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Traffico di droga sul litorale Domizio: 10 misure cautelari

I Carabinieri della Compagnia di Capua, nella mattinata odierna, in Vitulazio, Bellona, Castel Volturno e comuni limitrofi della provincia di Caserta, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza applicativa delle misure cautelari personali emessa dall’Ufficio G.I.P., nei confronti di 10 indagati, (di cui 3 custodie in carcere, 2 agli arresti domiciliari e 5 al divieto di dimora nelle province di Caserta, Latina e Napoli) ritenuti responsabili, in concorso a vario titolo, di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.
Il provvedimento restrittivo costituisce l’epilogo di una attività investigativa avviata nel mese di settembre del 2016, originata a seguito del tentato omicidio di una minore di anni 3, avvenuto nel mese di agosto dello stesso anno in Vitulazio, ad opera di tre soggetti, tratti in arresto dai militari della Compagnia Carabinieri di Capua e condannati alla pena detentiva all’esito di giudizio abbreviato.
In particolare nel corso delle indagini dirette dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ed eseguite dai militari dell’aliquota operativa della Compagnia di Capua, investigazioni volte ad individuare gli autori dell’efferato delitto, emergeva che il movente era legato a dissidi sorti nella redditizia attività dello spaccio della droga nell’ambito dei comuni di Vitulazio e Bellona.
In tale contesto le indagini, eseguite con l’ausilio di attività tecniche, consentivano di acquisire gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati in relazione ad un’intensa attività di spaccio di sostanze stupefacenti, cocaina e hashish, ruotante intorno alla figura di GRAVANTE Cristina, classe 1964 – domiciliata in Castel Volturno ove si trovava sottoposta agli arresti domiciliari nell’ambito di altro procedimento – che investiva Vitulazio, Bellona e comuni limitrofi, con l’aiuto di ROVELLI Fabio, classe 1988, RESCIGNO Giuseppe, classe 1987, SCIALDONE Amelio, classe 1990, DI LORENZO Amedeo, classe 1983, figlio della GRAVANTE e MEROLILLO Giovanni, classe 1977. Nel contesto di tale attività emergeva anche una consistente attività di spaccio di cocaina condotta nell’ambito del comune di Castel Volturno e il litorale Domizio, da parte di MENDETTA Daniele, classe 1976, con pregiudizi specifici, con l’aiuto della moglie NERI Raffaella, classe 1982, della suocera CARDILLO Ermlinda, classe 1952 e di altra persona Sono state applicate misure custodiali detentive nei confronti di GRAVANTE Cristina e ROVELLI Fabio di Bellona, MENDETTA Daniele, di Castel Volturno, mentre sono stati applicati gli arresti domiciliari nei riguardi di RESCIGNO Giuseppe e SCIALDONE Amelio di Vitulazio.
Sono stati sottoposti al divieto di dimora nelle province di Caserta, Napoli e Latina, gli indagati DI LORENZO Amedeo e MEROLILLO Giovanni di Bellona, NERI Raffaella e la madre CARDILLO Ermelinda. Un indagato, anch’egli destinatario della medesima misura, è invece irreperibile.
L’attività investigativa, oltre a consentire di documentare numerosissime cessioni di spaccio, in particolare di “cocaina” e di “hashish”, ha permesso di operare due arresti in flagranza di reato, segnalare all’ufficio del governo di Caserta numerosi assuntori ed, infine, recuperare 1,5 Kg di cocaina e 0,5 Kg di hashish.

Da capo dell’antidroga a trafficante: la Cassazione conferma i 18 anni di carcere per l’ex carabiniere napoletano

E’ diventata definitiva la sentenza d’appello nei confronti dei carabinieri Umberto Solvi e Luigi Cecere, entrambi di Napoli, condannati assieme ad altre quattordici persone per un vasto traffico internazionale di droga. Il primo era l’ex capo dell’antidroga che lavorava anche con la Dda di Cagliari; il secondo un militare che negli anni si era messo in evidenza proprio con gli arresti nel mondo degli stupefacenti. La Cassazione in queste ore ha confermato la decisione della Corte d’Appello che aveva inflitto 18 anni e otto mesi a Solvi e 15 anni e tre mesi a Cecere. L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Danilo Tronci della direzione distrettuale antimafia di Cagliari, era scattata nel 2008 con 49 ordini di custodia cautelare a seguito dell’operazione ‘Biancaneve’, investigando in gran segreto sull’operato dei due carabinieri e di una banda che ruotava attorno a Ornella Desogus, poi diventata collaboratrice di giustizia e condannata a sei anni e sette mesi. L’unico ricorso accolto dalla Suprema Corte di Cassazione e’ quello presentato dall’avvocato Herika Dessi’ per conto dell’imputato Marco Balestrino, mentre per i due carabinieri e il resto della banda potrebbero scattare gia’ in queste ore gli ordini di esecuzione penale, tanto che potrebbero gia’ decidere di presentarsi spontaneamente in giornata negli istituti carcerari.

(Nella foto de L’unioneSarda.it Luigi Cecere e Umberto Solvi)

Preso il giostraio milionario: è lo stesso del tritolo per Colangelo

I carabinieri del comando provinciale di Bari hanno confiscato beni per 1,2 milioni di euro a Amilcare Monti Condesnitt, di 48 anni, il giostraio di Gioia del Colle già condannato per traffico di stupefacenti, detenzione di armi da guerra ed esplosivo, violazione delle norme sull’immigrazione e ricettazione. Nella sua tenuta a Gioia del Colle fu trovato e sequestrato nel 2016 mezzo chilo di tritolo che, secondo i magistrati della Dda, era destinato alla Camorra campana per un attentato all’allora procuratore di Napoli Giovanni Colangelo. Il provvedimento è frutto di una indagine avviata nel 2016, che ha accertato la provenienza illecita del denaro utilizzato per le attività del giostraio e la sproporzione rispetto ai redditi dichiarati. I beni confiscati per lo più intestati alla compagna di Monti Condesnitt sono 5 società, un appartamento, un capannone industriale, 15 fondi rustici, quattro auto, quattro conti correnti e una cassetta di sicurezza con diversi preziosi.

