Il Sud che vota ma non decide: il vero divario italiano è quello del potere

Quando si parla di questione meridionale si pensa quasi sempre alle stesse cose.

Occupazione.

Infrastrutture.

Sanità.

Trasporti.

Fuga dei giovani.

Reddito.

Ma forse esiste un altro divario, meno discusso e persino più importante: il divario di potere.

Il Sud vota.

Elegge.

Determina maggioranze.

Produce milioni di voti.

Ma quando arriva il momento di decidere davvero, troppo spesso rimane fuori dalla stanza.

Tanti voti, poco potere

Il problema non è la quantità di politici meridionali.

Deputati, senatori, consiglieri regionali, sindaci e amministratori non mancano.

Il problema è quanti di loro riescano realmente a incidere sulle decisioni nazionali.

Quanti possono cambiare la linea del proprio partito?

Quanti possono condizionare una nomina importante?

Quanti possono imporre una priorità per il Mezzogiorno?

Quanti possono dire “no” alla propria segreteria nazionale?

Qui il numero si riduce drasticamente.

Ed è questo il punto.

Il Sud produce rappresentanza. Molto meno spesso produce comando.

Forza Italia: forte al Sud, ma dove sono le leadership?

Forza Italia è uno degli esempi più evidenti.

Nel Mezzogiorno ha sempre avuto un elettorato importante.

Ha amministratori capaci, parlamentari esperti e una classe dirigente radicata.

Eppure basta accendere la televisione, aprire i grandi quotidiani o seguire i talk show politici per avere una sensazione precisa: la rappresentazione nazionale del partito continua a essere molto più settentrionale o, al massimo, centro-italiana rispetto al peso politico ed elettorale che Forza Italia raccoglie nel Mezzogiorno.

Non significa che non esistano dirigenti meridionali.

Esistono e alcuni sono anche molto bravi.

Il problema è un altro.

Quanto contano davvero?

Quanto riescono a orientare la linea nazionale del partito?

Quanto riescono a spostare il baricentro delle decisioni?

È questa la vera misura del potere.

Fratelli d’Italia appare più equilibrato

Fratelli d’Italia parte da una situazione differente.

La sua storia politica ha un baricentro maggiormente romano e centro-italiano e questo gli ha consentito di non sviluppare una frattura geografica simile a quella che appartiene storicamente alla Lega.

FdI ha inoltre costruito nel tempo una presenza significativa anche nel Mezzogiorno.

Da questo punto di vista appare probabilmente uno dei partiti più equilibrati.

Ma anche qui bisogna distinguere tra presenza e potere.

Avere ministri, sottosegretari e parlamentari meridionali non significa automaticamente avere una classe dirigente del Sud capace di orientare le decisioni nazionali.

Il vero test resta sempre lo stesso:

chi può dire di no?

Il Movimento 5 Stelle e il paradosso del Mezzogiorno

Poi c’è il Movimento 5 Stelle.

Qui il paradosso è ancora maggiore.

Il M5S ha ricevuto nel Sud alcuni dei consensi più importanti della propria storia.

Ai tempi di Luigi Di Maio, in Campania e in molte altre regioni meridionali, raccoglieva percentuali altissime.

Il Mezzogiorno è stato uno dei grandi motori dell’ascesa nazionale dei Cinque Stelle.

Oggi Roberto Fico rappresenta una delle figure istituzionali più importanti del Movimento nel Sud.

Eppure, anche qui, quando si arriva alle scelte decisive, il baricentro del potere politico torna quasi sempre a Roma.

Puoi prendere milioni di voti al Sud.

Puoi vincere una Regione.

Puoi costruire consenso enorme.

Ma il vero comando nazionale sembra fermarsi sempre nello stesso punto.

E poi c’è il grande assente: il Partito Democratico

Il PD merita un discorso ancora più netto.

Perché da anni il centrosinistra nazionale sembra avere una particolare difficoltà nel mettere davvero “a tavola” una classe dirigente meridionale autonoma.

Non parliamo di candidati.

Non parliamo di parlamentari.

Parliamo di persone capaci di condizionare davvero la segreteria nazionale.

