Processo Regeni, il legale della famiglia: Fede nella giustizia ben riposta, l’Italia rompa i rapporti con l’Egitto

Roma – “È evidente che bisognerà leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri, da stasera tutti i regimi del mondo e i loro apparati, le loro divise, saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile così come i loro corpi”. Lo ha detto l’avvocata Alessandra Ballerini, legale dei familiari di Regeni dopo la sentenza emessa dai giudici della Corte d’Assise di Roma.

Il Tribunale ha condannato tre dei quattro appartenenti alla National Security egiziana accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso il ricercatore triestino Giulio Regeni nel 2016. Uhsam Helmi, colonnello, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, colonnello, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, maggiore, sono stati condannati a dieci anni di reclusione per il sequestro. Tariq Sabir, generale di polizia che era al vertice del dipartimento incaricato di monitorare i sindacati indipendenti, è stato invece assolto.

L’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini: “Lo Stato deve recalare il risarcimento e rompere i rapporti con un paese che tortura e uccide”

La condanna, anche se parziale, riconosce il coinvolgimento degli 007 egiziani nella morte del 28enne italiano. “Al di la delle singole condanne è evidente che l’impianto probatorio della procura ha superato il vaglio della Corte. Dovremo leggere le motivazioni. Ora anche il governo deve prenderne atto, reclamare il risarcimento del danno stabilito dall’avvocatura dello Stato e rompere i rapporti con un Paese che lungi dall’essere sicuro, tortura e uccide anche i cittadini degli stati cosiddetti amico” ha concluso l’avvocata Alessandra Ballerini.

Il procuratore Lo Voi: “Ha retto l’impianto accusatorio, attendiamo le motivazioni”

“Dovremmo attendere le motivazioni per riuscire ad avere il quadro completo del ragionamento della Corte d’assise, credo si possa dire che la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto” ha invece commentato il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, dopo la lettura del dispositivo.

“Ci sono state tre condanne su quattro anche se non per tutti reati per una attività che era stata posta in essere da persone legate allo stato egiziano – ha aggiunto -. Si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziane. Siamo soddisfatti per avere tirato fuori questo procedimento dal pantano in cui era finito. Siamo riusciti attivando anche la Corte Costituzionale a procedere e a svolgere un processo davanti ad una corte di assise autonoma ed indipendente in presenza della quale anche gli imputati assenti sono stati egregiamente rappresentati”, ha concluso Lo Voi.

Don Luigi Ciotti: “Grati alla magistratura italiana per il coraggioso lavoro, ma la fame di giustizia rimane insaziata”

“La verità senza giustizia è come un fiore che appassisce prima di dare frutto. Una verità che illude e non matura. Oggi siamo grati alla magistratura italiana per il suo coraggioso lavoro di scavo e ricerca della verità, la stessa verità che Giulio Regeni era impegnato a cercare nel suo ruolo di studioso, senza scorciatoie né compromessi. Quella verità gli è costata la vita, ed era il minimo per tutti noi restituire verità alla sua morte. Ma è una verità fragile, quella che è stata scritta oggi, destinata purtroppo a restare sulla carta senza incarnarsi in provvedimenti concreti”. A dirlo è don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele. “Abbiamo dato dei nomi ai colpevoli dell’omicidio. Abbiamo risposto a quella domanda terribile pronunciata dalla mamma di Giulio davanti al suo cadavere martoriato, ‘Che cosa ti hanno fatto?'”.

“La giustizia, nella dimensione internazionale, è vincolata alla volontà politica. Che spesso sceglie di coprire i colpevoli per interessi di potere. Giulio, perdonaci. Genitori, famigliari, amici di Giulio, perdonateci. Perché la vostra sete di verità oggi trova un parziale sollievo, ma la fame di giustizia rimane insaziata”, conclude Luigi Ciotti.

I tre 007 sono stati condannati a risarcire i familiari di Regeni e la Presidenza del Consiglio

La sentenza è arrivata 3.890 giorni dopo il ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, avvenuto il 3 febbraio 2016 al Cairo. La corte d’assise nella decisione finale ha escluso le aggravanti contestate ed ha dichiarato i tre condannati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale durante la durata della pena e la misura di sicurezza della libertà vigilata per anni 3 dopo l’espiazione della pena. Inoltre i tre sono stati condannati a risarcire le parti civili costituite, i genitori, la sorella di Giulio, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed ha stabilito una provvisionale di 200 mila euro a Paola Deffenti e per Claudio Regeni e 100 mila euro alla sorella Irene. Alla Presidenza del Consiglio è stato riconosciuto invece il risarcimento di 150 mila euro. I tre sono stati inoltre condannati a risarcire l’assistenza e rappresentanza delle parti civili liquidate in 17.299 euro a Paola Deffendi e Irene Regeni, 8.930 euro a Claudio Regeni e 8.477 euro alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Imputati irreperibili e mai comparsi in aula: la sentenza è già definitiva se non compaiono davanti a un pubblico ufficiale o non nominano un avvocato di fiducia

I quattro imputati non si sono mai presentati in aula e sono rimasti formalmente irreperibili e irrintracciabili. Il procedimento è arrivato alla sentenza dopo rinvii, sospensioni, due pronunce della Corte costituzionale e circa due anni e mezzo di dibattimento con numerosi testimoni. Nella requisitoria la Procura aveva parlato di “una verità processuale costruita attraverso prove documentali, prove dichiarative, prove tecnico-scientifiche, riscontri esterni, convergenze indipendenti, verifiche dibattimentali”. Secondo l’accusa, il movente andava ricercato nell'”errata percezione di attività di intelligence ostile” da parte di Regeni: sequestro e torture sarebbero stati utilizzati per ottenere informazioni che il ricercatore non era in grado di fornire.

La sentenza di oggi potrebbe chiudere definitivamente il caso. Infatti, in base a quanto stabilito dal codice di procedura penale e dalle modifiche introdotte dalla riforma Cartabia, un imputato quando è contumace non può sollecitare il ricorso in appello. E tutti gli accusati in relazione alla morte di Regeni non sono mai stati presenti nelle aule del tribunale di Roma.

Ma se uno degli imputati dovesse comparire davanti ad un pubblico ufficiale o produrre una nomina di fiducia al proprio legale si arriverebbe alla cosiddetta “rescissione del giudicato”. La condanna potrebbe portare ad una richiesta di estradizione dei colpevoli. Infatti, la Corte Costituzionale nel 2023 ha stabilito che non ci può essere “nessuna immunità per il reato di tortura” e “non è accettabile la paralisi del processo”.

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Rosaria Federico

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