Numeri e futuro

Calcio europeo, lo studio: la macchina da 38 miliardi scricchiola, metà dei club sono in perdita

Un’analisi del Boston Consulting Group fotografa un sistema sempre più ricco ma polarizzato, con pochi club che concentrano gran parte dei ricavi e calendari sempre più affollati

Il calcio europeo è diventato un’industria da oltre 38 miliardi di euro, ma dietro la crescita dei ricavi si nascondono squilibri sempre più evidenti. È il quadro tracciato dallo studio «The Three Forces Reshaping the Beautiful Game» del Boston Consulting Group, che individua tre fattori destinati a condizionare il futuro dello sport: economia, governance e calendario.

La ricchezza, innanzitutto, è distribuita in modo tutt’altro che uniforme. Le 20 squadre europee con il fatturato più alto generano da sole oltre 11 miliardi di euro, più della metà dei ricavi complessivi delle cinque principali leghe del continente.

A spingere soprattutto questa concentrazione è la crescita dei diritti televisivi internazionali. Il caso più significativo è quello della Premier League, i cui ricavi internazionali sono passati da circa 500 milioni di sterline nel 2010 a oltre 2,2 miliardi oggi. Un meccanismo che tende ad autoalimentarsi: più incassi significano maggiori investimenti sui giocatori, che aumentano l’attrattiva internazionale delle competizioni e producono ulteriori ricavi.

Anche la Champions League ha rafforzato il proprio peso. La quota dei diritti internazionali rispetto a quelli dei cinque principali campionati nazionali è salita da circa il 15% nella stagione 2016-17 a circa il 20% nel 2025-26.

La crescita del business, però, non coincide con una maggiore stabilità finanziaria. Secondo lo studio, soltanto circa la metà dei club della prima divisione europea chiude i bilanci in utile. Il rapporto tra salari e ricavi nelle cinque grandi leghe si è attestato intorno al 64% tra il 2020 e il 2022, contro circa il 50% delle principali leghe nordamericane, caratterizzate da sistemi con tetti salariali.

Il mercato dei trasferimenti contribuisce ulteriormente allo squilibrio. In Premier League, nella stagione 2022-23, le società hanno speso circa 5,7 miliardi di sterline sui giocatori, una cifra pari a quasi il 90% dei ricavi complessivi della lega. Per otto club su venti, la spesa per la rosa ha addirittura superato il valore dei ricavi.

Da qui nasce anche la risposta della governance. La Uefa ha introdotto un limite che porta al 70% dei ricavi la quota destinabile a stipendi, trasferimenti e commissioni agli agenti per i club impegnati nelle competizioni europee. Parallelamente, cresce il fenomeno dei gruppi multi-club, che oggi controllano circa 400 società nel mondo.

Sul fronte internazionale, intanto, emergono nuovi poli. I club sauditi hanno investito quasi un miliardo di dollari in una sola finestra di mercato, mentre la Major League Soccer supera i 21mila spettatori di media a partita. Anche il calcio femminile mostra una crescita significativa: genera oggi circa 800 milioni di dollari di ricavi annui e le 14 squadre della National Women’s Soccer League hanno raggiunto complessivamente una valutazione di 2,6 miliardi di dollari.

L’altro grande nodo riguarda il calendario. L’espansione della Champions League, la nascita della Conference League e l’allargamento dei Mondiali, arrivati a 48 squadre nel 2026, hanno aumentato il numero degli impegni. Una crescita commerciale che rischia però di presentare un conto sempre più pesante ai giocatori.

Maheta Molango, amministratore delegato della Professional Footballers’ Association, ha indicato tra 50 e 60 partite stagionali la soglia oltre la quale aumentano i rischi di infortuni e affaticamento. Molti calciatori dei top club hanno già superato quel limite sommando competizioni per club e Nazionale.

Il futuro del calcio europeo, secondo il BCG, potrebbe quindi svilupparsi lungo strade molto diverse. Una possibilità è quella di un sistema finanziariamente più sano ma sempre più dominato da una ristretta élite di società. Un’altra prevede una maggiore collaborazione tra i campionati minori, chiamati a unire forze commerciali e calendari per contrastare il peso crescente delle grandi competizioni.

C’è poi l’ipotesi che siano direttamente i giocatori a imporre un limite al numero di partite attraverso accordi collettivi, nuove regole o interventi giudiziari. Infine, potrebbe affermarsi un secondo prodotto calcistico, più breve e pensato per lo streaming e per un pubblico giovane, sulla scia di format come Kings League e Baller League.

La sfida, dunque, non è soltanto economica. Il calcio europeo deve trovare un equilibrio tra crescita commerciale, sostenibilità dei club, competitività e tutela degli atleti. Il rischio è che una macchina sempre più ricca finisca per diventare anche sempre più fragile.

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