Processo Gotha: 34 condanne per ‘ndrangheta

Sono stati condannati 34 dei 38 imputati del processo “Gotha” alle cosche di ‘ndrangheta di Reggio Calabria, svoltosi con rito abbreviato davanti al Gup distrettuale Pasquale Laganà. La decisione del Gup non si é discostata di molto dalle richieste che erano state fatte nello scorso mese di dicembre dai rappresentanti della pubblica accusa, il procuratore aggiunto della Repubblica Giuseppe Lombardo ed i pm della Dda Stefano Musolino e Walter Ignazitto.
La condanna più alta – 20 anni di reclusione – é stata inflitta all’avvocato Giorgio De Stefano, indicato come uno dei capi dell’omonima cosca. L’inchiesta ‘Gotha’ era scaturita da cinque indagini sulla ‘ndrangheta di Reggio Calabria che avevano come oggetto i rapporti con la massoneria deviata ed i condizionamenti esercitati su settori della pubblica amministrazione reggina. Nel secondo troncone del processo, che si sta svolgendo col rito ordinario davanti al Tribunale, sono imputate 34 persone, tra cui l’ex senatore di centrodestra Antonio Caridi.

Gelo sull’Italia: autostrade e trasporti in tilt

L’autostrada A1 è stata chiusa in entrambe le direzioni da Milano a Sasso Marconi, poco dopo Bologna in direzione sud. La decisione è stata presa per via della pioggia gelata che sta cadendo sul tratto autostradale provocando la formazione di ghiaccio.

Autostrade per l’Italia spiega che dalla serata di ieri l’Emilia Romagna è interessata dal fenomeno meteorologico della pioggia gelata a causa del quale si sono rese necessarie le chiusure nella regione di alcuni tratti autostradali dell’A13, dell’A14, oltre che dell’A1.

Chiuse in entrambe le direzioni i tratti la A13 tra il bivio con la A14 e Ferrara Sud, A14 tra Bologna San Lazzaro e Cattolica inclusa la diramazione per Ravenna. Il fenomeno del gelicidio, che ha ghiacciato le linee di alimentazione elettrica dei treni sta provocando problemi soprattutto in Liguria: circolazione ferroviaria sospesa sulle linee Genova-Milano, Genova-Torino, Genova-Savona e Parma-La Spezia.

In Emilia Romagna e in Veneto, dove era prevista per oggi un’offerta dell’80%, i treni stanno viaggiando anche in percentuali maggiori. Sulla restante rete regionale la circolazione procede con regolarità. Garantito il 100% dell’offerta dei treni ad alta velocità. Sempre in Liguria, un’intensa nevicata sta causando diversi problemi in provincia di Savona.

Un incidente, fortunatamente senza feriti, verificatosi sull’autostrada A10 all’altezza di Spotorno ha comportato la chiusura dell’intero tratto tra Pietra Ligure e Savona in direzione Genova. Riaperta invece nella notte l’autostrada A12 fra i caselli di Sestri Levante e della Spezia, chiusa ieri sera in seguito ad una nevicata e per il ghiaccio sulla carreggiata.

In Europa  55 i morti per maltempo – Sale a 55 morti il tragico bilancio dell’ondata di maltempo che si è abbattuta da domenica scorsa su tutta Europa. Lo riferisce la Bbc. La situazione più grave in Polonia, dove i morti assiderati – in gran parte senzatetto – sono stati almeno 21. Altri sette morti in Slovacchia e sei nella Repubblica Ceca. Tre le vittime in Spagna, 5 in Lituania, 4 in Francia, due in Serbia, Italia, Slovenia e Romania. Un morto in Gran Bretagna.

Ricerca Sla: una scoperta tutta italiana

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Scoperto il “lato buono” del recettore TLR4. Normalmente responsabile dei fenomeni infiammatori, il TLR4, se opportunamente stimolato puo’ favorire la crescita e la differenziazione delle cellule staminali neurali (Nsc), attualmente in sperimentazione per una serie di malattie del sistema nervoso, come la sclerosi laterale amiotrofica (SlaLA) e la sclerosi multipla (Sm). Lo rivela uno studio dell’Universita’ di Milano-Bicocca e dall’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo pubblicato sulla rivista Cell Death and Disease. I ricercatori hanno osservato per la prima volta che le cellule staminali neurali possiedono il recettore TLR 4 gia’ attivo durante la loro normale fase di crescita. Questo ha permesso di rivelarne la sua doppia natura: se modulato da molecole-farmaco prodotte in laboratorio, il recettore TLR4 delle cellule staminali, invece che indurre l’infiammazione e quindi danneggiare le cellule, favorisce la crescita e la capacita’ di differenziarsi delle cellule staminali stesse. “Questo lavoro – spiega Lidia De Filippis, biologa dell’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e coordinatrice della ricerca – mostra per la prima volta che e’ possibile sfruttare il ruolo positivo del recettore TLR4 per facilitare la crescita ed il differenziamento delle cellule staminali neurali”.

Napoli, pusher di Casoria arrestato a Secondigliano

Nel corso di una pattuglia i carabinieri della stazione Quartiere 167 di Napoli, su via Limitone d’Arzano hanno notato un 39enne, di Casoria, incensurato, che cedeva velocemente qualcosa a un altro soggetto. Dopo averli osservati per qualche istante, i militari hanno bloccato entrambi rinvenendo addosso all’uomo 15 involucri di cobret e 348 euro, verosimilmente provento di attività illecita. Nelle tasche del cliente, un 39enne di caserta, invece, una dose della stessa sostanza. Il primo è stato arrestato per spaccio e rinchiuso a Poggioreale, il secondo segnalato quale assuntore alla prefettura. Ora le indagini dei carabinieri continuano per risalire al fornitore dell’insospettabile pusher arrestato.

