Camorra, clamorosa assoluzione del boss Salvatore De Micco e di Gennaro Volpicelli

Tredici anni dopo il duplice omicidio di Gennaro Castaldi e Antonio Minichini, la vicenda giudiziaria arriva a un nuovo, inatteso snodo. La V sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli ha assolto Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli, imputati per l’agguato consumato il 29 gennaio 2013 nella zona di Ponticelli.

Una decisione maturata nel giudizio di rinvio disposto dalla Corte di Cassazione e arrivata nonostante il Procuratore generale avesse chiesto la conferma della condanna all’ergastolo.

È l’ultimo capitolo, almeno per ora, di un procedimento che ha attraversato più gradi di giudizio, con una sequenza di sentenze e annullamenti che ha profondamente modificato, nel corso degli anni, il quadro delle responsabilità.

Per entrambi gli imputati, infatti, si era passati dall’ergastolo all’assoluzione, quindi nuovamente alla condanna al carcere a vita e infine a un secondo annullamento da parte della Suprema Corte. Ora il nuovo giudizio d’appello ha nuovamente ribaltato il verdetto.

L’agguato del 29 gennaio 2013

Gennaro Castaldi e Antonio Minichini furono uccisi il 29 gennaio 2013. Le indagini collocarono il duplice omicidio nel contesto delle tensioni criminali che in quegli anni attraversavano Ponticelli e, più in generale, la periferia orientale di Napoli.

Secondo la ricostruzione investigativa, il delitto sarebbe maturato nella frattura di un precedente equilibrio tra gruppi criminali. In particolare, gli inquirenti individuarono nella rottura dell’accordo sulla spartizione dei proventi derivanti dal traffico di droga e dalle estorsioni uno dei possibili moventi dell’agguato. Il quadro investigativo chiamava in causa le tensioni tra il gruppo riconducibile ai De Micco e quello dei D’Amico.

Nel corso degli anni, a ricostruire quelle ore furono soprattutto le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia. Tra questi Domenico Esposito, che si autoaccusò di aver fatto parte del commando, fornendo agli investigatori una ricostruzione dettagliata dell’agguato.

Secondo quanto riferito dal collaboratore, Esposito avrebbe raggiunto la zona insieme a Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli, attendendo l’arrivo delle vittime. La ricostruzione attribuiva a De Micco e Volpicelli l’azione di fuoco. Le dichiarazioni di Esposito furono poi affiancate da quelle di altri collaboratori, tra cui Gaetano Lauria, Gaetano Cervone e Giovanni Favarolo.

Il primo processo e la condanna all’ergastolo

Il quadro accusatorio costruito attraverso le dichiarazioni dei collaboratori portò quindi al processo nei confronti di De Micco e Volpicelli.

In primo grado arrivò la condanna all’ergastolo per entrambi. Ma quella decisione non rappresentò la conclusione della vicenda.

Nel successivo giudizio d’appello, infatti, la sentenza venne ribaltata e i due imputati furono assolti. La Procura non si fermò e impugnò la decisione davanti alla Corte di Cassazione.

La Suprema Corte dispose un nuovo giudizio d’appello. Ed è proprio da quel rinvio che sarebbe arrivato un altro radicale cambiamento del quadro processuale: la nuova Corte d’Assise d’Appello giunse infatti nuovamente a una pronuncia di colpevolezza, infliggendo a De Micco e Volpicelli la pena dell’ergastolo.

Il secondo passaggio in Cassazione

È a questo punto che la vicenda è tornata ancora una volta davanti alla Suprema Corte.
Il 12 gennaio 2026, la quinta sezione penale della Cassazione ha annullato con rinvio le condanne all’ergastolo pronunciate nei confronti di De Micco e Volpicelli.

La decisione ha accolto i ricorsi delle difese, rappresentate, per De Micco, dagli avvocati Dario Vannetiello e Stefano Sorrentino e, per Volpicelli, dagli avvocati Saverio Senese e Valerio Spigarelli.

La Suprema Corte non dispose una sentenza sostitutiva, ma ordinò un nuovo esame davanti a una diversa sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli. Era dunque necessario tornare ancora una volta in aula

per verificare le contestazioni sollevate dalla difesa e gli elementi posti alla base della condanna.
Un secondo annullamento che riportava il procedimento a un nuovo giudizio di merito e che rendeva nuovamente centrale l’analisi dell’impianto dichiarativo costruito negli anni dagli investigatori.

