

Nella foto, un elemento rappresentativo della vicenda.
Non significa che avremo mesi consecutivi di caldo record né che l’Italia sia destinata a una catastrofe climatica. Ma l’allarme lanciato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale va preso sul serio: El Niño si sta rafforzando in un pianeta e in un Mediterraneo già eccezionalmente caldi. Ed è proprio questa combinazione a meritare attenzione.
Si sa, la stampa e i media in generale tendono spesso a raccontare i fatti in maniera più “colorata” di quanto siano realmente. A volte è una necessità: sintetizzare fenomeni estremamente complessi in un titolo comprensibile a tutti non è semplice.
Ma ci sono notizie e notizie. E soprattutto ci sono fenomeni che non possono essere ridotti alla formula: “Arriva El Niño, farà caldo fino all’inverno e ci saranno catastrofi”.
Non funziona così.
L’allarme diffuso in queste ore dalla World Meteorological Organization, l’agenzia meteorologica delle Nazioni Unite, è però reale e importante. La WMO afferma che El Niño è ormai saldamente instaurato e che esiste una probabilità vicina al 100% che persista fino al trimestre dicembre 2026-febbraio 2027. Secondo gli attuali modelli dovrebbe inoltre rafforzarsi ulteriormente, raggiungendo un’intensità molto elevata verso la fine dell’anno. (World Meteorological Organization)
Ma da qui a sostenere che l’Italia sarà investita automaticamente da mesi di caldo estremo oppure da una successione inevitabile di eventi catastrofici c’è una distanza enorme.
Proviamo allora a mettere ordine.
El Niño nasce nel Pacifico equatoriale, a migliaia di chilometri dall’Italia.
È associato a un anomalo riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico centrale e orientale e fa parte di un sistema più ampio chiamato ENSO, El Niño-Southern Oscillation.
Il punto fondamentale è che un oceano così vasto rappresenta un gigantesco serbatoio energetico.
Quando cambia significativamente la distribuzione della temperatura dell’acqua, cambiano anche evaporazione, convezione tropicale, pressione atmosferica e circolazione dei venti.
Da qui possono partire modificazioni della circolazione atmosferica capaci di propagarsi a grandissima distanza.
È quella che in meteorologia viene chiamata teleconnessione.
Ed è proprio per questo che qualcosa che avviene nel Pacifico può avere conseguenze anche sull’Africa, sulle Americhe, sull’Asia e, più indirettamente, sull’Europa.
Su questo bisogna essere molto chiari.
Non siamo davanti a un titolo inventato.
La WMO il 3 settembre ha comunicato che El Niño è ormai consolidato e potrebbe trasformarsi in un evento molto forte, capace di modificare significativamente i regimi delle precipitazioni e delle temperature in diverse zone del pianeta.
Le conseguenze possibili indicate dall’organizzazione comprendono siccità, alluvioni e caldo estremo, ma non contemporaneamente e non ovunque. Ogni area del mondo risponde infatti in maniera differente.
L’ultimo aggiornamento stagionale WMO prevede inoltre un ulteriore rafforzamento nel periodo settembre-novembre, con il massimo dell’evento atteso indicativamente tra novembre e dicembre.
Questa è la notizia.
Tutto il resto deve essere interpretato con molta maggiore cautela.
Qui nasce probabilmente l’equivoco più grande.
Un El Niño molto forte non permette di dire oggi quale temperatura avremo a Napoli, Roma o Milano il prossimo dicembre.
L’influenza di ENSO sull’Europa è molto meno diretta rispetto ad altre aree del pianeta.
Lo stesso ECMWF spiega che il segnale di El Niño sul clima europeo deve attraversare una complessa catena di teleconnessioni e interagire con moltissimi altri fattori: Atlantico, circolazione atmosferica, ghiaccio, neve, stratosfera e oscillazioni atmosferiche regionali.
Per questo la prevedibilità stagionale dell’Europa rimane sensibilmente inferiore rispetto a quella delle regioni tropicali.
