

Luigi Giuliano junior
Il cognome è una pietra miliare della storia criminale napoletana, un marchio di fabbrica inciso a fuoco tra i vicoli di Forcella e i misteri del potere della camorra A cinquantaquattro anni, Luigi Giuliano junior ha deciso di rompere nuovamente gli argini del silenzio.
Da qualche mese ha scelto di passare per la seconda volta dalla parte dello Stato, offrendo ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli una mappa aggiornata, spietata e dettagliata dei nuovi equilibri criminali che insanguiniscono e governano il centro storico partenopeo.
Le sue dichiarazioni, raccolte dal sostituto procuratore della Dda, Mariangela Magariello, stanno già facendo tremare i vertici della holding criminale emersa dalle ceneri dei vecchi clan, svelando un sistema che intreccia lo spaccio di droga tradizionale con il riciclaggio di capitali illeciti nella ristorazione di lusso e le redditizie truffe agli anziani.
La decisione di collaborare non nasce da un’improvvisa folgorazione morale, ma si scontra con il muro implacabile della giustizia. Nel marzo del 2025, i carabinieri lo avevano rintracciato e arrestato a Reggio Emilia, città in cui si era stabilito da anni per costruire un’esistenza lontana dalle logiche mafiose che lo avevano risucchiato a soli tredici anni.
In Emilia, Giuliano si era cucito addosso una nuova normalità: una compagna, la palestra, la cura del fisico e una costante esposizione sui social network, fatta di frammenti di una libertà riconquistata. Quel mondo virtuale e spensierato si è però sgretolato sotto il peso di una condanna definitiva.
Davanti a lui si è spalancata la prospettiva certa di scontare sedici anni di reclusione per un omicidio commesso il 9 luglio 1998 nel pieno di una faida sanguinosa.
La sentenza della Corte di Assise di Napoli, emessa nel novembre del 2021 e confermata nei successivi gradi di giudizio, era diventata irrevocabile il 7 gennaio 2025, dopo il rigetto del ricorso in Cassazione.
A complicare il quadro giudiziario del neo-collaboratore c’era anche una parentesi emiliana del novembre 2020: in pieno giorno, in un negozio di via Fratelli Cervi, Giuliano aveva ridotto in fin di vita con otto fendenti il nuovo compagno di una sua ex, un’aggressione feroce per motivi di gelosia che gli era costata una condanna a un anno e otto mesi per lesioni aggravate.
Compresso tra le sbarre e il conto finale con il passato, il cinquantaduenne ha scelto di scrivere una nuova pagina giudiziaria.
Il pentimento di Luigi Giuliano junior — esponente di quella seconda generazione cresciuta all’ombra dei patriarcato criminale fondato dal nonno, l’ex re di Forcella “O’ Re” Luigi Giuliano, e dal padre Nunzio — si inserisce nell’inchiesta della Dda svelata nelle scorse settimane dal quotidiano “Il Mattino”. I verbali del collaboratore offrono agli inquirenti una radiografia chirurgica della spartizione del territorio.
Nel mirino del pentito ci sono i nuovi manager della malavita, a cominciare dai reduci della famiglia che ancora detengono ruoli di comando. Particolare attenzione viene riservata a Luigi Giuliano detto “Zecchetella”, indicato come il perno operativo delle nuove strategie criminali.
Secondo quanto messo a verbale, per conto di Zecchetella sarebbe stato Vincenzo Vassallo a gestire il rifornimento sistematico delle piazze di spaccio nel cuore di Napoli, partendo da piazza San Gaetano fino ai recessi più nascosti del centro antico.
Il racconto di Giuliano delinea anche i contorni di una pax mafiosa territoriale siglata tra i vecchi rivali:
«Nel 2020 Michele Mazzarella ha ripreso il comando a Forcella. I Giuliano controllavano il territorio “di sotto”, i Mazzarella quello “di sopra”, da via Duomo fino alla zona dei Presepi».
Ma l’inchiesta coordinata dalla Dda non si ferma alla superficie delle piazze di spaccio o alle dinamiche militari dei quartieri. Il flusso informativo offerto dal collaboratore punta dritto al cuore economico dell’organizzazione, tracciando i confini di un riciclaggio sofisticato e ramificato.
Nei verbali depositati compaiono indicazioni precise sul reimpiego dei proventi illeciti. Capitali mastodontici, accumulati attraverso i traffici illeciti, sarebbero stati convogliati in attività commerciali di primo piano: due ristoranti situati sul lungomare di Napoli e un esclusivo club nel quartiere Chiaia.
Spetterà ora agli investigatori della Procura e alle forze dell’ordine incrociare i dati, verificare i flussi finanziari, analizzare i registri societari e passare al setaccio le reali intestazioni per capire chi vi sia realmente dietro la proprietà formale di queste attività.
Accanto al traffico di stupefacenti e alla ristorazione di lusso, il quadro investigativo si arricchisce di un capitolo particolarmente odioso e redditizio: la filiera delle truffe agli anziani.
Un vero e proprio settore industriale del crimine, gestito con piglio manageriale. Stando alle rivelazioni di Giuliano junior, l’intero affare farebbe capo stabilmente a “Zecchetella” e ai suoi familiari stretti.
Chiunque intenda operare nel settore dei raggiri agli indifesi è obbligato a versare una quota fissa all’organizzazione. Un meccanismo estorsivo e associativo che, secondo le stime investigative alimentate dai verbali, frutta ogni anno milioni di euro, garantendo linfa vitale e liquidità immediata alla cassa comune del clan.
La macchina della giustizia è ora in movimento per riscontrare ogni singola parola pronunciata dall’uomo venuto da Reggio Emilia. Per i nuovi eredi dei clan di Forcella e del centro storico, l’ombra del passato è tornata a farsi minacciosa, incarnata stavolta da uno di loro.
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