Le contraddizioni tra i collaboratori

Uno dei punti sui quali si era concentrata la difesa riguardava proprio la ricostruzione fornita dai collaboratori di giustizia.

Gli avvocati avevano evidenziato presunte discrepanze tra le dichiarazioni di Domenico Esposito e Gaetano Lauria, soprattutto sulle fasi immediatamente precedenti all’agguato.
In particolare, era stata contestata la ricostruzione dell’incontro nel quale il gruppo avrebbe discusso della posizione di Antonio Minichini, indicato nelle ricostruzioni processuali come figlio di Ciro Minichini e Anna De Luca Bossa.

Le divergenze non riguardavano dunque soltanto elementi marginali, ma la stessa sequenza degli avvenimenti che avrebbe preceduto l’azione di fuoco. Una circostanza che aveva spinto i giudici, nel precedente percorso processuale, a ritenere necessario un ulteriore approfondimento.

Il confronto tra Esposito e Lauria

Proprio su questo terreno era stato disposto anche il confronto tra Domenico Esposito e Gaetano Lauria.
L’obiettivo era verificare le rispettive ricostruzioni e cercare di chiarire le divergenze emerse sulla fase preparatoria del delitto.

La difesa aveva continuato a sostenere che le discrasie non potessero essere considerate irrilevanti nel momento in cui le accuse nei confronti degli imputati si fondavano in larga misura proprio sulle dichiarazioni dei collaboratori.

A questo si aggiunse un altro elemento destinato a entrare nel nuovo giudizio: la questione del numero delle armi utilizzate nell’agguato.

La perizia balistica e il numero delle armi

Nel nuovo processo d’appello la difesa ha infatti posto l’accento anche sulle dichiarazioni relative alle armi utilizzate durante il duplice omicidio.

Il tema è stato affrontato attraverso una perizia balistica, chiamata a verificare la compatibilità tra la ricostruzione fornita dai collaboratori e gli elementi tecnici disponibili.

Anche questo profilo è stato inserito nel più ampio confronto sull’attendibilità delle dichiarazioni accusatorie. Il procedimento, dunque, non si è limitato alla rilettura delle testimonianze, ma ha incrociato le diverse versioni con gli elementi di natura tecnica.
È proprio la tenuta complessiva di questo impianto accusatorio ad essere stata nuovamente sottoposta al vaglio della Corte d’Assise d’Appello.

La requisitoria del Procuratore generale

Nel nuovo giudizio di rinvio, il Procuratore generale ha sostenuto la necessità di confermare la condanna all’ergastolo per entrambi gli imputati.

La richiesta era arrivata nei giorni scorsi, quando la pubblica accusa aveva sollecitato nuovamente il massimo della pena per De Micco e Volpicelli, riaprendo un capitolo processuale che sembrava destinato a concludersi dopo l’intervento della Cassazione di gennaio.
La Corte, però, ha seguito una strada diversa.

L’assoluzione dopo tredici anni

Con la sentenza pronunciata oggi, 21 settembre 2026, la V sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli ha assolto Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli dall’accusa di aver preso parte al duplice omicidio.

Il verdetto chiude un altro segmento di una vicenda giudiziaria cominciata con l’agguato del gennaio 2013 e segnata da continui ribaltamenti: ergastolo in primo grado, assoluzione in appello, nuovo giudizio dopo il primo intervento della Cassazione, altro ergastolo, nuovo annullamento della Suprema Corte e, oggi, una nuova assoluzione.

Sul piano giudiziario, resta ora da conoscere il contenuto integrale della motivazione della sentenza, che consentirà di comprendere in maniera puntuale quali elementi abbiano portato la Corte a ritenere non sufficientemente provata la responsabilità degli imputati e quale peso abbiano avuto le contestazioni sulle dichiarazioni dei collaboratori e gli accertamenti balistici.

È questo, in definitiva, il punto centrale di una storia processuale durata oltre tredici anni: non la cancellazione del duplice omicidio, né delle ricostruzioni investigative che lo hanno accompagnato, ma il diverso esito al quale è giunto il giudizio di responsabilità penale nei confronti dei due imputati.

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Pubblicato da
Giuseppe Del Gaudio

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