Cisterna, Antonietta ancora in coma farmacologico

E’ tenuta ancora in uno stato di sedazione, anche profonda, Antonietta Gargiulo, la mamma delle due bambine uccise a Cisterna di Latina dal loro padre, l’appuntato dei carabinieri Luigi Capasso, che in precedenza sulle scale della rampa di scale che da casa porta al garage l’aveva ferita a colpi di pistola e che poi, a distanza di ore si e’ tolto la vita nella stessa abitazione. La donna e’ ricoverata da martedi’ mattina nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale S.Camillo, a Roma, e le sue condizioni sono stazionarie. I proiettili esplosi dal marito l’hanno colpita a una mandibola, dove ieri e’ stata operata, al’addome e a una spalla. La donna e’ tenuta in sedazione anche perche’ il quadro clinico e psicologico non consentono al momento di ‘avvicinarla’ – pur con tutte le cautele e il supporto del caso – alla tragica verita’ sugli sviluppi della vicenda, ovvero sulla sorte delle due figlie.  “Mio fratello gia’ stava andando dallo psicologo perche’ aveva quella mania della gelosia verso la moglie…” e “i superiori hanno accettato la relazione di questo psicologo e ritenuto idoneo”. Cosi’ Gennaro Capasso, fratello dell’appuntato dei carabinieri Luigi Capasso autore della strage di martedi’ mattina a Cisterna di Latina. Intervistato telefonicamente nel corso della trasmissione ‘Funamboli’ su Radio24, Gennaro Capasso ha anche detto che il fratello “soffriva di non poter vedere le figlie” e “nessuno puo’ parlare male di lui oltre il gesto che ha compiuto”, e quel gesto – l’ha definito cosi’ – “non doveva farlo”. L’uomo ha anche auspicato, insieme al resto della famiglia, che la moglie del carabiniere e madre delle due bambine uccise ce la faccia a sopravvivere alle lesioni dovute ai colpi di pistola esplosi contro di lei, “speriamo tutti che ce la faccia…”. Gennaro Capasso ha anche sottolineato “Secondo voi (agli intervistatori, ndr) noi vedevamo mio fratello in diffcolta’ e non facevamo nulla? La situazione che si era creata gli aveva creato forti disagi…, doveva smettere di fare quello, doveva stare tranquillo, rifarsi una vita. Non ce l’ha fatta, che ci posso fare…,ma dire che era cattivo o picchiava moglie e figlie non e’ vero. Le figlie adoravano il padre, stavano sempre con il padre, era un padre amorevole, non avevano per niente terrore di mio fratello”.

Suquestro beni al giostraio che aveva procurato il tritolo per uccidere l’ex procuratore capo di Napoli

I carabinieri del comando provinciale di Bari hanno confiscato beni per un valore complessivo di 1,2 milioni di euro a Amilcare Monti Condesnitt, di 48 anni, il giostraio di Gioia del Colle gia’ condannato per traffico di stupefacenti, detenzione di armi da guerra ed esplosivo, violazione delle norme sull’immigrazione e ricettazione. Nella sua tenuta a Gioia del Colle fu trovato e sequestrato nel 2016 mezzo chilo di tritolo che, secondo i magistrati della Dda, era destinato alla Camorra campana per un attentato all’allora procuratore di Napoli Giovanni Colangelo. Il provvedimento, emesso in base alla normativa Antimafia dal Tribunale di Bari – Sezione Misure di Prevenzione, segue il sequestro degli stessi beni eseguito nel gennaio 2017 sulla base di una indagine avviata nella primavera del 2016, che ha accertato la provenienza illecita del denaro utilizzato per costituire e gestire fiorenti imprese attive nel campo delle attrazioni per luna park itineranti e per realizzare un ingente patrimonio sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati. I beni sequestrati, per lo piu’ intestati alla compagna di Monti Condesnitt, sono 5 societa’ di gestione di attivita’ ludiche, un appartamento, un capannone industriale, 15 fondi rustici, estesi complessivamente su 3 ettari, quattro autoveicoli, quattro conti correnti e una cassetta di sicurezza contenente diversi preziosi.

Ercolano: trovate le armi dei clan sotterrate vicino agli Scavi

Ercolano: Tre pistole, 50 cartucce e alcune dosi hashish  erano state sotterrate nei pressi degli Scavi: sono state scoperte e sequestrate dai carabinieri.Il rinvenimento è avvenuto in un’area rurale su via Mare, nei pressi degli scavi di Ercolano. In un terreno abbandonato i carabinieri della locale tenenza con il supporto del nucleo cinofili di Sarno  hanno rinvenuto 2 involucri sotterrati che avvolgevano 3 armi senza matricola -un revolver carico e 2 semiautomatiche di cui una carica-, 50 cartucce e 20 grammi di hashish; le armi erano dunque pronte all’uso in quanto, peraltro, erano ben manutenute. iI tutto è stato posto sotto sequestro a carico di ignoti.

 

Pizzo al Polo calzaturiero: 10 anni di carcere per Zagaria

Gli imprenditori dovevano versare al clan il “canone” annuo pari a 160mila euro. La Camorra, secondo quanto emerso dalle indagini, ha preteso questa somma almeno fino al 2010. Nella giornata di ieri la sentenza che ha condannato a 10 anni il boss Michele Zagaria. Condanna a 13 anni per Salvatore Verde, detto “Tore ‘a bestia”, considerato l’esecutore materiale a quale gli è stata riconosciuta la continuazione. Il giudice, inoltre, ha anche stabilito il risarcimento dei danni alla vittima che ha denunciato la Camorra. Si tratta di Luciano Licenza, imprenditore. Il risarcimento sarà stabilito in sede civile. In un primo momento alcuni imprenditori erano considerati collettori fra il clan e gli imprenditori del polo industriale. Secondo le indagini le quote erano riscosse dagli affiliati-cassieri di San Cipriano d’Aversa per Iovine e Salvatore Verde per il boss Zagaria. Gli imprenditori avevano sempre taciuto, tranne Licenzia. Sei anni dopo l’arresto del boss Iovine si è scoperto tutto grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e alle dichiarazioni dell’imprenditore Luciano Licenzia, l’imprenditore dell’inchiesta “Medea” che circa 4 anni fa aveva iniziato a parlare con gli inquirenti, spiegando il meccanismo del pizzo con scadenza annuale, applicato da Iovine e Zagaria.

