

nella foto il luogo dell'omicidio di Matilde Sorrentino (in alto a destra) e a sinistra il boss Francesco Tamarisco
Torre Annunziata – Una richiesta netta, che pesa come un macigno e non ammette attenuanti: ergastolo per Francesco Tamarisco. È questa la parola fine che la Procura Generale ha provato a scrivere ieri mattina nell’aula del processo d’Appello bis per l’omicidio di Matilde Sorrentino. Una requisitoria dura, durata ore, al termine della quale il magistrato inquirente ha ricostruito la trama di un delitto che, a distanza di due decenni, resta una ferita aperta per l’intera comunità di Torre Annunziata.
Per capire la portata di questo processo, bisogna tornare indietro agli anni Novanta, nel cuore del Rione Poverelli. Matilde Sorrentino non era solo una madre; divenne il simbolo di una ribellione impossibile. Insieme ad altre due donne coraggiose, ebbe la forza di scoperchiare un vaso di Pandora fatto di abusi e violenze sistematiche sui minori del quartiere.
Le sue denunce portarono all’arresto di un’intera rete di pedofili, ma quel gesto di amore verso il proprio figlio e i figli della sua terra segnò anche la sua condanna a morte. Matilde fu isolata, additata e infine punita per aver violato la legge del silenzio che proteggeva non solo gli orchi, ma anche gli equilibri criminali della zona.
Era il 26 marzo 2004. Matilde Sorrentino fu trucidata sull’uscio della sua abitazione, colpita da una scarica di proiettili. Un’esecuzione in pieno stile camorristico, volta a tacitare per sempre una voce scomoda e a dare un segnale a chiunque osasse sfidare il sistema.
Se per l’esecuzione materiale è già stato condannato in via definitiva all’ergastolo Alfredo Gallo, la giustizia ha impiegato anni per risalire a quello che gli inquirenti considerano il regista dell’agguato: il boss Francesco Tamarisco.
Secondo l’accusa, fu lui a decretare la morte di Matilde, per “ripulire” l’onore del clan macchiato dalle indagini che avevano portato i riflettori delle forze dell’ordine troppo vicini agli affari del Rione.
Il percorso giudiziario è stato tortuoso. Tamarisco, inizialmente assolto in primo grado per non aver commesso il fatto, è tornato al centro del mirino grazie alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, che hanno fornito nuovi elementi sul ruolo del ras nel delitto.
Ieri, durante la terza udienza davanti alla Corte, la Procura ha ribadito che l’omicidio Sorrentino non fu un gesto isolato, ma una decisione strategica del clan Tamarisco. La richiesta del carcere a vita, formulata senza la concessione di alcuna circostanza attenuante, punta a chiudere definitivamente il cerchio su una delle vicende più dolorose della storia criminale vesuviana.
La parola passerà ora alle difese, ma il clima in aula racconta di una verità che, seppur tardiva, reclama con forza il suo spazio. Matilde Sorrentino, la “Mamma Coraggio” che non ebbe paura dei mostri, attende ancora che la giustizia umana pareggi i conti con la storia.
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