ROMA – Le microplastiche potrebbero rappresentare un importante fattore associato all’infarto. È quanto emerge da un nuovo studio italiano pubblicato sull’«European Heart Journal», che ha rilevato la presenza di queste particelle nel sangue di oltre otto pazienti su dieci colpiti da attacco cardiaco.
I ricercatori precisano che i risultati non dimostrano un rapporto diretto di causa-effetto, ma evidenziano un’associazione significativa tra la presenza di microplastiche nel sangue e l’insorgenza dell’infarto.
«Le micro e nanoplastiche sono minuscole particelle di plastica che si trovano praticamente ovunque nell’ambiente, compresa l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e molti alimenti che consumiamo», spiega Pasquale Paolisso, primo firmatario dello studio e ricercatore dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea di Roma.
«Negli ultimi anni, gli scienziati hanno iniziato a rilevare queste particelle nei tessuti e negli organi umani, sollevando preoccupazioni circa i loro potenziali effetti sulla salute», aggiunge. Lo studio è stato condotto da ricercatori della Sapienza Università di Roma, dell’Università di Verona e dell’Università della Campania «Luigi Vanvitelli» di Napoli.
La ricerca ha coinvolto 61 persone sottoposte a coronarografia per un sospetto infarto. Dall’analisi è emerso che l’84,2% dei 19 pazienti nei quali l’infarto è stato effettivamente diagnosticato presentava microplastiche nel sangue delle arterie coronariche o dei vasi periferici. Una percentuale più che doppia rispetto ai soggetti che non avevano subito un attacco cardiaco.
La tipologia di plastica rinvenuta con maggiore frequenza è stata il polietilene, materiale largamente utilizzato negli imballaggi e in numerosi prodotti di consumo. Lo studio ha inoltre evidenziato un altro elemento significativo: la presenza di microplastiche è risultata più frequente tra le persone esposte all’inquinamento atmosferico e tra i fumatori.
In particolare, chi fuma avrebbe una probabilità circa sei volte superiore di presentare queste particelle nel sangue. «Il sospetto è che il fumo possa facilitare l’ingresso di micro e nanoplastiche nel flusso sanguigno attraverso i polmoni. L’inquinamento atmosferico potrebbe agire in modo simile», osserva Emanuele Barbato, ordinario della Sapienza Università di Roma e direttore dell’Unità di Cardiologia dell’Ospedale Universitario Sant’Andrea.
Gli autori invitano tuttavia alla prudenza nell’interpretazione dei risultati. «Questi risultati non dimostrano che le microplastiche causino attacchi cardiaci, ma rivelano una forte associazione tra esposizione ambientale, microplastiche nel sangue e malattie cardiovascolari», conclude Barbato.





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