Napoli, uccisero e seppellirono il 18enne Amendola: chiedono lo sconto di pena

Vogliono lo sconto di pena di due giovani e spietati assassini di Vincenzo Amendola, il 18enne ucciso il 5 febbraio 2016 e ritrovato giorni dopo in un terreno di campagna nel quartiere di San Giovanni a Teduccio. Gaetano Formicola detto ‘o chiatto, figlio del boss Antonio detenuto al 41 bis e suo cugino Giovanni Tabasco  detto birilinno  e Raffaele Morra, il proprietario del terreno che ha fatto da tomba al 18enne e che dopo il delitto aveva ricoperto di mattoni per creare una stalla per porci e cavalli, hanno ottenuto di essere processati con il rito abbreviato. La decisione è arrivata ieri mattina all’esito dell’udienza preliminare. La ricostruzione dei fatti che portarono alla morte del ragazzo incensurato di San Giovanni a Teduccio sono abbastanza chiare.

Innanzitutto partendo dal movente. Amendola aveva una relazione con la moglie di Antonio Formicola, padre di Gaetano, boss del quartiere. Rapporto che si desume da una serie di telefonate e testimonianze raccolte anche dopo la prima indagine che il 22 marzo scorso aveva portato all’arresto del figlio del boss e del suo complice, poi scarcerati dal Tribunale del Riesame per mancanza di riscontri oggettivi alle dichiarazioni del testimone oculare e pentito Gaetano Nunziata. “Il quartiere così dice ma hanno capito una cosa per un’altra”, diceva il figlio alla mamma, riferendosi alla relazione. Poi ci fu un summit, a casa della nonna del ragazzo, madre del papa’, donna con un cognome ‘pesante’ nel panorama criminale. “Fu li’ che fu deciso come doveva morire Vincenzo e per mano di chi”, secondo l’accusa. La sequenza dell’orrore porta direttamente “alle panchine del Bronx a Ponticelli”, quartiere dove era solito stare Vincenzo che fu trovato dai suoi killer la notte del 4 febbraio, portato nella fossa scavata a San Giovanni e li’ ucciso.

La ricostruzione del movente, della dinamica delle responsabilita’ per questa esecuzione e’ stata resa possibile non solo dalle dichiarazioni del pentito che ha partecipato all’omicidio e che ha permesso di ritrovare il cadavere e l’arma utilizzata, gettata una scogliera, ma anche da intercettazioni. Il gip di Napoli aveva gia’ emesso a marzo dello scorso anno la prima misura cautelare fondata su elementi quali la denuncia della scomparsa, i tabulati dell’utenza telefonica del ragazzo, alcune intercettazioni e due interrogatori resi dal pentito. Formicola e  Tabasco, dopo un periodo di latitanza erano stati arrestati a Viterbo dove si erano rifugiati. Allora, l’ordinanza era stata annullata dal Tribunale del Riesame che, pur non mettendo in discussione l’attendibilita’ del collaboratore di giustizia, aveva ritenuto che le intercettazioni, in parte non trascritte integralmente nella misura cautelare, non erano univocamente interpretabili e quindi non fornivano riscontri utili alle dichiarazioni del pentito. Le indagini cosi’ sono state approfondite, accertando anche il coinvolgimento nei fatti del proprietario del fondo in cui il corpo di Amendola e’ stato trovato, Raffaele Morra, oggi arrestato, il quale avrebbe avuto un ruolo anche del seppellimento del cadavere. Altri riscontri vengono dalle attivita’ tecniche della polizia sul luogo del delitto e sull’ arma per commetterlo, nonche’ da informazioni assunti dai parenti della vittima e da persone che erano presenti nel momento e nel posto in cui Vincenzo Amendola fu prelevato dai suoi sicari per essere condotto al luogo dell’omicidio.

Il corpo della vittima, scomparsa il 5 febbraio 2016, e’ stato ritrovato solo il 19 dello stesso mese seppellito in un terreno a San Giovanni a Teduccio interrato a circa 1 metro e mezzo di profondita’, coperto da una rete metallica e da travi di legno nonche’ da materiali di risulta di lavori edili, tanto che per l’estrazione del cadavere si e’ reso necessario l’utilizzo di un escavatore da parte di personale dei Vigili del Fuoco. A fare scalpore, all’epoca dei fatti, non furono soltanto le notizie sul barbaro omicidio del 18enne, ucciso per fermare pettegolezzi che lo vedevano legato alla moglie del boss Antonio Formicola, ma anche l’immagine che ritraeva giovanissime studentesse all’uscita da scuola che sulla fossa, luogo del ritrovamento di Vincenzo, scattavano foto e selfie.

