Napoli, calciatore accoltellato, il branco chiede scusa in aula: «Bruno, vorrei abbracciarti»

Tredici secondi di pura e ingiustificata ferocia, consumati nel cuore della notte tra il 26 e il 27 dicembre scorsi, stavano per cancellare per sempre il futuro di un ragazzo di diciotto anni.Ieri quei tredici secondi da “Arancia Meccanica” che hanno quasi strappato alla vita Bruno Petrone, giovane promessa del calcio campano, si sono condensati nelle parole, cariche di esitazione e vergogna, pronunciate dai suoi stessi carnefici in un’aula di tribunale.

È servito l’input fermo di un magistrato per rompere il muro di silenzio, ma alla fine il percorso della giustizia minorile ha mostrato la sua declinazione più nobile: quella del ravvedimento e della riconciliazione. Avvolto in un silenzio composto, Bruno ha ascoltato le richieste di perdono e, senza serbare rancore, ha teso la mano a chi, pochi mesi fa, rischiava di vederlo morire.

Dalle ritorsioni di quartiere al pentimento davanti al giudice

L’iter processuale avviato per fare luce sulla drammatica spedizione punitiva andata in scena nel cuore della movida di Chiaia si è aperto subito con due clamorosi colpi di scena. La vicenda, che nelle prime fasi investigative era stata segnata dal pesante clima di intimidazione sfociato persino nell’incendio doloso della porta di casa del quindicenne che per primo aveva confessato l’aggressione, ha trovato ieri una svolta radicale.

Il Gup del Tribunale per i minorenni, Clara Paglionico, ha infatti autorizzato tre dei quattro imputati a lasciare il regime carcerario per essere trasferiti all’interno di una comunità di recupero. Si tratta di un beneficio fondamentale a cui ha avuto accesso l’ultimo nucleo del gruppo, dato che il quarto complice era già stato scarcerato e ricollocato nelle scorse settimane.

Il faccia a faccia e la concessione della comunità

Il momento di massima tensione emotiva si è registrato quando i minorenni accusati di tentato omicidio si sono alzati in piedi uno alla volta. Dopo la lettura di una lettera di pentimento consegnata dal più giovane del gruppo direttamente nelle mani del giudice, quest’ultimo ha preso un’iniziativa determinante, esortando gli aggressori a non guardare i faldoni del processo, ma a rivolgersi direttamente alla vittima, seduta a poca distanza.

Superato il blocco iniziale, le ammissioni di colpa si sono susseguite in rapida successione. Il primo a rompere il ghiaccio, come anticipato da Il Mattino, è stato proprio l’esecutore materiale del ferimento, il quindicenne che sette mesi fa impugnò l’arma che trafisse Petrone al petto e all’addome: «Bruno, ho sbagliato. Vorrei abbracciarti e ottenere il tuo perdono». Parole forti, che hanno prodotto un immediato e concreto effetto giuridico in aula.Lo aveva già fatto in fase di indagini preliminari a dicembre scorso davanti al pm confessando l’aggressione.

Dalla tragedia alla rinascita sui campi di gioco

Il giudice Paglionico, nonostante la durissima requisitoria e il parere nettamente contrario espresso dal pubblico ministero della Procura minorile, Ettore La Ragione, ha concesso ai ragazzi l’attenuazione della misura cautelare. Un vero e proprio assist istituzionale verso il reinserimento sociale, reso possibile soprattutto dal comportamento straordinariamente maturo della persona offesa.

Bruno Petrone, che dopo lunghi mesi di calvario e riabilitazione medica ha finalmente ripreso la sua attività agonistica firmando con l’Angri, ha voluto essere presente a tutti i costi. Assistito dal suo legale, l’avvocato Gennaro Tortora, il giovane calciatore ha incassato quelle scuse senza un briciolo di rivalsa, permettendo che un’udienza preliminare prettamente tecnica si tramutasse in un potente messaggio di speranza e riscatto umano.

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Pubblicato da
Rosaria Federico

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