

Costantino Russo
Resta ancora avvolta dal mistero la morte di Costantino Russo, il figlio di Giuseppe Russo, detto “Peppe ‘o Padrino”, storico esponente del clan Russo legato alla galassia dei Casalesi. Dopo avere manifestato la volontà di collaborare con la giustizia avrebbe fatto un improvviso passo indietro.
Pochi giorni dopo il suicidio nella sua cella. Ora la Direzione distrettuale antimafia cerca di ricostruire le ultime telefonate, i colloqui con i familiari e il contesto che ha preceduto la morte, mentre nell’ordinanza cautelare emergono le contestazioni relative alla gestione di un vasto patrimonio economico e imprenditoriale attribuito all’indagato.
Ci sono domande che, a distanza di settimane, non hanno ancora trovato una risposta.
Perché Costantino Russo, trentacinque anni, figlio dello storico boss dei Casalesi Giuseppe Russo, conosciuto negli ambienti criminali come “Peppe ‘o Padrino”, avrebbe deciso di togliersi la vita proprio quando, secondo quanto emerso nelle indagini, sembrava essersi aperta la prospettiva di una collaborazione con la giustizia?
Per quale motivo quella scelta sarebbe stata improvvisamente abbandonata? E soprattutto: era stato valutato il concreto rischio suicidario di un detenuto che,, aveva già manifestato una particolare fragilità psicologica?
Sono gli interrogativi che oggi accompagnano l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, concentrata sulle ultime ore di vita del detenuto, sui contatti avuti dal carcere e sulle telefonate effettuate nei giorni immediatamente precedenti alla morte. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire una sequenza temporale precisa per comprendere se vi siano stati elementi capaci di incidere sulla decisione finale.
Secondo quanto emerge dagli atti, la madre e la moglie sarebbero state pronte a seguirlo durante l’eventuale percorso di collaborazione con la magistratura, circostanza che rende ancora più difficile comprendere il brusco cambio di prospettiva ricostruito dagli investigatori.
Mentre proseguono gli accertamenti sulla morte del trentacinquenne, l’ordinanza cautelare, che lo aveva portato in carcere il 7 luglio scorso, firmata dal gip Carla Sarno dedica numerose pagine alla ricostruzione del ruolo che, secondo l’accusa, Costantino Russo avrebbe ricoperto all’interno della struttura criminale.
La DDA sostiene che Russo fosse inserito da anni nelle dinamiche del clan e che disponesse di rilevanti disponibilità economiche riconducibili al patrimonio accumulato dal padre Giuseppe Russo. Secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbe dato continuità alle attività tradizionalmente attribuite al gruppo criminale: raccolta clandestina di scommesse sportive, gestione di apparecchi da intrattenimento, riciclaggio, reimpiego di capitali e controllo di società formalmente intestate a prestanome. Si tratta di contestazioni che saranno oggetto del successivo confronto processuale.
L’impianto accusatorio descrive inoltre una strategia economica fondata sull’investimento di capitali in attività apparentemente lecite – tra cui bar, sale scommesse, un negozio di abbigliamento, una piscina e uno stabilimento balneare – ritenute funzionali, secondo gli inquirenti, a reinvestire denaro di provenienza illecita e a mascherarne l’origine.
Uno dei capitoli centrali dell’ordinanza riguarda la ricostruzione patrimoniale.
Gli investigatori della DIA hanno confrontato redditi dichiarati, disponibilità bancarie, movimentazioni finanziarie e patrimonio accumulato tra il 2013 e il 2023. Da questa analisi, secondo quanto riportato nell’informativa richiamata dall’ordinanza, emergerebbe una marcata sproporzione tra le entrate ufficialmente documentate e il tenore economico attribuito all’indagato.
Nelle carte si legge che l’analisi è stata sviluppata considerando anche i proventi che gli investigatori ritengono riconducibili alle attività illecite contestate, con l’obiettivo dichiarato di rappresentare la reale capacità economica dell’indagato. L’elaborazione porta gli investigatori a evidenziare una significativa incoerenza patrimoniale fino al 2023. Anche queste conclusioni fanno parte dell’ipotesi accusatoria e saranno sottoposte al vaglio del processo.
Tra gli elementi valorizzati dagli investigatori vi è anche la ristrutturazione di alcuni immobili ricevuti in donazione nel 2018 da familiari materni. Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, gli edifici sarebbero stati interessati da lavori di notevole entità.
A sostegno di questa ricostruzione vengono richiamate anche alcune intercettazioni. In una conversazione del 2023 con Domenico Iovine, i due parlano della passione per gli orologi di lusso.
«No, li tengo… poi, un periodo di tempo li ho venduti…»
Quando l’interlocutore osserva che probabilmente aveva bisogno di denaro, Russo replica:
«Eh… in quel momento stavo facendo casa. Che me ne fregava degli orologi.»
E ancora:
«Certi orologi adesso valgono cinquantamila euro. Prima costavano molto meno.»
Secondo la DDA, quelle parole rappresenterebbero un tassello utile a spiegare come sarebbero stati finanziati gli interventi di ristrutturazione dell’abitazione. La difesa avrà la possibilità di contestare questa interpretazione nel corso del procedimento.
Un altro capitolo dell’ordinanza riguarda la gestione delle risorse economiche del nucleo familiare.
L’accusa sostiene che Costantino Russo fosse il punto di riferimento per il sostentamento economico di diversi parenti e di persone vicine al clan. Le movimentazioni bancarie analizzate dagli investigatori mostrerebbero bonifici con causali come “mantenimento nipoti” o “mantenimento sorella nipote”, che, secondo la DDA, avrebbero avuto la funzione di mascherare la reale provenienza del denaro.
In una telefonata del 21 ottobre 2022, richiamata nell’ordinanza, gli investigatori ritengono di cogliere il ruolo centrale attribuito a Russo nella gestione delle disponibilità finanziarie della famiglia. Un’altra conversazione registrata nel gennaio 2023 con una zia affronta invece le difficoltà economiche dei parenti e il possibile sostegno che Costantino avrebbe potuto garantire. Anche questi elementi costituiscono parte della ricostruzione accusatoria.
L’attenzione degli investigatori è concentrata sulla ricostruzione delle ultime giornate trascorse in carcere, sulle telefonate, sui colloqui e sugli eventuali segnali di disagio. Tra gli aspetti che dovranno essere chiariti vi sono anche le modalità con cui è stato monitorato il detenuto.
Capire se vi siano state omissioni, errori di valutazione o se il gesto sia stato del tutto imprevedibile rappresenta uno dei principali obiettivi dell’inchiesta.
Per ora, però, molte domande restano senza risposta.
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