Da questo punto di vista il Sud appare spesso molto più debole.

E il caso di Vincenzo De Luca è emblematico.

Si può essere d’accordo o meno con lui.

Si possono criticare il suo stile, le sue scelte e i suoi metodi.

Ma una cosa è evidente: De Luca ha costruito in Campania un potere politico autonomo.

Ed è forse proprio per questo che a livello nazionale ha sempre creato una certa inquietudine.

Perché De Luca non è il politico territoriale che aspetta semplicemente la telefonata da Roma.

È uno che vuole contrattare.

Che pretende spazio.

Che può dire di no.

E quando un dirigente meridionale diventa abbastanza forte da poter contraddire la propria segreteria nazionale improvvisamente smette di essere soltanto utile e comincia a diventare scomodo.

Questo dovrebbe farci riflettere.

Forse il problema non è soltanto che manchino politici meridionali capaci.

Forse il problema è che quando diventano troppo autonomi iniziano a fare paura.

Un Sud votante, ma non decidente

Ed eccoci allora al punto più scomodo.

Alla politica nazionale sembra fare molto comodo un Sud che vota ma non decide.

Un Sud che porta milioni di voti alle urne.

Un Sud che elegge parlamentari.

Un Sud che può determinare la vittoria di una coalizione.

Ma un Sud che non deve diventare abbastanza forte da condizionare realmente la distribuzione del potere.

Perché potere significa anche risorse.

Investimenti.

Aziende.

Infrastrutture.

Università.

Centri di ricerca.

Sedi decisionali.

Soldi.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Che cosa succederebbe se una parte più consistente degli investimenti strategici iniziasse davvero a spostarsi verso Sud?

Se le aziende arrivano al Sud, qualcuno perde qualcosa

Tutti dicono di voler sviluppare il Mezzogiorno.

Tutti dicono di voler fermare la fuga dei giovani.

Tutti parlano di investimenti.

Ma che cosa accadrebbe se il Sud iniziasse davvero ad attrarre grandi aziende?

Se Napoli, Bari, Palermo o Catania diventassero poli capaci di competere con Milano, Torino o Bologna?

A quel punto il Sud non sarebbe più soltanto un territorio da aiutare.

Diventerebbe un concorrente.

Ed è qui che il discorso cambia.

Perché il potere economico, come quello politico, tende naturalmente a difendere gli equilibri esistenti.

Il caso simbolico dell’Apple Developer Academy a Napoli

Un esempio importante è quello dell’Apple Developer Academy a Napoli.

Quando durante il governo Renzi si concretizzò la scelta di localizzare a Napoli un importante progetto di formazione legato ad Apple, quella decisione ebbe un enorme valore simbolico.

Non perché un singolo progetto potesse cambiare il destino del Mezzogiorno.

Ma perché rompeva una consuetudine.

Per una volta, davanti a una grande opportunità tecnologica internazionale, la risposta non era automaticamente Milano.

Era Napoli.

E ricordo bene come quella decisione fosse stata percepita da alcuni quasi come uno “smacco”.

Ma perché?

In un Paese realmente unito, un investimento importante a Napoli dovrebbe essere considerato una vittoria italiana esattamente come un investimento a Milano, Torino o Bologna.

E invece, sottopelle, continua a esistere una sensazione: quando il gioco si fa davvero importante — soldi, aziende, centri decisionali, poli tecnologici — il Sud deve rimanere un passo indietro.

Il Sud deve crescere, ma non troppo?

Forse è questo il grande non detto della questione meridionale.

Finché il Sud chiede aiuto, va bene.

Finché chiede fondi per recuperare un divario, va bene.

Finché resta dipendente, non disturba gli equilibri.

Il problema arriva quando comincia a chiedere potere.

Quando pretende di attrarre aziende.

Quando vuole ospitare grandi centri decisionali.

Quando reclama una quota reale degli investimenti.

Quando vuole competere.

È lì che cambia tutto.

Anche i media raccontano lo stesso squilibrio

Questa dinamica si riflette anche nel mondo dell’informazione.

Quanti giornalisti meridionali vediamo stabilmente seduti nei grandi talk show insieme ai leader nazionali?