(nella foto da sinistra Gaetano Formicola, Giovanni Tabasco, il pentito Gaetano Nunziato e nel riquadro la vittima Vincenzo Amendola)

Camorra: la Dia di Roma confisca beni per 22 milioni di euro a un imprenditore legato ai Casalesi

Duecento tra autoarticolati, autovetture, motocicli e furgoni; 150 immobili (abitazioni, uffici, stabilimenti e magazzini); 21 ettari di terreno; 6 societa’; 21 conti correnti e rapporti bancari. E’ un tesoro da oltre 22 milioni di euro quello confiscato dalla Direzione investigativa antimafia di Roma all’imprenditore Vincenzo Zangrillo, ritenuto “vicino al clan dei Casalesi”. Il provvedimento, emesso dal Tribunale penale di Latina su proposta del direttore della Dia, e’ stato eseguito a Formia ed in altre localita’ della provincia di Latina, a Frosinone, Napoli e Isernia. “Con un passato di fabbro-carrozziere – spiegano gli investigatori – nel corso degli anni Zangrillo ha fatto registrare un’improvvisa e quanto mai ingiustificata espansione economica, affermandosi come imprenditore in svariati settori commerciali, divenendo titolare, direttamente o indirettamente, di numerose societa’ operanti nei settori del trasporto merci su strada, del commercio all’ingrosso, dello smaltimento di rifiuti, della locazione immobiliare e del commercio di auto”. Le indagini della Dia hanno permesso di dimostrare “il nesso tra l’espansione del suo patrimonio individuale e imprenditoriale (a fronte di redditi dichiarati al fisco nettamente inferiori alle reali capacita’ economiche) e le attivita’ illecite da lui commesse nel corso degli anni, tra cui spiccano il traffico internazionale di sostanze stupefacenti e di rifiuti illeciti, nonche’ l’associazione a delinquere, il riciclaggio e il traffico internazionale di autoveicoli, reati per i quali risulta anche essere stato arrestato”. I beni oggetto della confisca erano nella disponibilita’ dell’imprenditore e del suo nucleo familiare.

Operazione ‘Security Breath’ in tutta Italia: 66 arresti

Controllati, anche grazie all’impiego delle moderne tecnologie del sistema Mercurio, 38.142 veicoli, 24.052 persone, arrestate 66 persone e 269 denunciate in stato di libertà. E’ il bilancio dell’operazione ad alto impatto della Polizia di Stato, su tutto il territorio nazionale, denominata ”Security breath” finalizzata a garantire maggiori livelli di sicurezza e vivibilità ai cittadini, attraverso l’intensificazione dei controlli in particolare nelle aree caratterizzate da fenomeni di illegalità diffusa, marginalità sociale, irregolarità e degrado. All’operazione, coordinata dal Servizio controllo del territorio della Direzione centrale anticrimine, hanno partecipato le volanti di tutte le Questure con il supporto dei Reparti prevenzione crimine e con il concorso di personale dei gabinetti di polizia scientifica, con l’impiego di complessivi 3.182 equipaggi (6.776 operatori). Sono stati, inoltre, sequestrati 2,3 chilogrammi di sostanze stupefacenti, elevate 700 contravvenzioni al codice della strada e sequestrati 155 veicoli. A Bitonto in provincia di  Bari personale del Reparto prevenzione crimine di Bari e del locale commissariato ha arrestato un 14enne per detenzione, ai fini di spaccio, di sostanza stupefacente e detenzione illegale di munizioni. Durante i controlli in una zona degradata teatro di spaccio, solitamente utilizzata dalla criminalità locale per occultare droga ed armi, gli operatori hanno notato una persona sospetta che, vedendo gli agenti, ha tentato di darsi alla fuga tra i vicoli e sui tetti delle abitazioni del centro storico portando con sé e poi disfacendosi di uno zaino. Nel borsone e nell’abitazione nella quale era stato avvistato il giovane sono stati trovati oltre mezzo chilo di sostanza stupefacente confezionata in dosi di hashish, marijuana e cocaina, nonché 190 euro in contanti e 35 cartucce calibro 9×21. A Castel Volturno  personale del Reparto prevenzione crimine di Napoli e del locale commissariato ha arrestato un albanese, colpito da un ordine di arresto ai fini estradizionali emesso dall’autorità giudiziaria albanese per violazione della legge sugli stupefacenti, in quanto era riuscito a scappare dopo essere stato trovato in possesso, a Tirana insieme a un connazionale, di un ingente quantitativo di sostanza stupefacente. Anche a Castel Volturno il soggetto non si è fermato all’alt e ha tentato la fuga prima in auto e poi a piedi ma è stato rintracciato ed arrestato mentre cercava di nascondersi all’interno di un esercizio commerciale.

Cisterna, Capasso aveva pianificato tutto: ha lasciato anche i soldi per i funerali di tutta la famiglia

