

Nella foto Angela Russo
Benevento – Quattro anni di processo e venti udienze per ricostruire la vicenda che ha portato alla morte di Angela Russo, 54 anni. La Corte d’Assise di Benevento ha pronunciato in primo grado la condanna dell’uomo accusato di aver curato la donna dopo essersi presentato come medico, nonostante fosse in possesso, come emerso nel corso del dibattimento, del solo titolo di massaggiatore capo bagnino.
La pena inflitta è di 11 anni e 10 mesi di reclusione per omicidio preterintenzionale. Per l’imputato, difeso dall’avvocato Carlo Taormina, è stata disposta anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione legale per tutta la durata dell’espiazione della pena.
Il collegio ha inoltre stabilito una provvisionale di 10mila euro per ciascuna parte civile costituita, rinviando al giudizio civile la quantificazione complessiva del risarcimento dei danni. A carico dell’imputato anche il pagamento delle spese processuali.
Al centro della vicenda c’è una diagnosi che, secondo quanto accertato nel processo, non avrebbe avuto alcun fondamento. L’uomo avrebbe infatti convinto Angela Russo di essere affetta da un tumore al seno, prospettandole la possibilità di guarirla attraverso trattamenti alternativi.
«Ti guarisco io», le avrebbe scritto in un messaggio, dando vita a un percorso terapeutico che comprendeva anche autoemotrasfusioni ozonizzate, cioè procedure endovenose invasive.
La perizia disposta dalla Procura avrebbe successivamente stabilito un elemento decisivo per la ricostruzione dei fatti: Angela Russo non aveva alcun tumore. La malattia diagnosticata dal falso medico, dunque, non sarebbe mai esistita.
È proprio sulla natura dei trattamenti praticati e sulle conseguenze che ne sarebbero derivate che si è concentrato uno dei passaggi più delicati dell’inchiesta e del processo.
Secondo l’impostazione accusatoria accolta dalla Corte, le procedure alle quali la donna fu sottoposta sarebbero state invasive e avrebbero contribuito a provocarne la morte, determinando la responsabilità dell’imputato per omicidio preterintenzionale.
Una vicenda nella quale, secondo la ricostruzione processuale, la fiducia della vittima nei confronti di chi si presentava come professionista della salute si sarebbe trasformata in una drammatica trappola.
Dopo la lettura del dispositivo, l’avvocato Cinzia Capone, legale della famiglia Russo, ha affidato alle parole tutta la tensione accumulata durante gli anni del processo.
«Ci ho creduto, ho riposto in questo processo quasi tutte le mie energie: notti insonni e attacchi di mal di pancia per costruire e dimostrare la strategia più giusta», ha detto il legale, commentando la sentenza. «Oggi abbiamo raggiunto la verità. Giustizia è fatta davvero».
Poi il pensiero è andato alla famiglia della vittima, alla madre e ai figli di Angela.
«Lo dovevo all’anziana madre vestita di nero che ha dovuto subire il dolore innaturale di sopravvivere alla propria figlia», ha aggiunto Capone, ricordando la presenza costante della donna in aula. «E lo dovevo ai due teneri figli di una giovane madre deceduta troppo presto».
Una sentenza di primo grado che mette dunque un primo punto fermo a una vicenda giudiziaria lunga quattro anni, ma che lascia ancora aperto il percorso processuale previsto dai successivi gradi di giudizio.
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