Quanti diventano direttori dei principali quotidiani?

Quanti guidano le grandi trasmissioni politiche?

Naturalmente ce ne sono.

Ma sembrano pochi rispetto al peso demografico e culturale del Mezzogiorno.

E talvolta il paradosso è ancora più evidente.

Esistono testate fortemente legate a territori del Sud che vengono dirette da professionisti provenienti da altre aree d’Italia.

E sia chiaro: possono essere bravissimi.

Possono svolgere un lavoro eccellente e conoscere perfettamente il territorio.

Non è una questione di carta d’identità.

Il punto è un altro.

Fa riflettere che sia abbastanza normale vedere qualcuno proveniente da fuori dirigere una realtà meridionale, mentre appare molto meno frequente il percorso inverso: un giornalista cresciuto professionalmente nel Sud che arriva a guidare uno dei grandi centri dell’informazione nazionale.

Chi racconta una terra esercita potere

Perché anche l’informazione è potere.

Decidere quali temi diventano nazionali è potere.

Scegliere quali emergenze aprono un telegiornale è potere.

Stabilire chi viene invitato in studio è potere.

Decidere come viene raccontato un territorio è potere.

Per questo una maggiore presenza meridionale nei grandi centri dell’informazione non sarebbe una questione folcloristica.

Sarebbe una questione di pluralità nazionale.

Un tempo il Sud produceva uomini di potere

Non è sempre stato così.

Il Mezzogiorno ha prodotto figure come Ciriaco De Mita, Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino.

Successivamente Clemente Mastella.

Si può giudicare quella stagione politica in mille modi.

Si possono ricordare tutte le storture della Prima Repubblica.

Ma una cosa è difficile da negare: erano uomini del Sud che esercitavano potere nazionale.

Non andavano a Roma semplicemente per ratificare decisioni prese da altri.

Contribuivano a prenderle.

A volte le determinavano.

Oggi il Sud produce moltissimi eletti.

Ma pochissimi leader realmente indispensabili.

Una parte della responsabilità è anche nostra

Sarebbe però troppo facile dare tutta la colpa a Roma o al Nord.

Il potere non viene regalato.

Si costruisce.

Il Nord ha costruito negli anni amministratori, associazioni, imprese, reti territoriali e classi dirigenti capaci di esercitare pressione sul potere centrale.

Il Sud troppo spesso ha prodotto politici bravissimi a raccogliere preferenze e meno bravi a costruire leadership nazionali.

Abbiamo tanti potentati locali.

Pochi poli di potere nazionale.

Tanti politici fortissimi nel proprio comune o nella propria provincia.

Pochi capaci di diventare indispensabili al proprio partito.

Abbiamo specialisti delle preferenze

Ed è forse questo uno dei problemi più profondi.

Al Sud spesso misuriamo il successo politico contando le preferenze.

Ma il vero potere si misura diversamente.

Quante decisioni riesci a cambiare?

Quanti investimenti riesci a spostare?

Quante nomine riesci a influenzare?

Quante volte il tuo partito deve chiederti un parere prima di decidere?

Quante volte puoi dire no?

È lì che si misura il potere reale.

Il vero divario italiano è quello del potere

Alla fine la questione meridionale moderna potrebbe essere riassunta così.

Il Sud non è soltanto più povero di infrastrutture.

Non è soltanto più debole dal punto di vista occupazionale.

Non perde soltanto giovani.

È anche più povero di potere nazionale.

E finché milioni di voti partiranno da Napoli, Bari, Palermo, Catania, Salerno, Reggio Calabria e dal resto del Mezzogiorno per arrivare a Roma, mentre le decisioni continueranno quasi sempre a percorrere la strada inversa, il problema resterà.

Carlo Levi scrisse Cristo si è fermato a Eboli.

Oggi potremmo usare una provocazione diversa.

Cristo non si è fermato a Eboli.

Si è fermato a Roma.

E insieme a lui, troppo spesso, sembrano fermarsi anche il potere politico, quello economico e quello mediatico.

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Pubblicato da
Sebastiano Vangone
Tags: Sud

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