I giudici della corte d’assise della Capitale sono riuniti in camera di consiglio per la sentenza sul sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni. La decisione è attesa nel pomeriggio. Il presidente del collegio ha chiuso l’udienza dicendo: “Ci vediamo alle 18”. La Procura di Roma, con l’aggiunto Sergio Colaiocco, ha chiesto – a giugno scorso – durante la requisitoria una condanna all’ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione. Sotto accusa ci sono rappresentanti dei servizi di sicurezza egiziani: il generale Tariq Sabir; i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim; l maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. In particolare, è stato chiesto il carcere a vita per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e una pena di 17 anni e sei mesi per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr.
Il sit-in in attesa della sentenza: il popolo giallo invoca ‘verità per Giulio Regeni’
Stamane, all’esterno della cittadella giudiziaria di Roma, si è tenuto un sit-in in attesa della sentenza prevista per oggi pomeriggio al quale ha partecipato anche la segretaria del Pd, Elly Schlein che si è intrattenuta per alcuni istanti con i genitori Paola e Claudio e la sorella Irene del ricercatore sequestrato e ucciso in Egitto nel 2016. Con i familiari di Regeni anche tanti attivisti del “popolo giallo” con lo striscione con su scritto “verità per Giulio Regeni”.
Mentre i giudici della Corte d’Assise di Roma sono in camera di consiglio, tanti i cittadini si sono dati appuntamento nell’aula Occorsio di piazzale Clodio, stretti attorno ai familiari. Nessun commento alla stampa, ma sui loro volti si intravedono la tensione ma anche la soddisfazione di essere arrivati a questo appuntamento. Sul banco, rose gialle, simbolo di una lotta per la verità durata dieci anni.
Una verità cercata per 10 lunghi anni: dal 2016 ad oggi le tappe fondamentali del procedimento giudiziario
Le tracce del giovane ricercatore italiano si erano perse il 25 gennaio 2016 nei pressi di piazza Tahir, al Cairo. Il 3 febbraio del 2016 il suo cadavere viene ritrovato sulla strada che collega il Cairo ad Alessandria d’Egitto. Sul corpo segni di tortura: lividi, fratture, ferite, bruciature. Quando il corpo di Giulio Regeni, il 7 febbraio del 2016, arriva in Italia, viene fatta una nuova autopsia che certifica le torture, dopo che gli accertamenti delle autorità egiziane avevano escluso una morte violenta. I genitori di Giulio iniziano una battaglia, la vicenda diventa un caso diplomatico.
E la Procura di Roma apre un fascicolo inviando alle autorità egiziane una rogatoria per chiedere di acquisire i tabulati telefonici di 13 persone, video e testimonianze.
Il 4 dicembre del 2016 la Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati cinque uomini, membri dei servizi segreti civili e della polizia investigativa egiziani, per concorso in sequestro di persona. Sono il generale Sabir Tareq, i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, il maggiore Magdi Sharif e l’agente Mhamoud Najem. Nel 2019 la Camera approva l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta e nel maggio del 2021 il gup Pierluigi Balestrieri manda a processo i quattro 007 dell’Egitto che inizia formalmente – a causa di intralci procedurali e giudiziari – nel 2023. L’istruttoria dibattimentale è stata conclusa a giugno scorso con la requisitoria del pm.



