È una delle pagine più controverse della storia recente del sistema penitenziario italiano quella che continua a essere ricostruita davanti alla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere. Nel corso della requisitoria del maxi-processo per le violenze avvenute il 6 aprile 2020 nel reparto Nilo del carcere casertano, il pubblico ministero Alessandra Pinto ha descritto quanto accaduto come una “violenza di massa volta all’annichilimento e alla deumanizzazione dei detenuti”.
Secondo la Procura, la perquisizione straordinaria eseguita pochi giorni dopo le proteste esplose durante la prima fase dell’emergenza Covid si trasformò in una vera e propria spedizione punitiva. Circa 300 agenti penitenziari avrebbero preso parte ai pestaggi di altrettanti detenuti, con una sequenza di violenze caratterizzate da percosse, manganellate, schiaffi, insulti e umiliazioni.
I video delle telecamere: “La prova della violenza disumana”
Nel corso dell’udienza, il pm ha proiettato in aula le immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza interne all’istituto penitenziario, considerate uno degli elementi centrali dell’intero impianto accusatorio.
Secondo la Procura, quei filmati non solo confermano le testimonianze dei detenuti, ma in diversi casi le integrano e le correggono, consentendo di ricostruire con precisione la dinamica dei fatti.
Per l’accusa, le immagini rappresentano “la materialità visiva delle sofferenze” inflitte ai detenuti e, in numerosi episodi, costituiscono l’unica prova disponibile, poiché molte delle persone offese non sono mai state ascoltate nel corso delle indagini.
L’accusa di tortura e i 105 imputati
Il procedimento vede alla sbarra 105 imputati, tra agenti della Polizia Penitenziaria, dirigenti e funzionari del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), oltre a medici e operatori sanitari in servizio all’interno del carcere.
Per una cinquantina di loro è contestato anche il reato di tortura, accusa che, secondo la Procura, trova fondamento proprio nella reiterazione delle violenze fisiche unite alle sofferenze psicologiche inflitte ai detenuti durante quella giornata.
La requisitoria, avviata il 29 giugno dal pubblico ministero Alessandro Milita e proseguita da Alessandra Pinto, rappresenta una delle ultime fasi del lungo dibattimento.
La vicenda: dalla protesta per il Covid alla “mattanza”
L’intera inchiesta nasce dai fatti del 6 aprile 2020, quando, pochi giorni dopo una protesta dei detenuti legata alle restrizioni imposte dall’emergenza pandemica, venne organizzata una perquisizione straordinaria nel reparto Nilo del carcere “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, quella che avrebbe dovuto essere un’operazione di ripristino dell’ordine degenerò in una violenta spedizione punitiva ai danni dei detenuti. Le indagini della Procura di Santa Maria Capua Vetere, supportate dai filmati delle telecamere interne, portarono nel 2021 a una vasta operazione giudiziaria con arresti, misure cautelari e sospensioni dal servizio nei confronti di numerosi appartenenti alla Polizia Penitenziaria e di altri funzionari coinvolti.
Le immagini diffuse durante le indagini fecero rapidamente il giro d’Italia, suscitando indignazione e aprendo un ampio dibattito sul rispetto dei diritti umani all’interno degli istituti penitenziari.
Le fasi processuali
Il procedimento è iniziato davanti alla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere e si è trasformato in uno dei più grandi processi mai celebrati in Italia per presunti episodi di violenza all’interno di un carcere.
L’istruttoria dibattimentale è durata oltre tre anni e mezzo, durante i quali sono stati ascoltati decine di testimoni, acquisiti migliaia di atti e analizzati i filmati registrati dalle telecamere di videosorveglianza. Nel giugno 2026 la Corte ha dichiarato chiusa l’istruttoria, dando il via alla requisitoria della Procura, articolata in diverse udienze.
Parallelamente al maxi-processo, due agenti che avevano scelto il rito abbreviato sono stati assolti in primo grado; assoluzione successivamente confermata anche dalla Corte d’Appello di Napoli, in quanto non sarebbe stato possibile identificarli con certezza nei video acquisiti agli atti.
Con la conclusione della requisitoria dei pubblici ministeri, il procedimento entrerà nella fase delle discussioni delle difese, prima della sentenza di primo grado, attesa nei prossimi mesi





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