglia (manager della Li Consulting), Luca D’Ambrosio e Roberto Antonio Stanziano (al vertice della Waste Services) sono accusati di essere le menti strategiche. Il loro compito? Creare lo “schermo verbale e documentale”. Secondo l’accusa, gestivano i contatti tra le aziende produttrici dei rifiuti e le ditte di trasporto, falsificando i registri di carico e scarico e i formulari (FIR). Erano loro a decidere dove convogliare i flussi di denaro e a dare parvenza di legalità a scarti che non avrebbero mai dovuto muoversi dai siti industriali.

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Commenti (1)

Articolo lungo e pieno di particolari, ma restano molte cose da chiarire, e non è tutt o cosi limpido come parrebbe. L’indagine sembra seria, però i dettagli sul come i camion partiva e dove sversavono i rifiut lassa perplessi. Preoccupazion per la tera e per la salute delle gente, speriamo verità e giustizia.

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