In altre parole:
El Niño può spostare le probabilità, ma non decide da solo il tempo europeo.
Ed è una distinzione fondamentale.
Questo però non significa che possiamo ignorarlo.
Le ultime previsioni stagionali di Copernicus mostrano per l’autunno un segnale di temperature superiori alla norma su gran parte dell’Europa.
Per le precipitazioni compare inoltre una possibile tendenza verso condizioni più piovose nelle aree occidentali e meridionali del continente.
Copernicus precisa però esplicitamente che proprio in Europa l’incertezza è maggiore e l’abilità dei modelli stagionali è inferiore rispetto ai Tropici. (Copernicus Climate Change Service)
Quindi la lettura corretta non è:
“Arriveranno certamente nubifragi e caldo record.”
La lettura corretta è:
“Il sistema climatico presenta condizioni che aumentano la probabilità di determinate anomalie, ma non consentono ancora di stabilire dove e quando avverranno singoli eventi estremi.”
È una differenza enorme.
Ed eccoci al punto che riguarda direttamente noi.
Probabilmente la questione più interessante per l’Italia non è nemmeno El Niño preso isolatamente.
È El Niño che si inserisce in un sistema climatico nel quale anche altri oceani sono molto caldi e il Mediterraneo accumula una quantità notevole di energia.
A luglio 2026 Copernicus ha registrato temperature superficiali marine da record per il mese in diversi mari europei, compreso il Mediterraneo occidentale, con diffuse condizioni di ondata di calore marina. (Copernicus Climate Change Service)
E questo conta enormemente.
Il clima terrestre può essere visto, semplificando moltissimo, come un gigantesco sistema di trasferimento dell’energia.
Il Sole riscalda la superficie terrestre e soprattutto gli oceani.
L’oceano assorbe enormi quantità di calore, lo immagazzina e successivamente lo restituisce all’atmosfera attraverso numerosi processi, compresa l’evaporazione.
Ed ecco entrare in gioco il ciclo dell’acqua.
Più un mare è caldo, maggiore può essere l’evaporazione, a parità delle altre condizioni.
Maggiore evaporazione significa più vapore acqueo disponibile nell’atmosfera.
E il vapore acqueo trasporta anche energia sotto forma di calore latente.
Quando quel vapore condensa nelle nubi, quell’energia viene liberata.
È uno dei “motori” che possono alimentare sistemi temporaleschi molto intensi.
Questo però non significa che mare caldo = temporale catastrofico.
Serve un meccanismo atmosferico capace di utilizzare quell’energia.
Possiamo fare un esempio molto semplice.
Immaginiamo una pentola piena d’acqua.
Scaldandola continuiamo ad aggiungere energia.
Ma l’acqua non salta improvvisamente fuori dalla pentola soltanto perché è calda.
Serve qualcosa che inneschi il processo.
Nel Mediterraneo è simile.
Possiamo avere un mare eccezionalmente caldo per settimane senza che succeda nulla di particolarmente violento.
Poi però arriva una depressione, aria molto fredda in quota, una convergenza dei venti oppure una configurazione atmosferica favorevole.
A quel punto l’atmosfera può trovare a disposizione un enorme serbatoio di calore e umidità.
Ed è qui che aumenta il potenziale per precipitazioni molto intense.
Se dovessimo individuare ciò che concretamente dovrebbe preoccuparci nei prossimi mesi, non sarebbe quindi semplicemente:
“Farà ancora caldo perché c’è El Niño”.
La situazione è molto più complessa.
Un Mediterraneo molto caldo può contribuire innanzitutto a mantenere elevate le temperature, soprattutto nelle zone costiere, e può rendere più difficoltoso il raffreddamento notturno.
È già accaduto in maniera evidente durante precedenti ondate di calore marine: Copernicus ha documentato come temperature eccezionalmente elevate del Mediterraneo possano aumentare umidità e stress termico nelle aree costiere.
