Arzano, il pentito Salvati racconta: «Ecco come fu cacciato il boss Sasy Romano»

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Per mesi, Salvatore Romano, detto “Sasi”, è stato l’uomo forte sul territorio, il referente libero del clan della 167 di Arzano, costola del potente cartello Amato-Pagano. Ma nel mondo della camorra, il potere è un soffio. A novembre 2025, un ordine perentorio arriva dalle celle di un carcere: Giuseppe Monfregolo, il capo indiscusso, decreta la fine dell’era Romano.

Il motivo non è solo strategico, ma riguarda l’onore. Romano avrebbe ignorato un ordine di Monfregolo volto a tutelare il decoro della propria famiglia. Il collaboratore di giustizia Gennaro Salvati descrive chiaramente quella fase di rottura: “Faccio parte di questo sistema dal mese di luglio 2025 e mi occupavo all’inizio, quando comandava Sasi Romano, della vendita di erba. Il mio ruolo è cambiato quando abbiamo cacciato Sasi Romano nel mese di novembre 2025. Da quel momento mi sono occupato delle estorsioni”.

Le rivelazioni del pentito sono contenute nelle circa 600 pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Donatella Bove che su disposizione della Dda di Napoli che ieri ha firmato la misura cautelare del carcere per 17 esponenti delle due fazioni in. guerra del clan della 167 di Arzano.

La prova di fedeltà: sangue sul “cinese”

L’ascesa di Antonio Caiazza (detto “AC”) come nuovo reggente e tesoriere non è stata indolore. Per consolidare il potere, Caiazza ha preteso prove di lealtà brutali. Salvati racconta il momento in cui ha dovuto tradire il vecchio schieramento:

“Caiazza mi chiamò e mi chiese se io stessi dalla sua parte o da quella di Sasi Romano. Io gli dissi che stavo dalla sua parte e allora lui mi chiese una prova di fedeltà, ovvero di picchiare Rea Mattia [detto ‘o cinese, fedelissimo di Romano], cosa che io feci”.

Intercettazioni choc: “Mi volevano schiattare la testa”

Mentre Romano veniva isolato, la tensione esplodeva in minacce di morte. In un’ambientale del marzo 2026, si percepisce tutta la disperazione di “Sasi” e la violenza dei suoi ex alleati. Salvatore Lupoli, detto “Trombone”, racconta a Romano di essere sfuggito per un soffio a un agguato punitivo orchestrato da Caiazza.

Romano (Sasy): “Oh mi devi morire tu… non mi risponde al telefono da ieri… vedi qua… ho le corna ora mi sono arrivati i messaggi… non so niente… ma non stai bene con la testa!” Lupoli: “Mi volevano schiattare la testa!” Romano: “Chi?” Lupoli: “Chi! Antonio A.C. [Caiazza]… ha mandato due mocciosi da Secondigliano!”

In un’altra conversazione, Romano realizza che l’ordine di eliminarlo (“mangiarlo”) viene direttamente dal carcere: “Vedi dalla galera che sta combinando quel cornuto”.

Il tesoriere e la gestione della cassa

Con Romano ai margini e l’uscita dal carcere di Davide Pescatore, detto “Pal ‘e fierr”, il clan trova un nuovo equilibrio precario. Antonio Caiazza diventa il “ministro delle finanze”. Le intercettazioni mostrano una gestione quasi aziendale dei proventi illeciti, tra “mesate” ai detenuti e stipendi agli affiliati.

In un dialogo emblematico sulla ripartizione dei soldi, Caiazza corregge Romano sulla destinazione dei fondi:

Romano: “A me le trecento euro al mese me le metti dentro al posto che… mi devi morire tu non ho idea…” Caiazza: “E cosa vuoi da me… mi sono speso quasi dieci [mila]… hai i mille euro sopra… te lo devo andare a prendere? Quello è tuo, non è mio o del paese… quello è proprio tuo personale”.

Caiazza si dimostra un soggetto lucido e responsabile: sa distinguere tra i denari personali dei capi e quelli “per il paese”, ovvero le somme necessarie a mantenere l’esercito degli affiliati e i carcerati.

Logistica e veicoli: le auto fantasma

Il clan non curava solo le estorsioni, ma anche la propria mobilità. Vittorio Scognamiglio era l’uomo incaricato del noleggio dei veicoli. Per evitare di essere rintracciati, le auto venivano intestate a soggetti ignari, “teste di legno” che prestavano il nome per permettere ai sicari e agli esattori di muoversi liberamente sul territorio di Arzano.

La faida interna: Romano contro Pescatore

Il periodo culmina in una vera e propria “lotta armata”. Da un lato Romano, che cercava disperatamente di riconquistare il comando, supportato da uomini come Mattia Rea e Salvatore Lupoli. Dall’altro la fazione di Davide Pescatore, legittimato dal carcere e protetto da Caiazza. Una guerra intestina che ha trasformato le abitazioni private, come quella di via Silone, in basi operative e centri decisionali per pianificare agguati ed estorsioni.
Questa istantanea del clan della 167 rivela una camorra frammentata ma spietata, dove il passaggio di testimone non avviene mai con la parola, ma con il sangue e le minacce.

Nella foto da sinistra il pentito Gennaro Salvati, Salvatore “Sasy Romano,  Antonio Caiazza,Davide Pescatore pale e fierr, Giuseppe Monfregolo e Renato Napoleone)

Approfondimento

La cacciata di Salvatore "Sasi" Romano da Arzano non è solo un episodio isolato, ma un tassello di una lunga serie di faide interne che segnano profondamente l’equilibrio dei clan camorristici. Quando Giuseppe Monfregolo, dal carcere, ordina la fine dell’era Romano, si attiva una dinamica che va oltre il semplice cambio di leadership: si tratta di un meccanismo di controllo del potere e dell’onore, elementi fondamentali per la sopravvivenza criminale. Il pentito Gennaro Salvati ricostruisce come questa rottura abbia influito sulle strategie del clan della 167, costola del cartello Amato-Pagano, e sulle tensioni che da mesi scuotono l’area, tra operazioni antimafia e violenze come quelle registrate a Giugliano e Mondragone. Confrontando questo episodio con altri casi storici, emerge chiaramente come le conseguenze giudiziarie delle faide interne non solo destabilizzino temporaneamente i gruppi, ma ne modellino le future alleanze e conflitti, influenzando la geografia criminale del territorio. Comprendere queste dinamiche è essenziale per anticipare le mosse dei clan e per valutare l’efficacia delle risposte dello Stato.

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Giuseppe Del Gaudio

Giuseppe Del Gaudio, giornalista professionista dal 1991. Amante del cinema d'azione, sport e della cultura Sud Americana. Il suo motto: "lavorare fa bene, il non lavoro: stanca"

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