Si tratta del farmaco orale BGE-175, commercializzato da #BioAge. Uno studio pubblicato da Nature spiega gli effetti sul covid


Buone notizie per la lotta al covid: il farmaco orale BGE-175, commercializzato da BioAge come asapiprant, potrebbe prevenire gli esiti piu’ infausti per Covid-19.
A suggerirlo uno studio, pubblicato sulla rivista Nature, condotto dagli scienziati di BioAge e dell‘Universita’ dell’Iowa, che hanno utilizzato un modello murino per valutare l’efficacia del medicinale in caso di malattia da nuovo coronavirus. Il sistema immunitario, spiegano gli autori, tende a deteriorarsi con l’eta’, rendendo le persone anziane o fisicamente compromesse piu’ suscettibili all’infezione.
BGE-175, riportano gli esperti, sembra in grado di invertire alcuni aspetti dell’invecchiamento immunitario e ridurre il rischio di decesso associato a SARS-CoV-2. Il team ha somministrato dosi giornaliere di asapiprant a una corte di topi anziani, iniziando la profilassi a distanza di due giorni dall’infezione, quando gli animali erano gia’ stati contagiati.
Stando a quanto emerge dal lavoro, il 90 per cento degli esemplari trattati e’ sopravvissuto, mentre tutti i topolini del gruppo di controllo, che non avevano ricevuto il farmaco, sono deceduti.
Il ceppo di SARS-CoV-2 adattato al modello era associato a una manifestazione sintomatica simile a quella caratteristica di Covid-19 nell’uomo. BGE-175 e’ attualmente in uno studio clinico di fase 2 volto a valutare la possibilita’ di prevenire la progressione della malattia e ridurre il tasso di mortalita’ dell’infezione.
“I dati preclinici ottenuti sono molto promettenti – afferma Kristen Fortney, CEO di BioAge e autrice dello studio – e mostrano che il nostro farmaco puo’ proteggere quasi completamente i topi anziani dalla letalita’ della malattia”.
“L’effetto dell’asapiprant – osserva Stanley Perlman, docente presso l’Universita’ dell’Iowa e seconda firma dell’articolo – supporta l’idea che BGE-175 possa invertire il declino dell’immunita’ legato all’avanzare dell’eta’. Dato che questo approccio si rivolge al sistema immunitario dell’ospite piuttosto che il virus invasore, potrebbe potenzialmente mantenere la sua efficacia anche in caso di ceppi differenti in grado di eludere la risposta immunitaria elicitata dalla vaccinazione”.
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