Rubare un peluche dal luogo del dolore: il gesto che racconta l’egoismo peggiore

sCi sono episodi che, più delle parole, riescono a raccontare il tempo in cui viviamo. Non perché siano i più gravi in assoluto, ma perché concentrano in un attimo tutto ciò che di più misero può nascondersi nell’animo umano. È il caso del peluche sottratto davanti all’ospedale Monaldi di Napoli, tra i doni lasciati dalla città in ricordo del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di tre anni morto dopo un trapianto.

Secondo quanto raccontato in diretta a Ore 14 su Rai 2 dall’inviata Cristina Liguori, una donna sulla cinquantina si è fermata davanti al luogo del raccoglimento, ha parcheggiato l’auto, ha osservato i peluche uno a uno, ne ha scartati alcuni e infine ne ha preso uno. Alle obiezioni, la giustificazione sarebbe stata persino più amara del gesto: “Lo fanno tutti”. Una frase che, da sola, fotografa un degrado morale che fa male quasi quanto il furto stesso.

Perché qui non si parla del valore materiale di un pupazzo. Non si tratta di un oggetto qualsiasi. Quel peluche era un segno d’amore, una carezza silenziosa, un gesto collettivo di partecipazione al dolore di una famiglia devastata. Portarlo via significa violare non solo uno spazio simbolico, ma anche il rispetto dovuto a una tragedia che ha toccato profondamente un’intera comunità.

E forse è proprio questo l’aspetto più duro da accettare: questi gesti, questi atteggiamenti, svelano molto spesso l’ipocrisia di persone sempre pronte a mostrarsi partecipi, commosse, vicine al dolore altrui, salvo poi pensare al proprio tornaconto personale. Ci si stringe attorno a una famiglia distrutta, si depone un fiore, un pupazzo, una preghiera. Ma poi c’è chi, davanti a quello stesso dolore, vede un’occasione. Un oggetto da prendere. Un vantaggio da ricavare. Un piccolo bottino da arraffare, magari convincendosi che in fondo non sia nulla di grave.

È così: l’egoismo resta uno dei “peccati” più orribili. Perché non urla sempre, non si presenta necessariamente con la violenza clamorosa dei grandi reati. A volte si manifesta in modo ancora più squallido, quasi banale, dentro una frase detta con leggerezza: “Lo fanno tutti”. Come se l’abitudine al male potesse renderlo meno odioso. Come se la diffusione di un comportamento bastasse ad assolverlo.

No, non lo assolve affatto. Anzi, lo rende ancora più inquietante. Perché significa che c’è chi ha smesso di distinguere ciò che è lecito da ciò che è indegno. E rubare da un luogo del ricordo dedicato a un bambino morto è, prima di tutto, indegno.

In una società che troppo spesso trasforma tutto in consumo, perfino il dolore rischia di diventare un contenitore da saccheggiare. E invece dovrebbe essere il contrario: davanti a certe storie bisognerebbe fermarsi, abbassare la voce, portare rispetto. Senza telecamere, senza esibizionismi, senza opportunismi. Con umanità, semplicemente.

La vicenda raccontata in tv è un episodio increscioso, certo. Ma è anche qualcosa di più: è uno specchio. E nello specchio che ci mette davanti questa storia non c’è solo il gesto di una singola persona. C’è un pezzo di Paese che spesso si commuove a parole e poi, nei fatti, pensa prima a sé stesso.

Ed è forse questa la ferita più amara. Perché il dolore vero meriterebbe silenzio, rispetto e coscienza. Non mani leste. Non cinismo. Non alibi miserabili.

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Sebastiano Vangone

Il mio primo computer era un 8086.Mitico. Esperto di Informatica dal 1990 WebMaster specializzato in Editoria Digitale Consulente Senior per la Sicurezza Informatica Analista e Consulente SEO - ADS & Social Manager Giornalista da sempre , scrivo un po di tutto e soprattutto quello che mi interessa. Tanta passione per la tecnologia. Esperto del dubbio. Hai dubbi ? io non ho dubbi di avere dubbi

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