Ma andando verso l’autunno cambia il problema.
Quando cominciano ad arrivare masse d’aria più fredde dal Nord Europa oppure dall’Atlantico, il contrasto con un Mediterraneo ancora molto caldo può diventare notevole.
Ed è questo contrasto a meritare particolare attenzione.
Potremmo quindi trovarci davanti a qualcosa che apparentemente sembra contraddittorio.
Un mare molto caldo può favorire periodi insolitamente miti.
Ma quello stesso mare caldo può diventare una fonte aggiuntiva di umidità ed energia quando arriva una perturbazione organizzata.
Il rischio non è necessariamente quello di avere tre mesi consecutivi di caldo estremo.
Potremmo invece assistere a una maggiore alternanza:
periodi molto miti, persino eccezionalmente miti per la stagione, interrotti da perturbazioni capaci, in determinate configurazioni, di produrre precipitazioni particolarmente intense.
Ed è proprio questa possibilità che nei prossimi mesi andrà monitorata.
No.
Sarebbe scientificamente scorretto dirlo.
El Niño può influenzare la circolazione atmosferica planetaria e quindi modificare anche le probabilità di determinate configurazioni.
Ma un nubifragio che dovesse verificarsi in Campania, Toscana, Liguria o Sicilia non potrebbe essere attribuito automaticamente a El Niño.
Bisognerebbe analizzare la configurazione meteorologica specifica e, successivamente, eventualmente effettuare studi di attribuzione.
Questo passaggio è fondamentale perché nel racconto mediatico tendiamo spesso a confondere tre cose completamente differenti:
causa, contributo e aumento della probabilità.
Non sono sinonimi.
C’è poi un’altra questione importante sollevata negli ultimi mesi: non conta esclusivamente quello che vediamo nei primi centimetri della superficie marina.
Gli oceani immagazzinano calore anche negli strati sottostanti e proprio la quantità complessiva di energia presente nella colonna d’acqua è una variabile estremamente importante nel sistema climatico.
Un’anomalia superficiale può talvolta ridursi rapidamente a causa del vento o del rimescolamento.
Se invece il calore interessa uno strato più consistente dell’oceano, il sistema possiede una maggiore “memoria termica”.
Questo non permette ancora una volta di prevedere automaticamente un’alluvione o un’ondata di calore, ma significa che l’oceano può continuare a interagire con l’atmosfera per periodi più lunghi.
Ed è forse questo il concetto che dovremmo ricordare quando leggiamo titoli apocalittici.
Non esiste un pulsante chiamato El Niño che qualcuno accende nel Pacifico e che automaticamente provoca caldo in Italia.
Il clima terrestre è composto da sistemi che interagiscono continuamente:
oceani, atmosfera, ghiacci, suolo, vegetazione, vapore acqueo, radiazione solare e correnti marine.
El Niño è uno dei più potenti perturbatori naturali di questo sistema, ma non è l’unico.
Nel 2026, inoltre, non abbiamo soltanto El Niño: la WMO indica anche la probabile presenza di un Dipolo dell’Oceano Indiano positivo e temperature oceaniche superiori alla norma in altre importanti regioni.
È quindi l’interazione fra molti elementi a determinare ciò che accadrà realmente.
Allo stato attuale possiamo formulare scenari, non sentenze.
Per i prossimi mesi appare plausibile una maggiore probabilità di temperature complessivamente superiori alle medie stagionali, coerentemente con le indicazioni attuali dei modelli europei. (Copernicus Climate Change Service)
Un Mediterraneo molto caldo potrebbe inoltre prolungare condizioni miti soprattutto sulle coste e mantenere elevato il contenuto di umidità dell’atmosfera.
Parallelamente, entrando nel cuore dell’autunno, eventuali irruzioni di aria fredda o perturbazioni ben strutturate dovranno essere osservate con particolare attenzione proprio per la grande quantità di energia potenzialmente disponibile sul Mediterraneo.