Tre inchieste sono state aperte sulla strage di Cisterna di Latina.  Luigi Capasso, il carabiniere che ieri ha ucciso le due figlie e ferito la moglie a Cisterna di Latina, rifiuto’ supporto psicologico dall’Arma, fu sottoposto a visita medica e dichiarato idoneo al servizio. E’ solo uno dei punti su cui due procure, quella ordinaria e quella militare, e lo stesso Comando generale dei carabinieri, stanno indagando per capire se la strage poteva essere evitata. E se ci sono responsabilita’ di qualcuno, che avrebbe dovuto intervenire e non l’ha fatto. Sono due i principali ambiti di indagine: uno che riguarda l’appuntato, le sue condizioni psicofisiche, la sua idoneita’ a restare in servizio e a detenere la pistola con cui ha compiuto il massacro familiare e poi si e’ suicidato; c’e’ poi il filone che riguarda invece le richieste di aiuto della moglie, inascoltate. Ripetuti erano stati gli allarmi lanciati da Antonietta Gargiulo, che aveva paura del marito da cui si stava separando, temuto anche dalle figlie. E dal lavoro investigativo svolto dai carabinieri che emerge come Capasso avesse progettato tutto. Nel suo alloggio dove dimorava nella caserma di Velletri da quando la moglie alcuni  mesi fa lo aveva cacciato di casa e cambiato la serratura alla porta, è stata trovata una busta a sacchetto grande contenente altre cinque buste più piccole ognuna delle quali era indirizzata ad uno dei suoi famigliari. Luigi Capasso si è rivolto ai genitori ed ai suoi fratelli. Alla madre ed al padre  ha spiegato le ragioni del suo folle gesto.  Da ricercare negli esposti della moglie. nelle buste indirizzate ai fratelli ci sono degli assegni dal suo conto corrente.  In un altra busta ha lasciato un assegno da diecimila euro spiegando a uno dei fratelli che dovranno essere utilizzati per pagare il suo funerale, quelle delle figlie e della moglie. Solo che Antonietta non è morta. Aveva pianificato tutto quindi. Non è stato un gesto dettato da un raptus. Ieri mattina era andata a casa della moglie per affrontarla e ucciderla e poi fare lo stesso con le figlie e suicidarsi. Eì spiegato tutto in quelle missive.La donna aveva presentato un esposto, ma questo non ha impedito che il marito continuasse a avvicinarla. Il comando generale dell’Arma ha avviato un’inchiesta interna che sara’, assicurano, “rapida”, “tesa ad accertare i fatti con puntualita’ e trasparenza” e che “portera’ a una completa conoscenza della vicenda e all’adozione dei provvedimenti che si renderanno necessari”. L’obiettivo e’ quello di capire, appunto, se la strage si poteva evitare. E cioe’, afferma il Comando generale, “se le autorita’ gerarchiche e sanitarie competenti a valutare il comportamento e la condizione psicofisica dell’appuntato Capasso avessero elementi sufficienti per prevedere quanto purtroppo e’ accaduto, nonche’ se sia stato fatto tutto cio’ che la legge consentiva a tutela della moglie e, per estensione, dell’intero nucleo familiare”. Si tratta di un’indagine, viene specificato, “ulteriore rispetto al procedimento gia’ avviato dall’Autorita’ giudiziaria”. Sia quelle ordinaria, sia quella militare, che, partendo entrambe da reati ormai estinti “per morte del reo” – l’omicidio da un lato e la ‘distrazione di armamento militare’, cioe’ l’uso improprio della pistola di ordinanza dall’altro – vogliono ricostruire le cause di quanto accaduto e se ci sono state responsabilita’. Come quella, ad esempio, di non togliere l’Arma ad un militare che da segni di squilibrio. “Valuteremo tutti gli aspetti oggettivi che hanno contribuito a giungere agli eventi criminosi”, dice all’agenzia giornalista Ansa il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis. “Ci sono responsabilita’ che vanno cercate e trovate in questa tragedia. Se si poteva evitare non lo so, ma non credo ci fermeremo qui”, afferma Maria Concetta Belli, avvocato di Antonietta Gargiulo, che resta grave in ospedale a Roma e sara’ operata di nuovo. Secondo quanto trapelato, quando Capasso chiese un alloggio in caserma a seguito della crisi coniugale, gli venne offerto, come da prassi, un sostegno psicologico per superare la separazione, ma lui rifiuto’ dicendo di avere gia’ uno specialista. Cosi’ dovette sottoporsi alla visita medica di una commissione, che gli diede 8 giorni di riposo e lo dichiaro’ idoneo. Capasso si tenne cosi’ la pistola d’ordinanza. Con la moglie l’appuntato si dimostro’ piu’ volte violento, anche davanti a dei testimoni. La donna ando’ a riferirlo in questura a Latina e anche alla compagnia di Velletri (Roma) dove il marito era di stanza. Non presento’ una denuncia, pare, per non inguaiarlo visto che era gia’ stato sottoposto a procedimento disciplinare in passato. “Le figlie erano terrorizzate da lui”, ha detto ieri l’avvocato Belli. Eppure a tutti l’uomo diceva di voler salvare il suo matrimonio. Anche dalla politica si chiede di accertare i fatti avvenuti prima della strage. “Perche’ carabinieri, magistratura e servizi sociali non hanno messo in atto le necessarie iniziative per prevenire la tragedia che si e’ poi verificata dando seguito all’allarme della donna?”, chiedono alcuni senatori Pd in una interrogazione al ministro dell’Interno Marco Minniti. Il quale dichiara che quanto accaduto e’ “assolutamente inaccettabile per le mie responsabilita’. Potrei cavarmela dicendo che formalmente non c’e’ stata denuncia e quindi non si e’ messo in moto il meccanismo” – dice Minniti – ma a volte ci sono “troppe sottovalutazioni e non si comprende la minaccia”. “Di fronte a fatti del genere occorre chiedere che i controlli siano efficaci, che le denunce siano ascoltate, che vi siano soldi su tutto cio’ che e’ lotta al femminicidio – dice il leader Pd Matteo Renzi – e occorre esprimere vicinanza a questa donna”. Da Forza Italia la portavoce alla Camera Mara Carfagna chiede di “non sottovalutare mai il grido d’allarme delle donne”.

Scafati, dopo l’attentato il consigliere Santocchio accusa: “Sono finito nel mirino per la mia attività politica”