Potrebbero quindi aumentare le condizioni favorevoli a precipitazioni intense in alcune situazioni.
Ma non sappiamo oggi dove avverranno, quando avverranno e soprattutto non possiamo affermare che avverranno necessariamente.
Le previsioni stagionali non funzionano così.
Altro errore frequente.
Quando leggiamo una previsione stagionale che indica “autunno più caldo”, non significa che i meteorologi sappiano già se il 14 novembre a Roma ci saranno 24 gradi.
Le previsioni stagionali lavorano principalmente sulle probabilità e sulle anomalie medie.
Possono suggerire che un trimestre abbia maggiori probabilità di risultare più caldo della climatologia.
All’interno di quello stesso trimestre possono però esserci quattro giorni molto freddi, una settimana di pioggia e successivamente quindici giorni eccezionalmente miti.
La media finale risulterà comunque elevata.
Confondere previsione climatica stagionale e previsione meteorologica quotidiana produce gran parte degli equivoci che leggiamo in questi giorni.
Assolutamente no.
Ed è forse questa la conclusione più importante.
L’allarme WMO non deve essere smentito.
Deve essere raccontato correttamente.
Un El Niño molto forte è un fenomeno climatico planetario importante e, secondo la WMO, ha la capacità di aumentare il rischio di forti anomalie nelle temperature e nelle precipitazioni in numerose aree del mondo.
Ciò che va ridimensionato è la traduzione automatica:
El Niño = Italia soffocata dal caldo fino a febbraio + catastrofi meteorologiche assicurate.
Questo la scienza non lo sta dicendo.
Perché oggi esiste un elemento nuovo nella nostra equazione.
El Niño non arriva in un pianeta climaticamente identico a quello di cinquanta o cento anni fa.
ECMWF sottolinea proprio questo aspetto: il riscaldamento climatico non significa necessariamente che El Niño diventerà automaticamente più frequente o più forte, ma temperature oceaniche di fondo più elevate possono amplificarne alcuni effetti.
Ed è probabilmente qui che si trova la parte più interessante dell’intera storia.
Il nostro pianeta sta accumulando energia.
Gli oceani sono il principale deposito di questo enorme surplus termico.
El Niño modifica a sua volta il modo in cui parte dell’energia presente nel sistema oceano-atmosfera viene redistribuita.
Contemporaneamente il Mediterraneo si trova frequentemente interessato da anomalie termiche importanti.
Sono fenomeni diversi, con origini diverse, ma che possono interagire.
E noi stiamo osservando questa interazione praticamente in tempo reale.
Non serve quindi inventare scenari apocalittici.
La realtà scientifica è già abbastanza interessante — e seria — da sola.
Forse dovremmo allora cambiare la domanda.
Non:
“El Niño provocherà una catastrofe in Italia?”
Perché nessuno oggi può rispondere seriamente sì.
La domanda dovrebbe essere:
che cosa succede quando uno dei più potenti fenomeni naturali di redistribuzione dell’energia del pianeta raggiunge un’intensità molto elevata mentre gran parte degli oceani presenta già temperature eccezionalmente alte?
E soprattutto:
come reagirà il Mediterraneo quando, dopo mesi di accumulo di calore, cominceranno ad arrivare le prime vere masse d’aria fredda della stagione?
È questo che meteorologi e climatologi dovranno osservare con grande attenzione nei prossimi mesi.
Senza catastrofismi.
Ma anche senza sottovalutazioni.
Perché la WMO non ci sta dicendo che sappiamo già quale tempo farà in Italia a dicembre.
Ci sta dicendo qualcosa di diverso e probabilmente molto più importante:
il sistema climatico mondiale sta entrando in una fase particolarmente energetica e potenzialmente anomala.
E quando in un sistema complesso aumenta l’energia disponibile, non sappiamo anticipare ogni singolo evento.
Possiamo però sapere che alcuni estremi diventano più plausibili e che prepararsi è molto più intelligente che stupirsi dopo.
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