Scafati. Non è più la piccola Venezia, ma ormai Scafati sembra essere diventata la piccola Gomorra, non quella dei clan feroci delle ‘stese’ ma quella dei colletti bianchi e della camorra imprenditoriale che colpisce le istituzioni. Una bomba, un’altra, è esplosa ieri sera dinanzi ad un negozio sfitto di proprietà di Mario Santocchio, avvocato civilista ed ex consigliere comunale di Fratelli d’Italia, uno dei principali oppositori dell’ex sindaco Angelo Pasqualino Aliberti nell’ultima consiliatura tramontata con lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche. “E’ un attentato di matrice politica” dice Santocchio, poche ore dopo essere uscito dalla Tenenza dei carabinieri dove è stato sentito e dove ha sporto denuncia contro ignoti. Santocchio, uno dei testi dell’inchiesta Sarastra per scambio di voto politico-mafioso che vede indagati l’ex sindaco, esponenti del clan Loreto-Ridosso e politici, oltre che il consigliere regionale Monica Paolino, moglie di Aliberti e il fratello di quest’ultimo Nello Maurizio, ha riferito ai carabinieri quanto accaduto poco prima di mezzanotte su Corso Nazionale dove è situato il locale. Ma ha anche spiegato, qualora non si sapesse, la sua attività politica passata e recentissima. “Non ho ricevuto nessuna richiesta estorsiva – dice Santocchio – e non è certo legato al mio lavoro di avvocato quello che è accaduto”. Poi spiega: “L’unica attività che mi pone nel mirino è solo l’attività politica”. L’ex consigliere, ex assessore con la prima Giunta Aliberti, poi suo principale oppositore nella seconda consiliatura, prova a capire cosa abbia potuto determinare questo messaggio intimidatorio e mafioso che gli è stato ‘recapitato’ senza avvisaglie, proprio in un momento in cui – dopo l’arresto dell’ex sindaco – sembravano essersi sopite le accese polemiche politiche che hanno caratterizzato la vita pubblica degli ultimi anni, con attacchi violentissimi attraverso i media e i social. “C’è un clima di grande tensione sociale e politica – dice – per molti è colpa dell’opposizione consiliare se c’è stato lo scioglimento del consiglio comunale, ma non è così. C’è dell’altro alla base dello scioglimento, lo dimostra un’inchiesta della magistratura. Noi abbiamo fatto il nostro dovere politico denunciando pubblicamente quello che non andava bene. Quella che mi è stata riservata è una grande intimidazione, un incubo perchè è evidente che abbiamo a che fare con persone che, anzichè usare gli strumenti della dialettica e della democrazia, usano la violenza”. Santocchio spiega, poi, che nel pomeriggio di martedì si era tenuta, a poche decine di metri dal luogo dell’attentato che, per fortuna, ha provocato solo danni alle cose, una manifestazione politica con il candidato alle Politiche di Fratelli d’Italia, Edmondo Cirielli. “C’erano tante persone alla manifestazione organizzata da me e dall’ex consigliere Cristoforo Salvati – racconta – non ci sono state tensioni. Ma certo il clima politico è particolare, è finito un impero e qualcuno sta perdendo terreno, questo potrebbe aver creato tensioni”. Il negozio, preso di mira dagli attentatori, dal 2015 non ospita più il negozio di scarpe che c’è stato per anni. Nel 2015, durante le Regionali, ha ospitato il comitato elettorale di un altro politico scafatese, Pasquale Coppola, ex presidente del Consiglio, anch’egli – nell’ultima fase della scorsa consiliatura – grande oppositore della maggioranza Aliberti e finito, negli ultimi mesi, nel registro degli indagati per scambio di voto politico-mafioso nell’inchiesta Sarastra, passando da grande accusatore di Pasquale Aliberti ad indagato.
Quella politica è la pista più battuta dagli inquirenti, d’altronde, la bomba al negozio di proprietà di Santocchio non è una novità nel panorama politico locale degli ultimi anni. Nel 2014 un altro ordigno era esploso davanti all’abitazione di famiglia di Vittorio D’Alessandro, all’epoca consigliere del Pd, dove vive la sorella. Anche in quel caso l’obiettivo fu ‘trasversale’ e – anche se fino ad oggi non sono stati ancora individuati i responsabili – l’attentato fu ricondotto all’attività politica di opposizione dell’allora consigliere.
Ora non restano le indagini che – sicuramente – privilegiano la pista di ‘matrice politica’, ma in questi casi parlare di movente politico, sembra quasi paradossale. L’attività politica non può giustificare un gesto camorristico e intimidatorio. E’ un’altra cosa.
I carabinieri della Tenenza di Scafati stanno conducendo le indagini, coordinate dalla Procura ordinaria per il momento, ma che verranno trasmesse nelle prossime ore all’Antimafia. Sono state acquisite e visionate le immagini registrate dalle telecamere di un vicino istituto di credito per verificare come gli attentatori siano arrivati davanti al negozio preso di mira. Nel caso siano passati dinanzi alle telecamere, nella strada a senso unico con un mezzo di locomozione. Ma non è escluso che chi ha agito abbia fatto il percorso inverso al senso di marcia, magari a piedi e si sia dileguato poi nel centro storico tra il quartiere Vetrai e via Cesare Battisti. Escluso invece che l’ordigno fatto esplodere ieri sera sia da inserire nel contesto degli attentati dell’ultimo anno che hanno visto tra i bersagli il Roxi Bar di via Pietro Melchiade, gestito dalla figlia del boss Francesco Matrone, oppure la sala giochi di via Martiri d’Ungheria di proprietà della famiglia Ridosso, oppure gli spari al bar del neo pentito Dario Spinelli. Su questi l’ombra dei clan Cesarano, Sorrentino, Matrone e Loreto-Ridosso che ancora si contendono il territorio e sono tutt’altro che sgominati.

Rosaria Federico

Strage di Cisterna, la piccola Alessia si era alzata sentendo gli spari e ha visto il padre puntarle la pistola contro

E’ una ricostruzione ancora più drammatica di quanto si pensasse quella che viene fuori dai risultati dalle autopsie sui corpi delle due  bambine uccise dal carabiniere assassino e suicida Luigi Capasso. Una ricostruzione della scena del crimine fatta anche grazie ai rilievi degli esperti del Ris. E quello che emerge appunto è che l’appuntato napoletano aveva perso completamente il controllo di se per fare ciò che ha fatto. Secondo i primi riscontri, Martina e’ stata uccisa nel sonno: il suo corpo e’ stato infatti trovato ancora sotto le coperte. Il corpo di Alessia e’ stato invece trovato poco distante dal letto: e’ probabile che quindi la ragazzina sia stata svegliata dal rumore del primo sparo in casa – se, come sembra, la prima a morire e’ stata Martina nella sua cameretta – e si sia istintivamente alzata. E ancora assonnata potrebbe aver mosso alcuni passi. Incrociando quindi il padre. Nella comunita’ di Cisterna di Latina ci si aggrappa a una speranza, sia pur davvero piccola, quasi nulla: che essendo assonnata e ancora buio, Alessia non si sia resa conto di quanto gia’ avvenuto nell’altra cameretta e di quanto stesse per compiere il padre nei suoi confronti. Sarebbe infatti ancor piu’ terribile immaginare che possa essersi resa conto della morte della sorellina e quindi aver visto il padre puntare l’arma contro di lei.Oggi, su disposizione dalla Procura di Latina è stato eseguito l’esame esterno dei corpi di Martina, 7 anni, e Alessia, 13 anni, uccise ieri all’alba in casa dal padre, l’appuntato dei carabinieri Luigi Capasso, che in precedenza aveva ferito gravemente la moglie Antonietta Gargiulo e che poi, dopo ore dal duplice delitto delle bambine, si e’ tolto la vita nella stessa abitazione. – I funerali di Luigi Capasso, si svolgeranno domani, venerdi’, alle ore 15 presso la chiesa Missionari dei Sacri Cuori a Napoli, nel quartiere di Secondigliano. Il corpo dell’appuntato dell’Arma e’ stato trasferito questa mattina dall’obitorio dell’ospedale di Latina alla camera ardente del cimitero di Cisterna dove si trovano anche i corpi delle due figlie le cui esequie non sono ancora state fissate.

Fondi Cnr a Napoli, la Procura chiede il rinvio a giudizio per 6 tra dirigenti di azienda e commercianti

Napoli. La Procura di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio di sei dirigenti di aziende e esercizi commerciali per il reato di peculato nell’ambito della gestione dei fondi del Cnr di Napoli. La richiesta di rinvio a giudizio è stata avanzata nei confronti di Vincenzo Mastrogiovanni e Salvatore Di Costanzo, commercianti all’ingrosso di frutta, Ciro Oliva, commerciante di saponi e detersivi, Gennaro Coppola, titolare di un’azienda di prodotti cartotecnici, Biagio Barone, titolare di una ditta per la fabbricazione di tubi, Umberto Giannini, rappresentante di una società cooperativa. Il principale imputato dell’inchiesta resta Vittorio Gargiulo, il segretario dell’Istituto ambiente marino costiero, già rinviato a giudizio lo scorso mese. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Alfonso D’Avino e dal pm Ida Frongillo, riguarda una presunta appropriazione indebita di oltre 500mila euro con fatture gonfiate per acquisti falsi fatte risultare invece come spese di ufficio. Tra i casi accertati dagli inquirenti, la fornitura fittizia, per un importo di circa 100mila euro, per un “acquisto di materiale da laboratorio”, spesi in merce presso una azienda per il commercio all’ingrosso di “frutta, ortaggi freschi e surgelati”.

L’ammiraglio donna: Napoli, Nato e Resto del Mondo

“Lavoriamo per mantenere la pace per un anno in più, un mese in più, una settimana e un giorno in più. Siamo la polizza di sicurezza dei cittadini e dei nostri partner della Nato”, sono state le prime parole del vice ammiraglio Lisa Franchetti, appena assunto il ruolo in una cerimonia sulla USS Mount Whitney, per l’occasione nel porto di Napoli. Franchetti ha ricordato le sue origini: “I miei nonni erano italiani ed è una grande emozione sentire all’inizio di questa cerimonia l’inno italiano, mi ha ricordato la prima volta che arrivai qui nel Mediterraneo. Continueremo sempre a essere pronti per ogni chiamata da dovunque arrivi per affrontare i complessi eventi mondiali che minacciano gli Usa e i nostri partner”.

Napoletani scomparsi in Messico: in campo i ‘servizi’ Italiani. Da Jalisco fango sui Russo. LE FOTO

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Ci sono i servizi italiani che stanno indagando e stanno cercando contatti con i sequestratori di El Mencho per avere notizie certe sulla sorte dei tre napoletani scomparsi in Messico da 30 giorni. Da alcuni giorni alcuni emissari inviati dal Governo Italiano stanno lavorando in gran segreto e stanno seguendo una pista tracciata in Italia da alcuni pentiti della camorra che hanno parlato dei traffici illeciti con i Messicani. In questi traffici i tre napoletani scomparsi non hanno avuto alcun ruolo. Ci sarebbero invece altri napoletani coinvolti, alcuni già arrestati lo scorso anno e altri sui cui vi sono inchieste in corso. Ma in Messico è partita una campagna stampa che  tende a gettare fango su Raffaele Russo, sul figlio Antonio e sul nipote Antonio Cimmino. La Fiscalia di Jalisco sta analizzando le fotto diffuse oggi da alcuni organi di stampa locali in cui Antonio Russo e il cugino Vincenzo Cimmino sono in allegra compagnia con alcuni esponenti della malavita locale. Le foto private diffuse ad arte da qualcuno che cerca di coprire i problemi della corruzione polizia locale e dei ritardi nelle ricerche. Attenti giornalisti messicani invece sono convinti che la vicenda  dei tre napoletani porterà  a un vero e proprio terremoto giudiziario e politico nello stato di Jalisco e che la corruzione dilagante non colpisce solo la polizia ma anche il mondo politico locale. Molti di quelli che fino ad oggi sono apparsi nei vari servizi televisivi sulla scomparsa dei tre napoletano sanno molto di più di quello che dicono. La presenza di uomini dei servizi in Messico serve a trovare la strada giusta. Quella che porta direttamente a El Mencho, il pericoloso leader del Cartel Nueva Jeneration. Tutto il resto sono chiacchiere da bar. C’è da capire perché i tre napoletani sono stati rapiti. E siccome si sa sa che la pista porta alla banda criminale di Jalisco bisogna capire che fine hanno fatto e dove sono. Ma soprattutto se sono vivi o morti. E se nel caso malaugurata ipotesi El Mencho e i suoi sono disposti almeno a far trovare i corpi per restituirli alle famiglie.